Il figlio delle Stelle

Nella prima parte di questo speciale sul sesso e la procreazione nello spazio ci siamo divertiti a descrivere un po’ tutti i problemi piccoli e grandi che si potrebbero incontrare se si praticasse della sana attività sessuale a gravità zero (o in microgravità, per l’esattezza). Ovviamente il senso di tutto il discorso ha una valenza scientifica ma apre anche nuove prospettive in ambiti come quello sociale. Infatti, la premessa giusta è che presto o tardi ci dovremo confrontare con il volo spaziale di lunga durata, quindi è giusto pensare che non saremo tutti solo scienziati astronauti, ma che in giro per i corridoi della futura Discovery ci saranno delle famiglie, magari con il desiderio di aumentare il numero di pargoli. Saper fare sesso nello spazio ed essere attrezzati a farlo è quindi solo la premessa per tutti coloro che non intendono l’attività come puramente ricreativa, ma sono votati a un aspetto più propriamente procreativo. La procreazione, il concepimento, la nascita e l’allevamento della prole sono problemi che effettivamente si stanno affacciando prepotentemente nei vari discorsi di medicina e sopravvivenza aerospaziali, visto che gettano la luce su alcuni momenti e aspetti dell’Umanità cruciali nella fase di colonizzazione dello spazio.

Premettiamo subito: NON ESISTE alcun mammifero che sia riuscito a riprodursi interamente a Zero G, sia esso animale o umano. Ma sono stati fatti esperimenti di ogni natura e gli studi stanno proseguendo. Gli ordini di problemi con cui bisogna fare i conti è che l’ambiente al di fuori dall’atmosfera terrestre è ostile per le nostre cellule a causa delle fastidiosissime radiazioni cosmiche. Queste sono solitamente riflesse o deflesse dal campo elettromagnetico e dall’atmosfera terrestre, ma lassù, tra le stelle, non avremmo mai una protezione del genere. Infatti gli ambienti e le tute spaziali degli astronauti sono stati pensati e costruiti con le stesse accortezze di coloro che maneggiano materiale radioattivo o sono a contatto con i raggi, tipo il personale delle centrali nucleari o quello dei servizi di radiologia ospedalieri. Le radiazioni cosmiche possono entrare in contatto con le cellule del nostro corpo e modificarne il codice genetico in maniera imprevedibile. Le cellule si riprodurranno e porteranno con sé il marchio cosmico dando vita a una progenie di cellule alterate. Beh, inutile che ci giri intorno: questa è una delle tante strade che porta al cancro. Inoltre, le cellule riproduttive sono molto sensibili a questo tipo di alterazioni e le conseguenze si vedono all’atto del concepimento.

In linea di massima il rischio è che l’esposizione alle radiazioni potrebbe aumentare il rischio di avere nascituri affetti da sindromi genetiche o altre malformazioni, conseguenza di alterazioni delle cellule riproduttive. Questo non vuol dire che è sicuro che una tale evenienza si presenterà ogni volta, ma si può pensare che l’incidenza di questi eventi sfortunati sia più alta se i genitori sono stati esposti alle radiazioni cosmiche. Ancora una volta non si hanno studi su materiale umano, e si possono fare solo congetture. Si deve però aggiungere che molti degli astronauti sono tornati dalle loro missioni spaziali anche di diversi mesi e hanno concepito figli senza nessun grosso problema, da ultima la nostra Samantha Cristoforetti, che a novembre ha dato alla luce una bambina. Questo conferma uno studio del 2001 condotto esaminando le astronaute prima e dopo la permanenza nello spazio: il loro apparato riproduttivo era in ordine e avrebbero potuto avere figli senza apparenti problemi. Ciò però non aiuta molto la nostra causa, perché il fine ultimo del nostro articolo è vedere se è possibile procreare nello spazio, non dopo che si è tornati. Tra l’altro, le donne selezionate per viaggiare tra le stelle preferiscono, per motivi di praticità e di igiene, sopprimere il loro ciclo mestruale, per cui anche in quel senso non è possibile raccogliere dati sulla fertilità delle astronaute.

Per quanto riguarda i maschietti, siamo più o meno nella stessa situazione: non ci sono dei veri e propri studi o raccolte dati effettivi sulla loro capacità di generare spermatozoi funzionanti. Sicuramente, anche se per vie traverse, in un’intervista a Ron Garan, un astronauta statunitense, egli ha ammesso che è possibile passare del tempo con se stessi e arrivare a provare quella felicità a portata di mano che tanto tempo ci ha fatto sprecare a 14 anni… Quindi, anche se non in maniera esplicita, possiamo dire che l’eiaculazione è possibile a Zero G.

