Commenti sparsi sul nuovo film di Spielberg

Mentre stiamo aspettando che il buon Ernest Cline ne dia alla luce il seguito, ci riuniamo in cerchio a parlare della versione cinematografica del suo primo lavoro: Ready Player One. Il romanzo arrivò nelle nostre mani nel 2010, sicuramente ve lo ricorderete, e fu davvero un ottimo successo commerciale e, tutto sommato, anche di critica.

Le avventure di Wade/Parzifal nell’OASIS hanno stregato il popolo dei trentenni e quarantenni che spendevano soldini positivi per rivivere le gioie delle loro infanzie ormai perdute.
Il romanzo era un gioco, dall’inizio alla fine, ed era effettivamente divertente. La cosa interessante era il suo essere circonvoluto e multistrato, sia nella narrazione che nella semantica. Sembra una cosa difficile, ma non lo è affatto.
Seguiteci per due righe: la realtà descritta da Cline ha due strati,
il mondo andato a puttane dove le persone muoiono di fame e sono senza lavoro, e l’OASIS, il versante virtuale dell’esistenza, quello che apre gli orizzonti ed è fair con chiunque, o quasi. L’OASIS è preponderante nelle vite della gente, tanto da arrivare quasi a sostituire i contatti fisici, a preferire di andare a scuola via virtual internet, a lavorare con un caschetto in testa. Badate, non voglio fare la classica critica morale su questo aspetto della realtà descritta da Cline, me ne tengo a distanza e ve la riporto così come l’autore l’ha immaginata. Questo, come potrete intuire è il multistrato narrativo, con le storie che si muovono parallele descrivendo le gesta dei protagonisti nel mondo reale e la loro controparte digitale. Il parallelismo della trame si perderà, giustamente, quando i personaggi arriveranno a incrociarsi per davvero e le azioni del mondo virtuale si abbatteranno anche sul versante più fisico e analogico dell’esistenza.

ready player one aspettative

Il secondo aspetto, quello semantico, è in realtà la paraculata più grande che Cline ha messo in scena, il vero motore che sta alla base di tutto il romanzo, quello che l’ha fatto salire nell’Olimpo della scrittura da bestseller: i continui, indefessi, interminabili e incredibili riferimenti controculturali anni ’80. Una sola decade di storia che prorompe in ogni passaggio, ogni gesto, in un continuo avvicendarsi di citazioni, metacitazioni, paracitazioni e tutto quello che c’è in mezzo, ubriacante per certi versi, del tutto fine a loro stesse per altri.

Fermiamoci un attimo e facciamo un respiro: non denigro questa scelta, affatto. Fa parte di un progetto estremamente ben strutturato e ragionato, come lo dimostra anche il fatto che il romanzo in quanto tale racchiuda degli indovinelli e degli Easter Egg che nel 2012 hanno fatto vincere una DELOREAN (ripetetelo ad alta voce) a chi è riuscito a risolverli tutti. Per cui, il mio plauso va a Cline, al suo modo di gestire questa situazione e alla sua visione transmediale, ultramediale della storia che stava raccontando. Ha creato un fenomeno e bisogna dargli atto di aver fatto migliaia di ricerche, di aver raccolto dati da ogni dove, di aver STUDIATO per bene la materia, perché è innegabile che bisogna conoscere bene quel che vuole raccontare per avere un risultato così affascinante.

E allora perché questa sensazione che io stia per dire qualcosa di fastidioso? Beh, perché sto per farlo effettivamente. Vedete, quando ho preso in mano Ready Player One mi aspettavo un romanzo cyberpunk, con riferimenti culturali alla mia infanzia e adolescenza. Mi sembrava effettivamente fico, solo che man mano che andavo avanti e la storia si snodava, mi aspettavo finalmente che l’elemento ‘album dei ricordi’ o ‘Postalmarket dell’Anima’ si smorzasse e emergesse l’aspetto cyberpunk fantascientifico della storia. Insomma, è vero che l’OASIS è il punto di fuga della popolazione devastata che sopravvive in un’America allo stremo, ma è anche vero che voglio ardentemente mettere piede in quella America, in un momento di puro masochismo da lettore; ho il desiderio irrefrenabile di sporcarmi le mani e soffrire in mezzo ai disperati, così da scegliere volutamente di andare anche io nell’OASIS. È questo l’aspetto più buggato del libro, quello che non me l’ha fatto amare fino in fondo e, dannazione, se ci fosse stato, l’avrei messo in libreria accanto a Neuromante di Gibson. Ernest Cline sembra dare per scontato uno degli aspetti più interessanti e potenzialmente controversi dell’intero libro: che tutti preferiscono vivere virtualmente anziché nella realtà, e impone al lettore questa via semplificata, questa scorciatoia, affermando: Eh, ti dico che l’America è una merda, quindi, a tutti conviene stare connessi. Perché sì. E se vuoi sapere quanto sia una merda, allora leggiti quei tre o quattro paragrafi che mi sono sbattuto di scrivere. E non rompere, ecco guarda, la DeLorean! L’omino dei GhostBuster! OoooooooH!

