Suicidio in Giappone: origini e motivi di una pratica che oggi affligge il Paese

Nonostante la scarsa attenzione mediatica riservatagli, come ogni anno il 10 Settembre ricorreva la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Problema che affligge in particolare i paesi del Primo Mondo, il malessere che ne è all’origine trova terreno fertile in contesti urbani ad alta densità abitativa, in cui l’individuo fatica a trovare i propri spazi ed è costretto a entrare costantemente in competizione, a volte persino con se stesso. Tuttavia, il suicidio non ha sempre costituito una piaga sociale, soprattutto nella cultura giapponese. Gesto di estremo rigore morale, in Giappone sin dai tempi antichi il suicidio è stato visto come sinonimo di emancipazione dalla morale comune o, al contrario, come definitivo atto di sottomissione alla stessa. Per capire le trasformazioni vissute da questo concetto nel tempo, l’arte giapponese – sia pop sia tradizionale – ci fornisce degli esempi emblematici.

suicidio giappone

Amore, onore ed estetica

Prima che il Giappone si aprisse all’Occidente nel periodo Meiji (1868-1912) e facesse propri i valori della borghesia europea di matrice cristiana, il modo di vivere l’eros e la morte erano decisamente meno bacchettoni rispetto a oggi, e non di rado culminavano nel suicidio d’amore in coppia (shinjū) che riempiva le pagine dei romanzi popolari e della cronaca nera. Il più famoso è sicuramente quello descritto da Chikamatsu Monzaemon (XVIII sec.) nel suo Shinjūten no Amijima, in cui il mercante Jibei e la prostituta Koharu, entrambi prigionieri dei rispettivi background sociali – l’uno ammogliato e con figli, l’altra proprietà di una casa di piacere – trovano conforto nella prospettiva della morte, fiduciosi di essere riuniti nel paradiso del Buddha Amida.

Il suicidio appare in questo caso una forma di affermazione del sé, non in nome di una verità o di un ideale come nel pensiero greco ma, più semplicemente, di un sentimento; da qui la difficoltà degli intellettuali del Giappone Meiji di assimilare gli stilemi del Romanticismo: se per Shelley o Keats l’amore era uno strumento di più o meno quieta rivoluzione ed esorcizzazione della morte, Jibei e Koharu incarnano la consapevolezza che la lotta contro lo status quo è persa in partenza, anche perché questa inficerebbe la purezza del loro amore. Molto più efficace recidere i legami con questo mondo bigotto, per godere in eterno del frutto proibito nell’aldilà – quello buddhista, che si regge su princìpi ben diversi da quello dantesco.

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Altra figura iconica è quella del samurai che compie seppuku – o harakiri, a seconda della lettura che si sceglie di adottare –, ovvero il suicidio rituale con cui ripagare un’offesa arrecata al proprio signore (daimyō) o sfuggire alla cattura in seguito alla morte dello stesso. Prerogativa dell’aristocrazia guerriera, la prassi del seppuku venne codificata in seno al buddhismo zen, una scuola che incontrò il favore dell’emergente classe di spadaccini grazie all’occhio di riguardo per l’esercizio fisico e spirituale. Lontano dalle astrazioni delle scuole esoteriche (mikkyō), esso offriva stimolo intellettuale e immediato conforto a una classe che era costretta a confrontarsi quotidianamente con le atrocità della guerra.

Per costoro, sacrificarsi per il proprio capo militare non era una eventualità, ma una certezza: l’unico conforto derivava dalla forma in cui ciò avveniva, che fosse sul campo di battaglia per mano del nemico o in ginocchio per mano propria. In questo senso, il suicidio rappresentava l’attestazione finale dei meriti accumulati nel corso delle campagne, ed era di gran lunga preferibile a una morte per malattia o vecchiaia: il guerriero godeva infatti del privilegio di normare nei tempi e nei modi la propria uscita di scena, riportando una piccola ma importante vittoria sul destino.

E non è un caso che, con l’arrivo di tempi più pacifici in Giappone, questo tipo di suicidio sia caduto in disuso. Famoso il caso del generale Nogi Maresuke, eroe della guerra russo-giapponese che decise di seguire l’imperatore Mutsuhito – morto il 30 Luglio 1912 – nella tomba, compiendo il cosiddetto junshi: una notizia che sollevò aspre critiche dalla stampa e dall’intellighenzia progressista, che si vergognavano dell’immagine medievale del paese che un simile gesto avrebbe dato all’estero. Al di là della “brutta figura”, questo suicidio fu un evento che segnò profondamente l’identità del Giappone e del popolo giapponese, come testimoniato dal personaggio del Maestro in Kokoro (1914) di Natsume Sōseki. Primo romanzo stilisticamente e contenutisticamente moderno della letteratura giapponese, in esso si racconta di un rapporto velatamente omoerotico tra il giovane protagonista e il “sensei”, un anziano gentiluomo colto e disilluso, tormentato da un oscuro passato.

