Un grande JRPG finalmente in occidente

Dopo Final Fantasy XV, Persona 5 e Tales of Berseria, il nuovo Dragon Quest XI: echi di un’era perduta è sicuramente la quarta grossa uscita della generazione per quanto riguarda i JRPG. Se l’hype in occidente è sicuramente limitato rispetto a quello sentito in patria è soltanto colpa della distribuzione della serie, che storicamente è sempre arrivata in occidente a singhiozzo (quando arrivava), e solo partire da tempi recenti (al punto che Square-Enix ha dichiarato che l’uscita dal territorio giapponese dei prossimi episodi dipenderà dalle vendite di questo undicesimo episodio).

Dragon Quest è però una delle più importanti serie di JRPG della storia, e l’uscita Playstation 4, PC e Switch è certamente un momento importante per il genere all’interno dell’attuale generazione. Se Final Fantasy XV cercava di innovare la formula della serie virando sull’action e Persona 5 mirava a perfezionare il JRPG tradizionale fino al più piccolo dettaglio, Dragon Quest XI punta ad un perfetto classicismo, sotto ogni punto di vista. Certo, le mappe sono più ampie che in passato – non parliamo comunque di un open world –  i nemici si vedono sullo schermo e ci sono alcune piccole accortezze utili ad alleggerire gli aspetti più tediosi del gioco di ruolo giapponese, ma tutto, a partire dalla storia per finire con il gameplay, sono l’eco di un’era perduta (cit.).

La storia, come accennato, è piuttosto canonica: il nostro protagonista è la reincarnazione del Lucente, un eroe che secoli prima salvò il mondo. Scoperto questa responsabilità il nostro, rigorosamente muto, decide di mettersi in viaggio seguendo le indicazioni lasciategli dal nonno, per scoprire che non tutti lo considerano un salvatore, ma anzi in molti lo temono, credendolo un portatore di sventura. Da qui inizierà un viaggio molto canonico, puntellato di città da visitare e dungeon da esplorare, con una serie di personaggi che si aggiungeranno al party uno dopo l’altro. Se è vero che i colpi di scena non mancano, sicuramente le avventure del Lucente non possono che sapere di classico, per chi apprezza un certo modo di fare JRPG, o di già visto, per chi invece vorrebbe qualcosa di nuovo. È sempre un’impresa non facile, quando si ha a che fare con qualcosa che si muove nel solco di una tradizione consolidata, dare un giudizio di valore. Se chi vi sta scrivendo, in tutta sincerità, si è oramai annoiato di un certo tipo di storie, è innegabile che per molti giocatori un racconto di questo tipo sia un sano tuffo nel passato, perché a ben pensare di giochi così tradizionali non se ne vedono più molti, neanche andando a cercare tra i lavori di Falcom, normalmente piuttosto conservatrice. 

Così come la storia, anche il cast di personaggi tende a derivare direttamente da quelli che sono gli archetipi del genere. La loro costruzione resta però interessante, perché se è vero che non si tratta di niente di nuovo, è allo stesso modo impossibile non provare simpatia per il party e le loro storie personali e per i rapporti che si intrecciano. Un po’ meno bene invece il character design, che vede un Toriyama decisamente fuori forma. Esteticamente il cast è poco ispirato, a parte rare eccezioni, ed è un peccato perché il resto del design, mostri in primis, è veramente eccezionale, come da tradizione della serie d’altronde. Molto belle anche le location, ispirate a posti reali: la messa in scena generale è di ottimo livello, soprattutto grazie ad una direzione artistica e ad un utilizzo del colore veramente di pregio.

Sono ormai quasi 600 parole che parliamo di classicismo, ed è giunto il momento di vedere in che modo Dragon Quest XI sia classico per quanto riguarda il gameplay: i combattimenti sono quelli tipici, a turni rigidi, di un JRPG dove i personaggi attaccano alternandosi nell’ordine dato dalle statistiche. Square-Enix ha ben pensato di permettere al giocatore di scegliere una modalità dinamica, in cui si può muovere il personaggio sul campo di battaglia… ma non cambia assolutamente nulla, il posizionamento non influisce in alcun modo sugli scontri.  Il party in battaglia è composto da quattro personaggi, sostituiti dalle riserve in caso di totale sconfitta di quelli in campo. Volendo è anche possibile switchare i membri attivi durante lo scontro. Ognuno ha le sue specializzazioni, secondo quelle che sono le classi canoniche dei giochi di ruolo giapponesi. Sotto questo punto di vista il gioco si apre a un minimo di costruzione dei diversi personaggi, perché è possibile indirizzarli utilizzando uno skill tree piuttosto risicato ma funzionale. Ognuno può infatti prendere due o più vie diverse, da spendere in determinate specializzazioni magiche piuttosto che nella maestria con un’arma specifica.

Questo albero delle abilità permette sia di avere dei boost in singole stat (forza, destrezza, magia) che di apprendere nuove abilità specifiche per una data arma. Il tutto non è poi così incisivo, anche perché è possibile redistribuire i punti spesi con una spesa di denaro veramente esigua, ma sicuramente rende molto più divertente la pianificazione delle diverse specializzazioni in seno al party, lasciando un margine di manovra certamente non enorme ma neanche così scontato. Il gioco avanza come ci si aspetterebbe, con il canonico alternarsi di città, dungeon e world map, esplorabile con veicoli sempre nuovi come da tradizione. La mappa del mondo guadagna in estensione, essendo effettivamente esplorabile in lungo e in largo, seppur divisa tra macroaree. D’altra parte però l’esplorazione è incoraggiata solo dalla ricerca di materiali, utili per il crafting: le zone sono fondamentalmente vuote. Anche l’introduzione di un tasto dedicato al salto non significa alcun tipo di sviluppo verticale, purtroppo. Allo stesso modo i dungeon sono molto schematici e mancano internamente di grande varietà.

