Il sumo, uno sport divenuto attrazione

na delle attività spesso incluse nei viaggi di gruppo in Giappone (gli unici per ora permessi dal governo giapponese, al momento in cui scriviamo) è andare ad assistere a un incontro di sumo, sport tradizionale particolarmente interessante, che si distingue dalle altre discipline sotto alcuni aspetti. E no, non solo per il fisico imponente dei lottatori! Vedere questo tipo di incontro può essere molto coinvolgente ma al contempo poco comprensibile, se non si hanno chiare le origini e lo scopo di questo sport, perciò per goderselo appieno è bene conoscere ciò che lo rende così caratteristico.

Come nasce il sumo

Oggi è considerato uno sport, così come il karate o il judo. I match vengono anche trasmessi in tv e gli appassionati lo guardano con grande trasporto come noi in Italia guardiamo le partite di calcio. Tuttavia, le origini del sumo hanno a che fare con lo Shinto e le sue leggende, gran parte descritte nei testi antichi Kojiki e Nihon Shoki, che narrano il mito della creazione del Giappone e del suo sviluppo attraverso i secoli.

Il Giappone stesso, come terra, ha origine divina e perciò i rituali che vi si tengono talvolta ricordano le gesta delle divinità che più hanno influito su una regione o più in generale sul benessere e prosperità del Paese e della famiglia imperiale. Il sumo era parte di questi rituali, soprattutto durante il periodo Nara e il periodo Heian (dunque per più di 300 anni) e serviva a chiedere protezione e attrarre la grazia degli dei per il raccolto di quell’anno.

Con il tempo, il sumo è anche diventato parte dei riti dei samurai nel momento in cui assunsero potere come classe dominante; in questo caso, però, non si trattava di una pratica religiosa ma di una semplice prova di forza tra guerrieri. Il sumo divenne dunque molto popolare tra i nobili e conquistò anche l’interesse di figure importanti della storia giapponese: è risaputo che Minamoto no Yoritomo fosse un grande amante del sumo e che organizzasse per i samurai e l’aristocrazia incontri cui assistere, ma il più grande fan di questa disciplina fu senza dubbio Nobunaga Oda, il condottiero che diede inizio all’unificazione del Giappone.

Fu grazie al loro interesse che il sumo venne praticato sempre di più, anche dopo gli anni delle grandi battaglie, il periodo Sengoku. Durante il seguente periodo Edo raggiunse la stessa popolarità di forme d’arte come il kabuki e ancora oggi vi possiamo riscontrare alcuni elementi della sua transizione nell’epoca samuraica.

Solo grossi omoni che si spingono o c’è di più?

Come intuibile, perciò, no, non si tratta solo di uomini ciccioni che cercano di buttarsi fuori da un cerchio. Anzi, volendo aprire una parentesi riguardo i fisici dei lottatori di sumo, la loro dieta ha un preciso intento “agonistico”, se così si può dire: non esistendo delle classi basate sul peso come per altri sport, essere più leggeri dell’avversario comporterebbe un ovvio svantaggio. Per mettere su peso, perciò, un lottatore di sumo assume anche più di 8000 calorie e raggiunge almeno 160kg. Tuttavia, non basta certo ingrassare per essere più forti e la loro dieta, in realtà, è piuttosto controllata per evitare infortuni dovuti proprio al peso.

Detto ciò, come anticipato, i lottatori presentano altre caratteristiche e compiono azioni ereditate dalla cultura samuraica: certamente salta all’occhio la capigliatura, chiamata chonmage, e il tradizionale mawashi, cioè il perizoma con cui i lottatori si presentano. Ancora più interessanti, poi, sono i riti che si compiono prima del match, come purificarsi la bocca con “l’acqua della forza” Chikara-Mizu, oppure dare quei forti pestoni al suolo per allontanare forze malvagie dal ring. Quest’ultimo viene a sua volta purificato con del sale, dopodiché il lottatore, entrando nel cerchio in cui si svolgerà la lotta, compirà movimenti per completare la purificazione del proprio corpo e dell’aria circostante.

Queste pratiche sono insomma il risultato di secoli, che dimostrano come questo sport, come gli altri, sia fortemente legato alle tradizioni e alla storia giapponese.

La via del sumo: un percorso ancora lungo

Il sumo, nonostante tutto ciò, non è considerato uno sport nazionale giapponese. In effetti in Giappone nessuno sport è definito tale, nonostante una grande passione diffusa per baseball, calcio, basket, tennis e pallavolo. Forse per la loro natura molto più dinamica, che vede coinvolte più persone in una partita, questi sono anche gli sport che più hanno influenzato la cultura pop, a cominciare dai manga spokon.

Possiamo individuare piccoli riferimenti al sumo qua e là solo in pochi esempi, come i due Pokemon Makuhita e Hariyama: entrambi palesemente ispirati ai lottatori, il primo ha il nome simile al grado makushita, mentre il secondo indossa qualcosa di simile a un kesho-mawashi, che al contrario del semplice mawashi è più elaborato, con un pannello frontale di seta su cui vi sono i loghi degli sponsor (come si usava anche in periodo Edo quando erano i daimyo a sostenere un lottatore).

Probabilmente a causa di queste radicate tradizioni e della sua esclusività, a cominciare dall’esclusione delle donne, non è facile narrarlo e mostrarlo in modo che diventi nuovamente “popolare”. Un interessante mini-documentario su Netflix, Little Miss Sumo, ci mostra uno scorcio del sumo femminile dal punto di vista di una delle sue stelle, Hiyori Kon, che lotta non solo sul ring ma anche perché il sumo femminile venga riconosciuto. Se non vi fosse bastato leggere questo articolo, certamente guardare questa lottatrice dare il massimo in uno sport dove la parità di genere ancora non esiste, vi farà capire quanto possa rivelarsi affascinante come altre discipline.

Torinese, classe '94, vive dal 2014 a Treviso e si è laureata all'università Ca' Foscari di Venezia in lingua e cultura giapponese, con la fatica e il sudore degni di un samurai. Spende e spande nella sua fumetteria di fiducia comprando manga, graphic novel e fumetti vari; inoltre è appassionata di giochi da tavolo, tra i quali non manca di provare anche quelli a tema Giappone. Entra in Stay Nerd nel luglio 2018 e qui comincia la sua prima esperienza come redattrice e caposezione anime e manga, nella quale cerca di trasmettere il proprio interesse per la cultura e le tradizioni giapponesi grazie alle conoscenze acquisite. Dal 2019 è anche host del podcast di Stay Nerd Japan Wildlife.