Medaka, ovuli e la ventiseiesima settimana

Data la mancanza di studi in ogni senso, ma ragionando intorno al problema, potremmo dire che il concepimento, ovvero l’incontro tra gli spermatozoi e l’ovulo non dovrebbe essere un problema in assenza di gravità. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, l’assenza di gravità dovrebbe addirittura favorire l’ascesa degli spermini verso la loro destinazione, rendendo il movimento flagello-mediato pure più efficace. Una volta che l’ovulo è stato fecondato, lo zigote inizia la sua migrazione dalla tuba verso l’utero, dove si anniderà e impianterà per formare gli annessi necessari allo sviluppo del feto. Qui ci vien da fare una piccola riflessione, anche se, di nuovo, non vi sono studi a riguardo nonostante le ricerche in molte direzioni: effettivamente il movimento dell’ovulo lungo la tuba di Falloppio è il risultato della spinta peristaltica della parete della tuba stessa e l’aiuto immenso dato dall’epitelio ciliato che forma la mucosa della tuba, che dolcemente spinge l’ovulo per la sua strada. Questa migrazione fino all’impianto ha dei tempi ben precisi: se è troppo lenta perché inficiata dall’assenza di gravità potrebbe aumentare l’incidenza delle gravidanze extrauterine. Prendete queste parole con le dovute cautele, perché, ve lo ripetiamo, è solo una nostra considerazione non suffragata da alcun tipo di studio a riguardo, proprio perché nessun mammifero ha mai fatto sesso in microgravità né tanto meno vi si è riprodotto.

In realtà, c’è stato un esempio di riproduzione a Zero G, ma questa riguarda una specie di pesce giapponese, il Medaka, che è stato portato in una missione spaziale. Le femmine hanno deposto le uova e sono state fecondate senza alcun problema. E dopo il periodo di gestazione, le uova si sono schiuse e hanno dato vita a un bel po’ di cuccioli di pesci… Piccola considerazione a margine: i pesci, come tutti gli animali acquatici, vivono di base in una sorta di microgravità naturale, quindi questo esperimento non aggiunge niente di nuovo a quello che conosciamo, se non che possiamo portarci appresso un piccolo allevamento di spigole per allietare i nostri viaggi spaziali.

Ammettiamo allora che il concepimento sia avvenuto correttamente, che lo zigote abbia fatto il suo viaggio per tutta la tuba, trasformandosi nel pugno di cellule che è l’embrione, ammettiamo anche che sia avvenuto l’impianto nella parete uterina e che gli annessi come la placenta si stiano sviluppando senza intoppi. Cosa succede adesso?

Beh, in pratica per i successivi due terzi della gravidanza, la microgravità non influisce minimamente nello sviluppo del feto. Come per i pesci, anche il futuro neonato galleggia nel liquido amniotico, in barba alla forza di gravità, quando ce n’è una. Purtroppo questa scena idilliaca cambia drammaticamente allo scoccare della 26esima settimana, due mesi prima del parto. In questa fase dello sviluppo intrauterino, il bambino necessita della forza di gravità, perché è grazie alle sue sollecitazioni spontanee che maturano alcune importanti strutture del corpo. In loro assenza abbiamo una serie di disfunzioni e difetti, come ipotrofia dei muscoli estensori della colonna e degli arti inferiori, ipoplasia e osteopenia delle vertebre e delle ossa lunghe degli arti inferiori e ancora ipotrofia del ventricolo sinistro (per la ridistribuzione dei fluidi che coinvolge anche il feto!), più altre amenità fisiopatologiche che portano tutte verso un nascituro sostanzialmente diverso da quello nato in gravità. Inoltre le sollecitazioni gravitazionali in questo periodo servono al cervello per iniziare a impostare i programmi di movimento che verranno poi sviluppati e porteranno alla conquista della stazione eretta e alla capacità di camminare. Quindi anche lo sviluppo psicofisico è in qualche modo condizionato dalla gravità.

In uno studio, sono stati analizzati i comportamenti acquisiti dopo la nascita e appresi in maniera istintiva di alcuni topi che avevano trascorso la maggior parte del loro periodo gestazionale in microgravità, per poi venire alla luce sulla Terra (ripetiamo che ancora nessun mammifero è nato nello spazio!). Rispetto alla loro controparte interamente allevata a Terra, i topini mezzi spaziali avevano una gran difficoltà a imparare il movimento di rotazione per portarsi dalla posizione supina a quella prona, che è uno dei primi ad essere appreso. Il senso di questa scoperta è che evidentemente la gravità condiziona la conoscenza del concetto di sopra e sotto prima ancora che il topo nasca. Allo stesso modo, potrebbe accadere che un bambino esposto all’assenza di gravità durante la fase finale della gravidanza, potrebbe avere difficoltà a imparare a mettersi seduto e successivamente in piedi fino a camminare. D’altronde, riflettendoci: a gravità zero, che senso ha imparare a sedersi? A camminare? A correre?