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Senza fare spoiler sul segreto del sensei, possiamo dire che il suo suicidio sulla falsariga di Nogi è sì un gesto anacronistico, ma che rivela una grande lucidità circa le sorti del Giappone: figlio della cultura Meiji, ovvero della precaria ma fruttuosa armonia tra “valori asiatici e scienze occidentali”, il Maestro si rende conto che il suo tempo è finito e che il suo isolamento intellettuale – da cui pensava di aver trovato una via d’uscita nella persona dello studente-narratore – gli impedirà di contribuire al bene comune. Il suicidio è quindi da intendersi come sanzione a livello individuale della fine di un’epoca a livello nazionale.

Un gesto così radicale che proprio nel suo essere anacronistico non mancò di affascinare Mishima Yukio (1925-1970), uno degli esponenti più dannunziani del buraiha – corrente letteraria assimilabile per certi versi alla Scapigliatura milanese, comprendente anche Dazai Osamu. Come tradotto perfettamente in immagini da Paul Schrader in Mishima (1985), il suicidio dello scrittore, così come il suo nazionalismo fascistoide e ingarbugliato, non è da imputarsi tanto a una sincera adesione a certi valori – siano quelli samuraici o quelli militaristi del primo periodo Shōwa – ma al desiderio di un’esperienza estetica pura.

Distruggendo ciò cui il borghese più tiene, ossia il frutto del lavoro (il Kinkakuji de Il padiglione d’oro) e il corpo inteso come unità fondamentale della proprietà (il personaggio di Isao di Cavalli in fuga), Mishima non aveva mai smesso di cercare il punto di rottura, e finalmente lo trova passando dalla parola all’azione. Il suo suicidio è però agli antipodi rispetto a quello di Nogi: nella visione di Mishima, la società giapponese si è involuta proprio ripudiando i suoi demoni sublimi (il tennōsei fashizumu, e ancora prima le guerre intestine e le spade scintillanti) in cambio del quieto vivere. È l’ultimo atto di un avanguardista, che prepotentemente ricorda ai suoi concittadini che la bellezza della vita sta nel saper spargere sangue, affidando la comprensione del suo genio ai posteri.

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Certo per l’elaborazione intellettuale che ci sta alle spalle, rappresenta quasi un unicum, difficilmente emulabile, ma le intuizioni di Mishima sono state in parte confermate. Il benessere portato dalla pace e dal miracolo economico ha reso più palese la bruttura del vivere in società, tanto che in periodo Heisei (1989-2019) il fascino del suicidio, in Giappone, ha fatto presa principalmente sui giovani, che mai avevano esperito le privazioni del periodo bellico.

Motivo orrorifico ampiamente declinato dalla cultura pop in chiave eroticaAmbiguous (2003) del maestro del pinku Ueno Toshiyae paranormale – il culto Suicide Club (2002), di cui merita un’occhiata anche la versione manga firmata da Furuya Usamaru –, l’idea che dei ragazzi e ragazze nel fiore degli anni possano togliersi la vita risulta particolarmente spaventosa per due motivi: primo, perché contraddice l’assunto fondamentale che nella società consumistica esistano ancora beni intangibili e non prezzabili, come la vita umana – che il protagonista-tipo invece è pronto a sacrificare nel nome di qualcosa di diverso; secondo, che una società in continuo invecchiamento come quella giapponese possa crollare su se stessa a causa di un movimento dal basso della piramide demografica.

Parlando delle celebrazioni del bon, abbiamo già detto come la zainichi Yū Miri sia riuscita a centrare il punto in merito. Nel suo Il paese dei suicidi (2012), attingendo ai propri ricordi di liceale e alle notizie di cronaca del Giappone l’autrice ricrea un credibilissimo profilo psicologico di adolescente pronta al gesto fatale. Più che nomi e volti di parenti e amici – le descrizioni fisiche dei personaggi sono quasi assenti –, della quotidianità di Mone ricordiamo ciondoli e cellulari, più che la sua casa il karaoke o il vagone di treno della Yamanote Sen: in altre parole, in un mondo in cui tutto è merce, anche la vita è un bene di consumo che, in caso di insoddisfazione, può essere reso.

Essendo spesso accompagnate da patologie sociali come l’autosegregazione (hikikomori), le pulsioni suicide sono un nemico particolarmente insidioso per le società contemporanee, dal momento che chi ne soffre difficilmente ne parla o cerca aiuto, in particolare in Giappone dove esternare un problema personale ad altri può essere visto come meiwaku (seccatura). Pur tradendo un certo compiacimento nel ritrarre il fascino perverso del suicidio, il messaggio che le opere citate veicolano è chiaro: avere considerazione del nostro prossimo più immediato è l’antidoto migliore per uscire dal vortice del solipsismo, e dire “no” a una società che pensa di essere riuscita a trasformare l’essere umano in merce. E per dimostrare che siamo ancora fatti di carne e sangue, ogni mezzo è lecito.

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