Questo è ciò che mi è rimasto del romanzo…

L’immagine e le 1000 parole

E tutto questo inizio ci porta all’upcoming film, quello prodotto da Warner Bros, diretto da Spielberg e scritto a quattro mani dallo stesso Ernest Cline e da Zak Penn. Con queste premesse, fare delle previsioni è abbastanza complicato.

Il materiale cartaceo di partenza è un bel pentolone pieno di ingredienti messi a sobbollire, tutti molto ricercati, indubbiamente, ma molto diversi tra loro. Certo, a parte le mie considerazioni personali, non mi aspetto che il romanzo venga trasformato in un Blade Runner in salsa teenager, ma spero che qualcuno cerchi di tratteggiare in maniera più intensa il mondo vero, oltre a quello di gioco. Da questo punto di vista, c’è la Warner che un po’ mi inquieta: è vero che ha il vizio di darkizzare ogni cosa che tocca (vedere gli ultimi cinecomic DC è come vivere in un mondo desaturato e triste, dove tutto è sull’orlo di un baratro), ma è altrettanto vero che tale critica gliel’hanno mossa tutti e forse potrebbe decidere di cambiare rotta proprio con questo film. Speriamo di no… Una cosa è certa però: i soldi stanziati per il film sono una marea e si vede, ma a questo ci arriviamo presto!

Il secondo nodo su cui riflettere è Spielberg.
C’è poco da riflettere su Spielberg, mi direte voi, Fedeli Lettori. Ed è vero, però noi lo facciamo lo stesso. Se pensate al regista di Cincinnati adesso, la prima cosa che vi viene in mente, probabilmente, è che sia in una fase di declino, che forse è diventato troppo vecchio. E per fortuna queste sono in parte delle benemerite cazzate. Parliamo sempre della persona che ha diretto ultimamente il Ponte delle Spie, che ha portato sulla piazzola degli Oscar War Horse, che insomma, continua ad avere un certo tocco e riesce a far muovere quella dannata macchina da presa meglio di molti altri. Però purtroppo, tutti lo stanno schifando o hanno questa percezione malsana della sua decadenza per un motivo ben preciso: ha fatto fare una brutta figura al povero Harrison Ford con i suoi teschi di Cristallo. Diciamocelo: quello è stato uno dei momenti più bassi della carriera del regista, e i fan intransigenti e integralisti del Professor Jones non glielo perdoneranno mai. D’altronde lui si è anche giustificato, dicendo che Paramount lo obbligava a girare in poco tempo e che questo non giovava alla qualità del film. Prendiamo atto di questa “scusa” e prendiamo anche atto della sua rescissione del contratto con la stessa casa di produzione, quindi magari qualcosa di vero ci doveva essere.

D’altronde considero Spielberg come una delle scelte migliori per dirigere Ready Player One e la cosa non è così scontata. Non mi riferisco al suo indiscusso genio, alle sue capacità e a tutto quello che persone più brave di me hanno scritto in merito per anni e anni.

Il mio criterio è puramente spaziotemporale. Il romanzo di Cline è un’ode agli anni Ottanta, un continuo sciorinare quanto erano belli e quante idee hanno immaginato i creativi di quel periodo edonista e va da sé che non c’è persona migliore per coglierne l’essenza di un regista che ha scritto la storia del cinema negli anni ’80 e che effettivamente potrebbe riempire il film solo con le sue icone e i suoi personaggi.

Per Spielberg questo film potrebbe diventare un vero e proprio ritorno ai fasti di un tempo, in tutti i sensi: potrebbe finalmente riscattarsi e togliersi dal bavero della sua giacca la medaglietta di Regista in Declino (e non lo è, dannazione!) e mostrare un po’ in giro come si fa a dirigere una bella pellicola d’azione d’altri tempi, ma con una sensibilità tutta moderna. Questo mi lascia ben sperare e l’esperienza di Spielberg porterà magari a un miglior bilanciamento della cornice storica su quella virtuale, forse grazie al suo gusto impareggiabile di gestire le immagini riuscirà a darci una visione abbastanza potente delle città in declino, della popolazione disperata e delle Multinazionali demoniache senza sacrificare tutta la parte “divertente” da caccia al tesoro di Ready Player One, proprio perché una buona narrazione per immagini può essere più efficace di una cattiva prosa.

Screen Protector

Sul versante script e affini, hanno lavorato a quattro mani l’Autore stesso del romanzo Ernest Cline e una penna molto amata da Hollywood in questo periodo, Zak Penn.
Su Cline ci siamo già soffermati, e comunque lui nasce come sceneggiatore prima che come romanziere, visto che ha iniziato a guadagnare proprio con una sceneggiatura, Buckaroo Banzai against The World Crime League, seguito di The Adventure of Buckaroo Banzai across the 8th Dimension, e Fanboys, acquistato da Weinstein Company (chissà se ha subito molestie?.) Ha la sua esperienza in materia, quindi, e poi è l’autore del romanzo, anche se questa non è sempre una cosa buona.

