Storia di ordinaria follia a parole e a fumetti

Mi stavo un po’ scervellando per capire da che parte iniziare a scrivere questa recensione. Confesso che la difficoltà sta sempre nel mettere la prima parola sul foglio e poi aspettare che il rigagnolo si trasformi in torrente, sperando nel fiume in piena. Mi sono allora messo a guardare il soffitto, e a pensare al libro che avevo letto per ben due volte. E la cosa che mi è venuta in mente, così a ciel sereno, sono stati Diderot e D’Alembert, due vecchi illuministi che nel curriculum vantano l’ideazione e la scrittura dell’Encycopédie, mica cazzi. Sia ben inteso, NON è l’Illuminismo la chiave di lettura di Je suis Chapeau, ma un altro aspetto dell’Encyclopédie e dei folli programmi di Diderot e socio: il gioco. Non sto qui a farvi un inutile excursus sull’aspetto ludico della gigantesca opera di catalogazione del sapere avviata alla fine del 1700, ma vi posso assicurare che una cosa traspare ed è certa: per questi autori il gioco era una cosa seria e così è sempre stato finora. E questa lezione, implicita o esplicita che sia, l’autore Andrea Caccese l’ha fatta sua e l’ha esposta e rimarcata per 85 pagine di un progetto sui generis e pieno di idee intelligenti.
È quindi giunto il momento di farci un viaggio tra i capitoli, le tavole e le invenzioni di Je suis Chapeau. Seguitemi.

Un autore quasi Saggio

Dietro le quinte del Progetto Je suis Chapeau: Come far credere a tutti di essere fumettista c’è Andrea Caccese, giovane autore di sceneggiature, fumettista nella categoria ‘fumetti disegnati male’ (che non è una cosa offensiva, sia ben inteso), attivo nell’ambito dei webcomic sia in solo che in collaborazione con il collettivo Drink Oppio (con cui ha scritto la saga Drink Oppio vol. 1, che ho letto e per questo mi meriterei un certo premio…), scrittore di articoli per il sito Lokee. Insomma, uno che con le parole ci bazzica da molto, che si muove sui social e che è attento a quello che gli succede intorno.

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Tutto questo background è importante per capire le basi della sua opera. Infatti il libro riparte dalle avventure del binomio comico Sceneggiatore  e Disegnatore, protagonisti di molti episodi pubblicati gratuitamente su internet. In questa raccolta di strisce e tavole autoconclusive vengono dipinti i caratteri dei due protagonisti: lo Perfido Sceneggiatore con cappello nero e basso (Je suis Chapeau vi ricorda niente?) è un essere umano prevaricatore, aggressivo, arrogante e cattivo e se la prende puntualmente con il suo Disegnatore, che porta un cappello alto e bianco ed è ormai vessato, frustrato e insultato oltre ogni umana sopportazione.

In Je suis Chapeau avviene l’inenarrabile: Lo  Perfido Sceneggiatore muore (per la gioia del Disegnatore) e lascia in eredità un tomo intitolato ‘Come far credere a tutti di essere un fumettista’. E qui comincia il vero gioco. Quello serio.

La prima chiave di lettura di questo libro è appunto quella saggistica: una serie di spiegazioni più o meno lunghe su molti aspetti del fumetto come arte in continua evoluzione e che è finalmente approdata di diritto su Internet, prendendo il nome di Web Comic. L’impostazione di questa corposa sezione è volutamente colloquiale, dove l’autore (che, ricordiamo, è lo Perfido Sceneggiatore, ma si intravede la faccia ghignante di Caccese) ci spiega alcuni segreti reconditi del mondo dei social, del funzionamento di certi algoritmi e dell’origine di alcuni mali assoluti di internet come le faccine e i meme. Un lungo excursus su quello che puntualmente a colpi di mouse scorriamo sui nostri computer o sui nostri smartphone, contribuendo in maniera diretta o indiretta alla nascita e morte di mode e tendenze. Badate non è un trattato, anche la parola saggio sarebbe eccessiva, ma più che altro un ottimo testo divulgativo, che non si tira indietro nel presentare tecnicismi e formule matematiche, dimostrando che dietro quello che appare davvero libero arbitrio o scelta incondizionata, c’è invece una fredda macchina calcolatrice programmata per farci credere di essere liberi.

