No, a meno che non siate ciechi e sordi

Sherlock è ritornato. La quarta stagione è ripartita ieri, con il primo episodio disponibile in italiano su Netflix, ed i successivi (due) che si avvicenderanno nei lunedì a seguire.

Ora il punto è che leggerete commenti alterni sull’episodio, ed il motivo fondamentale delle critiche è da ricercarsi (almeno nell’ottica di chi quei commenti li scrive) nel cambio di sceneggiatura che passa da Moffat al suo braccio destro, e co-creatore dello show, Mark Gatiss. Un cambio di sceneggiatura che sembrerebbe essere stato mal digerito da una certa fetta della critica televisiva che forse si è lasciata distrarre dal nome in questione invece di concentrarsi sul contenuto.

 

Perché diciamolo: la prima puntata della nuova stagione di Sherlock ha un ritmo strano, quasi sincopato, che non la erge al top di quello che il serial ha saputo costruire negli anni. Ma è una pessima puntata? No, non lo è, ed anzi è nell’ottica di chi vi scrive un nettissimo e deciso “sì” che, tra le altre cose, evidenzia anche l’affiatamento dei suoi creatori, abilissimi nel passarsi la penna senza ledere i personaggi e la loro magnificenza, o se preferite: la loro teatralità.

Perché il bello di Sherlock è questo: il modo in cui il mito di Arthur Conan Doyle viene riscritto, rimaneggiato, trasformato in un racconto profondamente teatrale, a tratti epico ed esagerato, ma proprio per questo bellissimo nel suo stile tronfio e “presuntuoso”.

Ne sono consapevoli gli stessi personaggi, particolarmente a loro agio in certe inquadrature, nelle introspezioni dal ricordo faustiano, in cui si interrogano sul senso delle loro azioni. Iconica in tal senso è una frase che arriva poco prima della fine dell’episodio, in cui uno Sherlock psicologicamente devastato cerca nella signora Hudson un aiuto, un freno alla sua stessa presunzione. Una corda che lo tenga ancorato alla realtà, quando questa viene trascesa dalla figura, dal suo cognome, dal personaggio “epico” in senso stretto.
Nell’episodio in questione, The Six Tatchers, c’è tutto ed anche di più. C’è la suggestione di un male che si annida nell’ombra, le cui tracce sono seminate in tutto l’episodio senza che esso si palesi mai, lasciando i personaggi nell’attesa febbrile che “il gioco” si manifesti, che cominci. È un’attesa nervosa, come evidenziato dall’atteggiamento di buona parte dei personaggi, i cui comportamenti sono, per le più diverse giustificazioni, compulsivi e frenetici, in quello che è un lungo alternarsi di simbolisimi. Talvolta subdoli, talvolta manifesti. È un simbolismo che va di pari passo con l’infittirsi della trama, fatta di segreti, scheletri nell’armadio ed alterchi di varia natura. In cui i personaggi vengono destrutturati e messi in discussione, non solo per infrangerne lo status quo ma anche, e soprattutto, per creare dubbi continui nello spettatore che si troverà sballottato dagli eventi come se si trovasse su di una velocissima giostra.

The Six Tatchers è dunque una puntata veloce, frenetica, che sembra vittima della stessa frenesia che investe Sherlock, messo quasi in disparte nel corso dell’episodio (pur restando saldamente nel suo ruolo di motore degli eventi) mostrando al pubblico, ed ai suoi amici, il lato più insopportabile e schizoide del suo carattere. Non  a caso, numerosissimi casi passano sotto ai nostri occhi, con la stessa velocità con cui Sherlock twitta i suoi pensieri sui social network, obbligando la narrazione ad un velocissimo salto in avanti e portandoci, come del resto ci era stato già preannunciato, agli ultimi giorni della gravidanza della coppia Watson, ora con una bambina a carico, Rosamund, che – come avevamo predetto – si farà involontariamente artefice di un’importante ed oscura rivelazione.

In questo primo episodio c’è questo e molto di più. Ed il bello è che tutto è naturalmente inserito nell’incedere della trama che, neanche troppo velatamente, sceglie sin dai primissimi momenti di mettere rapidamente da parte il recente passato della serie per andare oltre, guardare avanti, per occuparsi di un più importante e imminente problema: quello del ritorno di Moriarty.

“Ti sono mancato?” è un po’ la tag-line della stagione, una frase che viene continuamente nascosta e non agli occhi dello spettatore. La morte di Magnussen? I problemi con i cani da guardia della corona? Tutto archiviato. Per Sherlock non c’è tempo per guardarsi indietro, ma solo per andare avanti. Non a caso uno dei temi preponderanti dell’episodio è la “predestinazione”, una tematica che tutti (tranne Sherlock) vivono inconsapevolmente, sino agli ultimi momenti dell’episodio. Quelli in cui si giunge ad un climax prevedibile ma doloroso, ed in cui le carte si rimescolano una volta per tutte, pur serbando ancora dei dubbi. Dubbi che la sceneggiatura, furbescamente, ci avrà posto durante la visione: taluni relativi alla moralità di certi personaggi (una moralità ambigua e non del tutto chiarita nel corso dell’episodio), altri riguardanti l’effettivo significato di certe situazioni. Gatiss si dimostra uno scrittore a suo agio con Sherlock e soci, ma del resto gioca in casa, la serie è anche sua. Si diverte a prenderci in giro, a tirare fuori il meglio e il peggio dai suoi protagonisti e poi, come in un’opera barocca mette in scena dialoghi bellissimi e taglienti, infarciti di riferimenti e battute intelligenti e inframezzati da situazioni visivamente eccelse, in cui sarà evidente anche ai più distratti un simbolismo quasi iconico, che farà di luoghi, colori e persino oggetti una metafora non solo dei turbamenti dei personaggi, ma anche dello svolgersi degli eventi che, come vittime di un giogo cosmico (e quel giogo è più che presumibilmente lo stesso canone holmesiano) porteranno ad un’ultima, scioccante tragedia.

Sherlock sta dunque diventando uno show mediocre? La risposta è sì: a patto che siate ciechi e sordi. L’esordio della quarta stagione è più che dignitoso e nonostante il cambio di sceneggiatura, i personaggi non vivono altro turbamento che quello relativo agli eventi che li vedono protagonisti e vittime. A questo punto non resta da fare che attendere con trepidazione l’arrivo del secondo episodio, quello in cui verremo a conoscenza del Dott. Culverton Smith, studioso di malattie esotiche, anch’esso estrapolato dai racconti canonici di Sir Arthur, e qui interpretato dal mefistofelico Toby Jones. Tanta curiosità, che si avvicenda a molteplici dubbi e domande. In primis riguardanti un certo personaggio che verrà “chiamato” da Mycroft poco prima della fine dell’episodio, in secundis un mistero stravagante, che riguarda una velocissima scena di poco successiva ai titoli di coda che, potenzialmente, rimette in discussione persino il toccante finale.

Se questo è uno show mediocre, davvero non so cosa cazzo abbiate visto fino ad oggi.