Zak Penn è di tutt’altra pasta. Nel suo curriculum vanta la paternità di alcune pellicole abbastanza note e anche di alto successo, come X-Men 2 e X-Men Scontro Finale, The Avengers, The Incredible Hulk (quello con Edward Norton) e altri lavori di chiara impronta action. Sicuramente è un autore in grado di scrivere scene veloci e gestire il climax in sequenze adrenaliniche, senza tralasciare altri aspetti più intimisti delle storie. È interessante come la sua sia un’impronta Marvelliana, quindi più leggera nella scrittura dei rapporti tra personaggi, e forse questo sia l’inizio di una virata verso la Luce da parte di Warner Bros (anche il seguito di Suicide Squad è stato affidato alla sua scrittura, per inciso).

L’esperienza di Penn non si limita al cinema, avendo credits come creatore di una serie televisiva di fantascienza, Alphas, e come sceneggiatore di due videogame, X-Men the official game e Fantastic Four. Visto il materiale su cui ha mosso la sua penna, Zak è davvero titolato per affrontare l’epopea pop di Wade e compagni nel mondo dell’OASIS, anche se temo, seppur vagamente, che questo faccia diventare tutto una pletora caciarosa di esplosioni e virtuosismi action, lasciando un po’ andare il senso di disperazione che pervade l’intera trama, almeno in maniera sotterranea.

Pop Culture

Abbiamo ripetuto in continuazione quanto Ready Player One sia un lunghissimo album dei ricordi in cui i miei coetanei trenta-quarantenni potranno crogiolarsi tra una rimembranza e l’altra e giocare a chi riconosce più riferimenti. E questo è stato in primis uno dei motivi di assoluto successo di tutto l’impianto metanarrativo di Ernest Cline.

Guardando però i trailer, soprattutto l’ultimo, ci si accorge di quanto sia visivamente imponente il gioco e di come cerchi di lasciare un’impronta stilistica. A parte le esplosioni, la scena nella discoteca a zero G, gli inseguimenti, è interessante come si sia (spero volutamente) deciso di lasciare quell’alone finto, riconoscibile, intorno agli umani generati nell’ambiente virtuale. Sono chiaramente dei costrutti digitali,  e non attori veri che si muovono nella sola premessa di un mondo virtuale. Questa scelta, che sembra votare a una sorta di low fi degli effetti speciali, è invece perfettamente in linea con la dicotomia narrativa tra vita reale (e attori veri) e vita virtuale (con attori costruiti al computer), in modo da non perdere mai di vista dove si sta svolgendo l’azione. L’interpretazione visiva in questo senso riesce in qualche modo a donare addirittura più carattere al mondo dell’OASIS, con un continuo ripetere che quello che stiamo vedendo è FINTO, non si può toccare se non con un caschetto e una tuta Stim-Sint.

 

 

Sempre dai trailer però si nota qualcosa che si discosta un po’ dall’idea del romanzo, ma che forse ne amplia il concept, allargando il periodo di riferimento culturale. Da una parte non mancano le cose già lette nel libro, come la Delorean (che però aveva anche il pack dei Ghostbuster, per rendere tutto ancora più kitsch e adolescenziale), dall’altra parte, in un gioco di citazioni che ormai sta diventando stucchevole e che ci auguriamo non strabordi oltre il dovuto, ci sono personaggi di videogiochi attuali, icone di film più o meno amate, tanto da far sembrare il trailer come una sorta di vetrina vivente in cui esporre tutte le cose che ci sono piaciute.

E qui torniamo al discorso dei soldi investiti dalla Warner per questo progetto: per acquisire i diritti di tutta la roba che si muove a schermo deve essere stata spesa una fortuna, anche se alcune proprietà intellettuali sono interne alla casa di produzione stessa. Questo è un bene, perché davvero ne vedremo di tutti i colori, ma d’altronde ci pone un altro quesito: quanti soldi sono rimasti da dedicare davvero al film? Certo, non potremo mai sapere come vengono ripartiti i milioni di dollari messi sul tavolo, ma insomma qualche dubbio ce l’abbiamo e un po’ la cosa ci lascia perplessi. Ci auguriamo che non diventi solo una continua esibizione di vecchie e nuove glorie culturali, che la sensazione che emerga non sia quella di attendere la scena successiva per riconoscere quante più citazioni possibili, che non si abbia poi tra le mani una pellicola fatta a uso e consumo dei folli di Youtube che si divertono a farne i breakdown e gli studi fotogramma per fotogramma al puro scopo didascalico di scovarne tutte ramificazioni pseudoculturali.
E pensare che una volta il cinema si studiava per altri motivi e in altri modi…

Per concludere, Ready Player One arriverà tra qualche settimana nelle sale cinematografiche, e se proprio volete saperlo, lo andremo a vedere sicuramente. Perché a conti fatti, per quanto il romanzo abbia della falle, per quanto alcune cose ancora ci lasciano un po’ con la bocca storta, al netto di tutto, siamo curiosi, e questo è il risultato migliore che i trailer e le notizie riguardo al film potessero raggiungere.

Ci vediamo al cinema, o al massimo, in OASIS, dove tutti possono essere quello che vogliono, anche autori di Stay Nerd.

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