Una serie di sfortunati eventi non è perfetta, ma va bene così

Una serie di sfortunati eventi è il primo grande evento netflixiano del 2017; una produzione dai grandi nomi che ha smosso l’hype di appassionati e semplici curiosi.
Ma dopo la lunga attesa, possiamo dire che ne sia valsa la pena?

Non è la prima volta che i romanzi di Lemony Snicket, aka David Handler arrivano sullo schermo: a pochi di voi sarà sfuggito l’adattamento cinematografico del 2004 con Jim Carrey nel ruolo del Conte Olaf, che trasponeva i primi tre libri della serie e che, purtroppo, non ha mai visto un seguito, anche se ad un certo punto si era addirittura pensato ad un sequel in stop-motion per non dover recastare gli orfani Baudelaire; ma il progetto è naufragato ancora prima di essere preso seriamente in considerazione.

Il film, nonostante la sorte avversa, resta nell’immaginario collettivo come un divertente incipit di una storia mai finita di raccontare. Almeno fino al novembre del 2014, quando Netflix annuncia di essere interessata al prodotto e si avvale proprio David Handler come executive producer, mentre al timone della regia troviamo Barry Sonnenfeld, già collaboratore del film del 2004.

A bad beginning

Più che di una serie TV, possiamo parlare in questo caso di quattro film in due parti: ogni romanzo della serie viene trattato in due puntate, con tanto di titolo e dedica dell’autore alla sua musa ispiratrice, l’incantevole quanto deceduta Beatrice. La storia ci viene narrata direttamente dal suo autore, Lemony Snicket, di cui presto iniziamo a sospettare un’ingerenza nei fatti avvenuti. Patrick Warburton – la voce originale di Kronk ne Le follie dell’imperatoreè la vera rivelazione di questa serie: il suo personaggio fa da collante nelle vicende degli orfani Baudelaire, interrompendo la narrazione proprio quando lo spettatore inizia ad annoiarsi e la compostezza con cui caratterizza il personaggio lo rende cinico al punto giusto.
Purtroppo non si può essere altrettanto positivi nel nostro giudizio su Neil Patrick Harris, anzi, sulla sua interpretazione.
Prima che andiate a prendere i forconi e le torce infuocate, però, dateci modo di spiegare perché il suo personaggio non ci ha convinto.

Definitely not Count Olaf

Neil Patrick Harris è un attore straordinario che riesce a passare da ruoli di caratterizzazione come quello di Barney Stintson, a parti secondarie in cui spicca comunque per le sue capacità di immedesimazione (in Gone Girl, per esempio), ma l’idea che ci siamo fatti è che in questa produzione si sia cercato di adattare il ruolo all’attore, più che permettere che avvenisse il contrario.

Nei libri il Conte Olaf è un archetipo del cattivo, al pari della strega di Biancaneve: brutto, subdolo, malvagio e stupido, niente nei suoi comportamenti permette al lettore di empatizzare con lui, mai, neanche per un secondo. La versione di Jim Carrey aderiva a quest’idea di antagonista, mentre nella serie Netflix è impossibile non provare simpatia per il Conte e suoi scagnozzi, la cui inettitudine ispira una sorta di tenerezza. Nonostante la grande prova attoriale, di cui riconosciamo il valore, continuiamo a credere che  questo Conte Olaf sia un po’ troppo Neil Patrick Harris per risultare credibile.
Un vero peccato, perché il resto del cast è al limite del perfetto e non solo gli orfani Baudelaire, ma anche i personaggi secondari regalano ottime interpretazioni.

There’s no happy endings

Una serie di sfortunati eventi cerca di raggiungere un traguardo impossibile: la fedeltà pressoché assoluta alla controparte cartacea, il sogno bagnato di fandom come quello di Harry Potter o Hunger Games.
Ci riesce?
Nì.

Buona parte degli eventi, dei dialoghi e degli interventi di Lemony Snicket sono ripresi parola per parola dai libri, e questo è un valore aggiunto, ma il ritmo della narrazione ne soffre, perché non è detto – ovviamente – che quello che funziona bene su carta, renda allo stesso modo sullo schermo.
Nel corso delle quasi due ore di visione di uno dei capitoli della serie ci sono molti momenti di noia o di manierismo della fotografia, che in molti hanno già associato a Wes Anderson e Tim Burton. Di Wes Anderson, però, ne esiste uno e non bastano i colori pastello o le riprese simmetriche per ricreare la magia, mentre le atmosfere cupe più che a un Burton dei vecchi tempi sarebbero da collegare alle illustrazioni originali di Bret Helquist.

Questa prima stagione di Una serie di sfortunati eventi riesce finalmente a decollare nel momento in cui diventa impossibile paragonarla al vecchio film, nel settimo e ottavo episodio, tratti dal quarto libro, The Miserable Mill.
Diretti da Bo Welch, che si è occupato del design dell’intera serie, gli ultimi due episodi brillano di luce propria dopo il relativo piattume degli altri sei: il plot twist e l’accelerata verso il lato mistery della storia riaccendono l’interesse dello spettatore facendo ben sperare per la prossima stagione, già confermata, che trasporrà dal quinto al nono libro della serie in dieci episodi.

Nonostante non sia perfetta, però, questa serie resta un ottimo esempio della capacità di Netflix di offrire prodotti nuovi che si allontanano sempre di più dal  concetto di serie TV, e che sembrano – in questo caso più che mai – una serie di fortunati film fruibili comodamente da casa, senza prima passare dal grande schermo.

Angela Bernardoni
Toscana emigrata a Torino, impara l'uso della locuzione "solo più" e si diploma in storytelling, realizzando il suo antico sogno di diventare una freelancer come il pifferaio di Hamelin. Si trova a suo agio ovunque ci sia qualcosa da leggere o da scrivere, o un cane da accarezzare. Amante dei dinosauri, divoratrice di mondi immaginari, resta in attesa dello sbarco su Marte, anche se ha paura di volare. Al momento vive a Parma, dove si lamenta del prosciutto troppo dolce e del pane troppo salato.