Il tono scelto per questa divulgazione è quello colloquiale e sereno di un maestro e i suoi allievi, ma non di quei maestri delle scuole che tanto siamo stati abituati a odiare, ma uno di quelli da cartone animato, di quelli che propongono addestramenti ad improbabili eroi, che sanno dispensare perle di saggezza e punizioni folgoranti, senza però mai essere ingiusti. E questo è contemporaneamente il punto di forza e il punto di debolezza della parte saggistica di Je suis Chapeau. Da una parte dà delle ottime nozioni, esposte in maniera chiara e comprensibile, corredati anche da esempi pratici, dall’altra, purtroppo, si deve fare i conti con un testo limitato a quelle poche nozioni. Davvero, la cosa mi è successa al termine del capitolo sull’EdgeRank, qualcosa che avevo studiacchiato per i fatti  miei, ma che finalmente mi veniva offerta in maniera chiara (per quanto chiaro possa essere uno strumento demoniaco del genere). Mi aspettavo davvero che si andasse oltre alla spiegazione delle regole di base e che Turel (pseudonimo di Andrea Caccese) mi accompagnasse e mi facesse vedere le nefandezze di questo algoritmo, ma purtroppo il capitolo finiva… Badate, non era troncato, il discorso non è lasciato a metà, ma era iniziato così bene, che davvero non volevo che finisse… Ho riflettuto sul perché e capisco che non era nei programmi dell’autore (sia quello vero in carne e ossa, sia il meta-autore col cappello) addentrarsi nei meandri di certa matematica applicata ai gusti e quindi in parte giustifico questa scelta di lasciare il discorso sospeso… Anche se io avrei voluto di più.

Resta il fatto che tutto scorre liscio, la scrittura è chiara e non ci sono arzigogoli inutili, niente barocchismi. Due cose mi viene da appuntare: la prima è la mancanza delle fonti studiate per stilare le parti tecniche. Questo purtroppo è un retaggio della mia maledetta preparazione scientifica e mi ritrovo a fare le pulci e guardare sotto la gonna i tutti gli scrittori tecnici che mi ritrovo per le mani…

La seconda, invece, è che ho riscontrato un po’ di refusi e errori di battitura (pochi, considerando la mole di testo, tra cui alcuni che non sono se considerarli battute che non sono riuscito a cogliere… Cioè: perché Khansas, con la H? Per ben due volte?, e alcune virgole di troppo. Non sto qui a fare il grammar nazi, ma da fruitore del prodotto mi sento di dover segnalare queste piccole piccole mancanze: si sa, the devil is in the details…

Oltre la prima lettura

Il bello di questo libro è che ha diverse chiavi di lettura. La prima, la più ovvia e banale  quella appena descritta, la parte manualistica dell’opera, che per fortuna rappresenta solo la punta dell’iceberg. Il saggio per far credere a tutti di essere dei fumettisti si inscrive in una cornice narrativa più ampia, raccontata non solo a parole ma soprattutto con i fumetti.

Sì, insomma, Je suis Chapeau è un po’ libro di parole, un po’ libro di fumetti. È un LIBRIDO, un essere raccontante costruito con pezzi di storie vecchie e nuove. Ricordiamo che tutto è introdotto dal pretesto della morte de Lo Perfido Sceneggiatore e che quello che abbiamo letto è il suo contribuo postumo alla causa dei fumettisti e dei webcomics. E intorno a questa vicenda si sviluppa il resto della storia, raccontata a fumetti, con flashback™, evoluzioni e colpi di scena.

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In questo frangente, Andrea Caccese si è avvalso della collaborazione di diverse personalità del webcomic e del fumetto indie italiano , autori come Plunk, Pierz, Vaz, Trepicomics, Davide La rosa, Studiopazzia, Lise e Talami, Condre, Spyro, Emiliano Mattioli, XDinky, Giro, Marco Giammetti e Drawdown. Tranne che in alcuni casi, la coerenza stilistica è evidente: siamo nell’ambito dei cosidetti ‘fumetti disegnati male’, una corrente artistica dove la (in)capacità dell’autore di disegnare le vignette non è un male e basta, ma un male necessario. In questo tipo di approccio artistico prevalgono gli omini stecco, i disegni pasticciati e le griglie storte, ma questo non è un difetto. Come direbbero gli utenti Mac: è una faeture! Disegnare male un fumetto non vuol dire fare un brutto fumetto, su questo non ci piove, e i lavori intorno al saggio di Turel ne sono un esempio lampante. Molte sono storie autoconclusive di una singola pagina, altre si dilungano per qualche tavola in più, ma tutte hanno un senso, sia nella loro singola esistenza, sia nell’economia narrativa dell’intera opera. Le trovate grafiche e gli spunti narrativi variano e si sovrappongono, a cominciare dai diversi font che riempiono i baloon dei vari personaggi, fino alla rottura della quarta parete, l’uso metafumetti e del nonsense più efferato, andando a creare un mix di stili unico e riconoscibile, dove l’elemento scritto diventa parte integrante del disegno e il disegno supporta la parola. Io sono un tifoso dei fumetti disegnati male, lo ammetto, ma non sono un prodotto di facile digestione: il disegno è considerato un aspetto troppo grande del mezzo di comunicazione, tanto che spesso vedere cose disegnate in maniera non elegante fa storcere il naso e fa partire automaticamente filippiche e critiche infinite… Come sempre la verità sta nel mezzo, nel senso che ci sono fumetti disegnati bene e scritti da fare schifo e ci sono fumetti disegnati male e scritti peggio. Quindi, l’unico consiglio che c’è da dare è questo: fermatevi e leggete e guardateli, tutti, questi fumetti!

