Prison Pit, l’irriverente serie di Johnny Ryan, approda sul mercato italiano in un’edizione onnicomprensiva in volume unico edita da Eris Edizioni . Botte, parolacce, escrescenze e fluidi corporei vari in uno dei capisaldi del fumetto underground contemporaneo.

Se con una parola sola si dovesse riassumere quel che Johnny Ryan ha fatto all’interno del fumetto americano underground questa sarebbe –  a detta sua offensivo. E badate bene: questo termine l’autore di Prison Pit, così come il sottoscritto, lo intende in modo totalmente positivo e nobilitante. Per lui, infatti, ciò che offende, scandalizza, sconcerta e porta chi legge a dire “quale mente depravata potrebbe anche solo pensare una cosa del genere?!” è l’unico indice secondo il quale il lavoro creativo dell’ingegno di una persona possa diventare arte.

Da queste premesse risulta abbastanza semplice capire perché l’arrivo nelle librerie del nostro paese della serie più conosciuta di Ryan, Prison Pit, in una raccolta che ne ripercorre l’intero ciclo di pubblicazione (originariamente pubblicato tra il 2009 e il 2018 da Fantagraphics, in sei volumi) sia un evento di interesse per i fan italiani del sottobosco fumettistico più scorretto eticamente e politicamente, me compreso. Perché è una dell’opere più pure e frivolamente leggere che potrete leggere in questo panorama, e anche questa volta intendo quanto scritto come valore positivo.

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Prigioni e buchi (di culo)

Una gigantesca prigione fluttua nel cielo, troneggiante nella sua semi-sospensione che la tiene ancorata nel cielo solo attraverso un lunghissimo tubo che termina direttamente sul suolo di un non meglio specificato pianeta. Sulla superficie di esso i più sboccati, violenti, erotomani e imbecilli criminali della galassia vengono gettati per scontare la loro pena contendendosi il controllo dei territori, drogandosi bevendo secrezioni di lombrichi e, soprattutto, menandosi tantissimo. È qui che comincia l’avventura di Cannibal Fuckface (in italiano semplicemente Facciadicazzo), protagonista di Prison Pit, gettato dentro il condotto dalle guardie del carcere e lasciato in balia degli altri detenuti.

La storia che Johnny Ryan imbastisce è chiaramente un semplice pretesto per sfogare ogni devianza che all’autore può saltare in testa. Questo, ovviamente, non significa affatto che Prison Pit non abbia una coerenza narrativa emergente e evidente ma che non si preoccupa troppo a creare una trama profonda o condita da messaggi alti. Al contrario anzi il libro è un concentrato di sporcizia punk; un distillato di porcheria e nefandezze che – in un gesto tipico della subcultura di cui sopra – se ne frega altamente di creare il contesto per fare critica alla realtà. L’eccesso è talmente alto e presente da generare un vuoto pneumatico su se stesso: non c’è nessun interesse a salvare l’umanità trasmettendogli quanto faccia schifo, è molto più divertente vedere quanto lontano possa arrivare questo schifo.

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Certo, si può anche dire che lo svuotare totalmente di morali il sistema di violenza che permea il fumetto possa essere essa stessa una scelta politica. Ma il nichilismo di fondo è soltanto un lieve sentore, che non porta a farsi grandi domande o pensieri. Johnny Ryan preferisce di gran lunga restituire una quantità talmente alta di contenuti offensivi che si genera un effetto di senso che porta la lettrice o il lettore a riderne come se si trattasse di cose decisamente più leggere e frivole di quel che sono.

Prison Pit è quindi un concentrato di cose talmente sbagliate che fanno il giro e, una volta diventate così tante da far perdere conto a chi legge, diventano motivo di ironia e goliardia. Anziché concentrarsi sullo sconcertare per sensibilizzare, Ryan vuole sconcertare per l’atto sovversivo che rappresenta senza curarsi troppo di insegnamenti e conseguenze.

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Fare i primi passi nel fumetto underground

Proprio per la leggerezza che compone e attraversa l’opera, Prison Pit è un punto di partenza decisamente ideale per iniziare a esplorare e interessarsi al fumetto più alternativo e nascosto. Non si pone grandi mire sociali, e quindi è facilmente digeribile dai più, ma si presenta confezionato in un modo inequivocabilmente riferito a e rappresentativo del panorama underground internazionale. Quello di Ryan è un fumetto che trasuda la necessità di una via esterna al mainstream su vari livelli, siano essi contenutistici o formali, e ne rappresenta gli stilemi in modo sia comprensibile che funzionante.

In tal senso va fatto un grande plauso a Eris Edizioni che ha curato l’edizione italiana di Prison Pit avendo anche in mente questo valore aggiunto dell’opera e volendo, a modo loro, dare un’eredità tutta italiana al lavoro del fumettista statunitense. Questa operazione viene fuori grazie alla sovra-copertina limitata disegnata da Spugna – forse l’autore italiano che più ha preso ispirazione dall’opera – ma anche e soprattutto dall’operazione di adattamento di testi e onomatopee a opera di Adam Tempesta. L’editore ha dunque voluto coinvolgere due rappresentati sia della loro scuderia ma anche della realtà del fumetto alternativo italiano, dando un dato sensibile e sentito di come questo mondo sia pulsante anche nel nostro paese.

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Per concludere: l’arrivo di Prison Pit in Italia è da celebrare con gioia. L’universo di Johnny Ryan si nutre di grandi riferimenti (dal Berserk di Kentaro Miura al fantasy vintage dei primi giochi di ruolo, passando per Katsuhiro Otomo e il wrestling) ma ne svuota il contenuto proponendo un fumetto che è punk e senza compromessi in ogni singolo tratto. Una macchia scura e puzzolente carica di riferimenti a organi sessuali, violenze sconcertanti e parolacce così tanto densa da portare chi legge a una sola reazione: divertirsi. Se volete la risposta fantasy a Joan Cornellà siete accontentati.

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