Orgoglio lunare per noi

Domenica 18 dicembre è andata in onda su Rai Gulp la prima puntata di Pretty Guardian Sailor Moon Crystal, fedele adattamento animato del manga di Naoko Takeuchi, uscito in Giappone in occasione del ventesimo anniversario della serie.

L’hashtag #SailorMoonCrystal è diventato addirittura top trend di Twitter durante la trasmissione, e un’intera generazione ormai cresciuta è insorta contro la sigla, contro i doppiatori, contro la grafica, pendendosela in pratica con qualsiasi cosa tranne la maledetta sindrome di Peter Pan che caratterizza i trentenni di oggi.

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Leggendo i tweet di @cucciola89 e @stellina_in_cerca_di_amore_2, si evince che a quelli che sono cresciuti con Sailor Moon, questa serie non è proprio piaciuta.

Subito in apertura di puntata, piovono le critiche per la opening: Moon Pride, cantata nella versione originale dalle Momoiro Clover Z, è stata tradotta letteralmente in italiano, mantenendo persino il ritmo con cui vengono scandite le sillabe delle parole, cosa che porta a non capire una mazza del testo, almeno al primo ascolto. Certo, rispetto alle sigle storiche di Cristina D’avena, Orgoglio Lunare si perde nel minestrone di sigle majokko degli ultimi anni (e infatti una delle interpreti italiane, Noemi Smorra, ha prestato la sua voce per Fresh Pretty Cure! e HeartCatch Pretty Cure!), ma abbiamo passato decenni a lamentarci dello stravolgimento delle sigle adattate, sbandierando la superiorità delle opening giapponesi, e poi non riusciamo ad apprezzare neanche quei piccoli, minuscoli passi avanti che il panorama dell’intrattenimento italiano riesce a offrire di tanto in tanto.

Se proprio vogliamo criticare la sigla, ma tanto quella italiana quanto quella giapponese, visto che l’una ricalca fedelmente l’altra, potremmo opinare sulla veridicità di frasi come “non siamo principesse deboli che aspettano l’aiuto degli altri”. Questo perché, almeno all’inizio della storia, Usagi è tutto fuorché una donna forte e indipendente: siamo onesti, se Tuxedo non fosse stato pronto a pararle il culo per tutto il primo arco narrativo, difficilmente Sailor Moon sarebbe sopravvissuta.
Ma è proprio la fragilità di Usagi ad averci affascinate, da piccole.

Bunny, come è chiamata nell’adattamento Mediaset, è una pasticciona, pigra, e rotondetta (per quanto possa essere rotondetta la protagonista di un Mahō shōjo), che diventa una figa spaziale che lancia la bigiotteria addosso ai nemici, trasformandoli in polvere. Credo sia comprensibile il motivo per cui le guerriere Sailor hanno ispirato un’intera generazione di ragazzine (ancora invece mi sfugge come abbiano potuto incrementare il numero di lesbiche nel mondo), ma proprio per questo non vedo il motivo di spingere così tanto sul girl power nella sigla, se non per cavalcare l’onda di quel trend che vede le donne realizzate e rispettate solo se protagoniste indiscusse di una serie o di un film.

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L’infanzia è come una tiara boomerang

Altri argomenti di discussione: l’aspetto longilineo delle Sailor e i nomi dei personaggi.
Per quanto riguarda il disegno, Sailor Moon Crystal torna semplicemente a strizzare l’occhio alle tavole del manga, con le guerriere dotate di gambe infinite e bacini larghi quanto il polpaccio di un essere umano reale. Ovviamente c’è chi è riuscito a vederci un’istigazione all’anoressia, ma a voler smettere per un secondo di cercare argomenti di polemica ovunque, possiamo concordare sul fatto che anime e manga non siano mai stati anatomicamente realistici, e così come a nessuno verrebbe in mente di ingrandirsi gli occhi fino a far loro occupare metà del viso con un’operazione chirurgica, o così come siamo in grado di guardare Dragon Ball senza chiuderci in palestra fino alla morte, sono certa che le ragazzine ricevano messaggi sbagliati sul loro corpo da molti media, ma non certo da Sailor Moon.

La critica ai nomi, invece, può essere archiviata sotto una patologia del fandom ribatezzata (dalla sottoscritta) “Whomping Willow Sindrome”: così come le critiche alla nuova traduzione di Harry Potter curata da Stefano Bartezzaghi sono faziose e figlie della nostalgia, più che di una seria opinione giustificata, anche in questo caso è il vostro fanciullino interiore a parlare, ma il vostro fanciullino interiore di adattamenti non ne capisce un cazzo.

Da una parte abbiamo nomi stravolti, nei casi migliori italianizzati (Marzio), in quelli peggiori trasformati in inglese (Usagi, che diventa Bunny, probabilmente perché chiamarla Coniglietta non sembrava la scelta giusta), che distruggono i collegamenti tra i personaggi stessi (che età avevate quando avete realizzato che il nome di Chibiusa non è formato da altro che Chibi (mini) e Usagi?); dall’altra, uno dei grandi pregi di questa serie, cioè il rispetto dei nomi originali dei personaggi, il loro pieno inserimento in un contesto, quello giapponese, che gli adattamenti degli anni novanta hanno annullato o deturpato in nome di una maggiore comprensibilità del prodotto per il pubblico occidentale.

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Il primo nemico del fan è il fan stesso

Anche il doppiaggio, demonizzato sui social dopo appena dieci minuti di episodio, è di buon livello e Lucrezia Marricchi, la nuova Sailor Moon, non fa rimpiangere la storica voce di Elisabetta Spinelli. Non è questo il caso, ma molto spesso ci dimentichiamo che un cartone animato è potenzialmente infinito, laddove l’uomo è limitato dalla sua mortalità: cambiare voce, per un personaggio, è un’occasione insperata di tornare a vivere; non è possibile inscenare una tragedia greca ogni volta che questo succede.

Qual è quindi, il problema di questa serie?
Nessuno, se non forse l’uso eccessivo di CGI e storture nei disegni dovute a un’eccessiva fretta nella consegna del prodotto, poi sistemate con l’uscita dei Blu-Ray.
Il problema non è nella serie, ma in quei fan che continuano a cercare le stesse emozioni che hanno provato da piccoli davanti alla TV, e non riuscendo a provarle di nuovo, se la prendono con il prodotto.
Sailor Moon Crystal è una serie più fedele alla storia originale, che ne ripristina l’essenza giapponese, che poco si dilunga in puntate filler raggiungendo subito il centro della narrazione (non ci credete? Bastano otto puntate di Crystal per arrivare allo stesso punto della trentottesima puntata della vecchia serie).

Certo, noi non abbiamo più dieci anni, ma trenta, non possiamo più fermarci ogni pomeriggio a guardare i cartoni animati facendo merenda, abbiamo degli impegni, un lavoro, magari le puntate ce le guardiamo in streaming quando torniamo a casa, la sera. Ma è giusto così. Non è colpa di Sailor Moon, non è colpa del nuovo adattamento, dei doppiatori, del fisico da silfide delle guerriere. Siamo cresciute, siamo cambiate, sediamoci davanti allo schermo e apprezziamo il ritorno di un pezzo della nostra infanzia, piangiamo o ridiamo, ma non cerchiamo di tornare indietro.
Quello, per fortuna, non potrà succedere mai.

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