Parto o non parto?

La gravità ha il suo peso soprattutto nelle fasi finali della gravidanza quando il feto deve posizionarsi, ruotare e arrivare di testa verso il collo dell’utero per poter quindi essere partorito nelle fasi espulsive del travaglio. In microgravità questi passaggi così naturali potrebbero essere difficoltosi, ma non impossibili.

Ammesso che si arrivi all’espulsione del feto, qui entra in gioco un’altra eventualità: vi ricordate quando nello scorso articolo abbiamo parlato del sudore che resta attaccato come una nube di goccioline intorno alle persone? Bene, ora togliete il sudore e sostituitelo con almeno un paio di litri di liquido amniotico che galleggia nella stanza… Sempre che il liquido amniotico riesca a uscire dall’utero, perché lo scorrere dei liquidi è condizionato dalla forza di gravità. È quindi implicito quanto sia complicato solo immaginare il parto a Zero G, figuriamoci a farne davvero uno.

Nonostante tutto, si stanno mettendo a punto dei progetti per una sala parto a Zero G, partendo da un approccio conosciuto anche qui sulla Terra: il parto in acqua. In pratica, c’è una vasca in cui immergere la donna e con un sistema di elastici e cinture di sicurezza lasciare che svolga il suo lavoro di mamma, dando alla luce un bambino nell’acqua. Questo sarebbe il meno traumatico possibile per il neonato, non sarebbe di intralcio per gli operatori visto che tutti i liquidi sono contenuti dalla vasca e probabilmente renderebbe le cose addirittura fattibili. Gli scienziati e gli ingegneri si stanno dando da fare, in qualche modo, anche se la strada da percorrere è lunghissima e sicuramente allo stato attuale non siamo in grado neanche di andare a comprare le sigarette sulla Luna, figuriamoci colonizzare il sistema solare.

Poi, se vogliamo dirla tutta, i bambini nati in cattività a Zero G non sarebbero in grado di scendere così facilmente su un pianeta con la gravità pari a quella terrestre, proprio per via di quegli adattamenti che la microgravità apporta allo scheletro e al sistema cardiovascolare del feto. Non sarebbero in grado di mantenere la stazione eretta e di camminare, sarebbero come schiacciati da questa forza che per noi è estremamente naturale. Esattamente come succede in The Expanse, dove il sottosegretario Avasarala tortura un abitante delle colonie lasciandolo appeso a godersi la gravità terrestre…

Verso l’infinito e oltre

Finora purtroppo il concetto di sesso, concepimento e parto in microgravità è rimasto confinato in un limbo scientifico ingiustificato, conseguente alle politiche bigotte e un po’ oscurantiste della più importante agenzia spaziale mondiale. D’altronde, alcune considerazioni implicite non dette ad alta voce sulla pericolosità della promiscuità degli equipaggi sono facili da fare: spesso nelle missioni ci sono più uomini che donne. Se si sviluppano attriti tra le parti, se si creano fazioni, o peggio una coppia “scoppia”, lo scenario diventerebbe una specie di Guerra dei Roses spaziale, senza possibilità di fuga. Poi, ancora peggio, se per qualche motivo a qualche astronauta o a più d’uno parte la brocca e decide che deve fare sesso con un membro dell’equipaggio di suo gradimento non consenziente, si potrebbe configurare uno scenario di violenza e degrado senza alcuno sbocco.

Pensiamo che tutte queste precisazioni siano state fatte da persone sicuramente più qualificate di noi e che probabilmente per adesso, il rischio che correrebbero gli astronauti e le astronaute in una love-mission sarebbe troppo alto e troppo poco gestibile da giustificarla. Forse qualcosa di più si potrà scoprire grazie all’avvento del turismo spaziale privato, con Virgin e Amazon che competono per accaparrarsi la loro fetta di mercato, più altri progetti ancora più fantasiosi, come una specie di yacht spaziale in cui andare a trascorrere la luna di miele con tanto di discoteca sferica a Zero G che sa tanto di Ready Player One.  

La microgravità resta ancora una perfetta sconosciuta soprattutto per quel che concerne il rapporto tra lei e la nostra attività quotidiana e ci vorranno ancora una miriade di studi e di dati solo per fare il punto della situazione. Nel frattempo, ci culliamo con le parole del grandissimo Arthur C. Clarke, che dall’alto delle sue speculazioni scientifiche ha pienamente centrato il bersaglio, guardando verso Marte: lì la gravità è circa un terzo di quella terrestre, cioè “abbastanza debole da permetterci di fare quello che vogliamo, abbastanza forte da renderlo interessante”.

Il punto è che dobbiamo arrivarci!

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