Tornando a noi: i fumetti nell’opera di Andrea Caccese sono una parte integrante dell’universo narrativo tratteggiato pagina dopo pagina e convergono a quella idea di gioco che ho citato all’inizio del pezzo. Infatti, leggendo le varie storie e mettendo insieme i pezzi di racconto, si arriva alla fine dove tutto viene ribaltato, tanto da pensare che la parte saggistica altro non era che un grandissimo scherzo, un ‘infinite jest’ architettato per farci credere poter capire qualcosa quando in realtà non c’era (forse) nulla capire…

L’effetto è quello straniante di un’illuminazione e ti viene da pensare ‘ma vedi sto figlio di…’, sorridendo beato di aver capito le intenzioni dell’autore, contento di essere stato complice di un colpo di scena quasi inaspettato. Eh eh eh… Oh oh oh…

Non c’è due senza tre

… E poi ecco che arriva il terzo livello di lettura, quello vero, quello con i piedi per terra che sta lì pronto a prenderti a pugni nella pancia. Quello che non solo ribalta tutto quello che viene detto prima, che sia o meno un grande scherzo, ma ti dice chiaro e tondo che davvero c’è tanto da capire e che forse non ne usciremo mai. Si ritorna di forza alla cruda realtà fatta di morte e fumetti rubati, di ipocrisia e dolore, con tutta la consapevolezza che conoscere il vero significato di un Edgerank o l’algoritmo con cui Facebook ci prende per il culo non serve a cambiare la natura umana, ma almeno ci fa prendere le distanze. Perché alla base di tutto c’è la conoscenza, il sapere e l’affermazione di noi stessi come esseri pensanti.
Il finale, anzi il Grand Finale di questo libro è un monito, quasi una dichiarazione programmatica scritta col cuore da un artista che ci crede davvero, che cita e dissacra la cronaca di qualche tempo fa, parafrasando quell’hashtag Je suis Charlie che ha fatto emergere il populismo, la superficialità e la pavidità di tante autorevoli voci che imperversano sui vari canali mediatici, perché come ha detto qualcuno più bravo di me ‘È facile essere Charlie con il Dio degli altri...’

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In questa ottica, il valore sottile e tagliente dello scritto di Turel sta nella feroce satira che lo macchia ovunque, una critica velata e condita di parole tale da non sembrare neanche veramente critica, ma che lo diventa quando il contesto viene finalmente chiarito e tutte le parole assumono un colore diverso, fatto di amarezza e sorrisi sbilenchi.

E alla fine chi vince?

Il gioco iniziato da Turel giunge comunque al termine dopo circa 80 pagine che scendono via al volo, in un pomeriggio. È divertente passare il tempo in compagnia di questo scritto, è soddisfacente arrivare alla fine e pensare a tutto quello che si è letto, ai vari livelli di interpretazione, e si passa sopra ad alcune sbavature, come alcune pagine piene zeppe di parole, quasi a mo’ di wall of text, o di fronte a errori di battitura. Resta sempre l’idea di aver partecipato a qualcosa di bello, qualcosa che meriterebbe davvero di essere letto, in attesa che questo artista maturi completamente, che mostri davvero la tempra che si porta appresso.

Je suis Chapeau: Come far credere a tutti di essere un fumettista è un esperimento di fusione di diversi media narrativi, che fa della serietà il suo modo di ridere, un librido, a metà strada tra tante cose avete letto, che in un certo senso si scaverà la sua nicchia da solo. Un continuo gioco, di cui Diderot e D’Alembert sarebbero stati sicuramente indifferenti, ma solo perché erano degli spocchiosi illuministi del cazzo…

E per rimanere in linea con l’aspetto ludico dell’intero libro (che forse ho visto solo io, ma who cares), c’è davvero un ultimo ultimo scherzetto dell’autore, che non vi svelo. Vi dico solo: arrivate fino alla fine fine, senza distrarvi, soprattutto se vedete un mucchio di linee e punti… Fate attenzione, magari qualcuno sta cercando di dirvi qualcosa…

Eugene Fitzherbert
Vittima del mio stesso cervello diversamente funzionante, gioco con le parole da quando ne avevo facoltà (con risultati inquietanti), coltivando la mia passione per tutto quello che poteva fare incazzare i miei genitori, fumetti e videogiochi. Con così tante console a disposizione ho deciso di affidarmi alla forza dell'amore. Invece della console war, sono diventato una console WHORE. A casa mia, complice la mia metà, si festeggia annualmente il Back To The Future Day, si collezionano tazze e t-shirt (di Star Wars e Zelda), si ascolta metal e si ride di tutto e tutti. 42.