La sfida principale quindi, sia per le aree aperte che per i sotterranei è rappresentata dai nemici, visibili a schermo, presenti in grande quantità e varietà e facilmente evitabili, anche se vi sconsigliamo di farlo. Dragon Quest XI infatti non è un gioco particolarmente difficile, a patto che lo si affronti combattendo costantemente una parte degli avversari che si incontrano, così da non essere mai eccessivamente troppo bassi di livello. Alcuni combattimenti possono ovviamente risultare più ostici di altri, ma con la giusta strategia, il giusto party e le giuste abilità si può fare tutto con pochi tentativi, a patto di non aver evitato ogni combattimento casuale delle zone precedenti.

La formula complessiva è estremamente bilanciata, e permette al gioco di essere sempre eccezionalmente scorrevole, presentando le giuste difficoltà senza mai annoiare o risultare frustrante. Il lavoro svolto da Square-Enix sotto questo profilo è più che encomiabile, data la facilità di perdere equilibrio quando si sviluppa un gioco così pieno di contenuti (e lo abbiamo visto con Final Fantasy XV). Dragon Quest XI, pur senza innovare nulla, riesce ad essere brillantemente realizzato, centrando in pieno quello che diremmo essere il suo obbiettivo, ovvero la realizzazione di un JRPG divertente e alla portata di tutti, senza dimenticare quel senso di progressione e avventura che ha fatto grande il genere.

Square-Enix ha anche cercato di alleggerire alcuni aspetti del gioco di ruolo più tradizionale, per snellire alcune meccaniche effettivamente tediose. Gli spostamenti si possono effettuare a cavallo, o utilizzando una comoda magia di teletrasporto in grado di farvi arrivare praticamente ovunque in pochi istanti (grazie anche all’ottima velocità di caricamento del gioco, tra l’altro), ed entrambe le cose si ottengono praticamente fin da subito. Esiste un comando per curare tutti i personaggi in modo più efficiente possibile, così come è data la possibilità di controllare direttamente i singoli membri del party, o lasciarli guidare dall’IA su nostre specifiche indicazioni. Il sistema di salvataggio e di game over è molto meno rigido di quanto non lo fosse in passato, permettendo così di continuare dopo essere stati sconfitti mantenendo parte dei progressi, senza dover iniziare dall’ultimo checkpoint. Queste e tante altre piccole accortezze aiutano Dragon Quest XI a essere giocato a cuor leggero anche da chi non è abituato ad una certa ripetitività di fondo, nonostante alcuni aspetti del gioco un po’ stridano con queste aperture ad un gioco di ruolo più dinamico, come i caricamenti prima di iniziare uno scontro (che poi però si svolge dove è stato attivato) o l’eccessiva durata del combattimento stesso – ma in questo caso è difficile tornare indietro dopo Persona 5.

Chiudiamo infine con l’aspetto tecnico di Dragon Quest XI, che come già accennato è delizioso. La direzione artistica complessiva è ottima, e scivola soltanto nel tratteggio dei personaggi che rimangono piuttosto anonimi. Il resto è un gran bel vedere, forse merito anche dell’Unreal Engine 4. La sensazione di vedere un anime portato verso la terza dimensione è fortissima e la realizzazione degli ambienti è spesso ottima, sia sotto il profilo stilistico che sotto il punto di vista più strettamente tecnico. Anche il doppiaggio, presente sia in giapponese che in inglese è di ottimo livello, nonostante siamo certi che qualcuno storcerà il naso per l’accento italiano degli abitanti di Gondolia. La colonna sonora è a sua volta buona, nonostante l’eccessiva brevità e i brani in MIDI, decisamente fuori tempo massimo di almeno 15 anni per poter essere effettivamente apprezzati senza far del male alle orecchie.

Verdetto 

Dragon Quest XI è un ottimo titolo. Ogni aspetto del gioco è ottimamente bilanciato, facendo si che l’esperienza scorra piacevole per tutta la sua lunga durata. Quel senso di avventura e di scoperta dei vecchi JRPG è qui perfettamente intatto. Nonostante questa possa essere un’arma a doppio taglio per alcuni, non c’è sicuramente da muovere nessuna critica a Square-Enix se non per una piccola scivolata sul character design e sulla colonna sonora, limitata sia nella quantità dei brani che nella scelta del formato MIDI. Dragon Quest XI: echi di un’era perduta è quindi certamente un gioco da consigliare a tutti, amanti o meno del genere, perché effettivamente fruibile da chiunque. In fondo le storie d’avventura classiche non hanno tempo, e ci fanno sempre un po’ tornare bambini.

 

Se Dragon Quest XI vi stuzzica…

Rimanendo nel genere, dovete assolutamente giocare Persona 5, praticamente perfetto sotto ogni punto di vista. Se invece preferite una deriva più action, ma volete rimanere nelle atmosfere fiabesce, YSVIII: Lacrimosa of Dana è quello che fa per voi!

 

 

 

 

 

[Recensione] Dragon Quest XI: echi di un’era perduta – Il classicismo del gioco di ruolo giapponese nel 2018
8.5Overall Score
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