Il nuovo Robin Hood si tinge di action e di grottesco

Non possiamo negarlo: il cast eccezionale e il trailer ammiccante allo stile di Guy Ritchie ci aveva incuriosito non poco.

Taaron Egerton si era lasciato apprezzare molto nei Kingsman; il Premio Oscar Jamie Foxx è una certezza; mentre Ben Mendelson nel ruolo dello sceriffo di Nottingham ci aveva mandato letteralmente in visibilio.
Di contro c’erano le incognite di sceneggiatori poco (o per nulla) conosciuti, come Ben Chandler e David James Kelly, e di un regista come Otto Bathurst, che sappiamo aver diretto alcuni episodi di Peaky Blinders (per cui ha pure ricevuto premi) ma ancora a zero nella casella lungometraggi.
Il collante qui forse è Leonardo DiCaprio, che nelle vesti di produttore è stato probabilmente in grado di metter su questo intrigante cast tecnico-artistico.

La storia, cambiamenti dello script a parte, la conosciamo bene e l’abbiamo vista in mille salse prima di quest’ennesimo riadattamento cinematografico.
Pronti, via, Bathurst ci catapulta subito nel suo racconto adrenalinico e pseudo-storico, con eventi sciorinati di continuo lungo le quasi 2 ore di proiezione che hanno il pregio – uno dei pochi – di non annoiare mai.

Robin Locksley (Taaron Egerton) è un nobile, che conosce e si innamora di Lady Marian (Eve Hewson) ma proprio sul più bello della loro love-story è costretto a partire per le Crociate. Al suo ritorno in patria però le cose non vanno come previsto, e trova una città in ginocchio per via della folle gestione dello Sceriffo, con la sua Marion ormai nelle braccia di Will Scarlett (Jamie Dorman), poiché il povero Robin è stato dato per morto e dichiarato tale.

Quando inizia a comprendere i terribili giochi di potere Stato-Chiesa dietro la distrastrosa situazione economica della città, va su tutte le furie ma è un nuovo inaspettato “amico” a non fargli perdere le staffe e metterlo sulla strada giusta, facendolo diventare Robin Hood. Parliamo ovviamente di Little John (qui semplicemente John, interpretato da Jamie Foxx), che l’eroe in calzamaglia aveva già conosciuto durante le Crociate, in modalità che preferiamo non svelarvi.

Proprio le guerre religiose sono uno dei punti nodali dell’opera, e qui emergono in modo assai più netto che nelle precedenti versioni cinematografiche.
C’è infatta tanta politica tra le righe di un esplosivo e frenetico racconto, dove la forte componente action diventa il modo per incollarci allo schermo e rimpinzarci di tutto ciò che passa per la testa di Bathurst, che si diverte ad utilizzare la pluriabusata storia di Robin Hood per fare quella che probabilmente ritiene informazione (o disinformazione, questo giudicatelo voi), trasformando gli scontri tra le guardie armate e il popolo in una sorta di G8. Lo stesso look di Robin esce dai soliti schemi, apparendo come un mix tra un black bloc e Arrow.

Per il resto il film si basa su una serie di cliché di genere, spesso portati all’ennesima potenza, in maniera grottesca. L’allenamento di Robin per esempio segue gli standard già visti in tantissime pellicole, e ci sembra di assistere ad una versione medievale di Never Back Down. Non serve farsi troppe domande su come il giovane Locksley diventi in pochissimo tempo da abile tiratore con l’arco a vera e propria macchina da guerra, perché è la stessa impostazione del film che ci fa far spallucce ed andare avanti.

Bathurst si porta appresso un po’ di Peaky Blinders, e oltre a Paul Anderson (qui Guy di Guisborne) figura nel cast tecnico qualche nome già visto, come il direttore della fotografia George Steel. Nel complesso abbiamo una squadra se non alle prime armi comunque novellina del grande schermo, ma il paradosso è che i problemi di questo Robin Hood non arrivano da questo fronte.

Nemmeno il cast artistico svolge un brutto lavoro. Egerton, nonostante a volte sembri più il già citato Arrow della serie (forse anche per una discreta somiglianza tra i due attori) che Robin Hood, fa bene i suoi compiti, mentre Jamie Foxx è la solita certezza. Inutile spendere poi le solite parole al miele per un attore come Ben Mendelson, che finalmente si fa vedere sempre più spesso sul grande schermo e nei ruoli che ci piacciono. Un po’ debole la Marian di Hewson, ma in generale tutti gli attori si ritrovano schiavi di un copione banale che non ci regala nulla di nuovo, né un motivo in più per entusiasmarci di fronte a questa nuova versione di Robin Hood.

C’era davvero bisogno di un ennesimo adattamento? La risposta è no. Senza ulteriori giri di parole. Lo abbiamo visto in tutte le salse e in tutte le vesti, e solo per il cinema esistono più di 30 film con protagonista il ladro che ruba ai ricchi per dare ai poveri, senza contare poi quelli ispirati al personaggio o parodie (come Un uomo in calzamaglia).

Di certo tra le più famose, a parte la favolosa versione Disney del ’73, tutti abbiamo negli occhi Il Principe dei ladri (’91) con Kevin Costner e Sean Connery, con quest’ultimo protagonista invece qualche anno prima (’76) di Robin e Marian, mentre va menzionato ovviamente l’ultimo adattamento prima di questo, ovvero quello di Ridley Scott con Russel Crowe protagonista.

Quest’ultima versione non aggiunge nulla ad una storia bellissima ma narrata in tutti i modi, e i tantissimi momenti WTF che caratterizzano la pellicola di Barthurst ci fanno soltanto mettere le mani tra i capelli e sorridere amaramente dinanzi a sequenze spesso ridicole.
Scintille che danno vita ad esplosioni e continui scontri ed uccisioni senza sangue rappresentano il core di questo Robin Hood, che continua la saga delle stramberie con sequenze che ci portano non soltanto fuori dal medioevo ma totalmente fuori dal mondo, in una realtà dalle tinte quasi steampunk che allieta l’occhio ma disturba la mente. Non passerà inosservata la scena della festa, una sorta di versione assurda di quelle de La grande bellezza e se è vero che – come abbiamo detto in apertura – non ci annoiamo mai, esistono comunque mille altre modi, di certo migliori, di occupare il tempo.

robin hood

Verdetto

Il Robin Hood di Otto Barthust è l’ennesimo adattamento cinematografico di un’opera ormai strizzata e la sua versione, purtroppo, non aggiunge nulla alla storia ma anzi toglie qualcosa a noi: il tempo.
Se è vero che il ritmo adreanalinico non permette la noia, va altresì detto che quest’opera è un prodotto volutamente gonfio di stereotipi di genere, che va a sprecare un ottimo cast artistico per un racconto scialbo e prevedibile, peraltro inutilmente colmo di riferimenti politici e religiosi. Non che questo sia necessariamente un male, ma lo diventa nel momento in cui questi sono mal gestiti e la loro rappresentazione sfiora il grottesco.

I consigli di Stay Nerd…

Se dopo questo Robin Hood avete voglia di rifarvi gli occhi, meglio allora riguardare il bellissimo film Disney dedicato al principe dei ladri, oppure la versione di Ridley Scott.
In ogni caso, quello che vi suggeriamo davvero, è leggere il romanzo di A. Dumas.

Robin Hood – L'origine della leggenda – Recensione: ce n'era davvero bisogno?
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