The French Dispatch e la bellezza del gesto

In quella che forse è la battuta più celebre del film di cui è protagonista, Holy Motors, il Monsieur Oscar di Denis Lavant afferma che la ragione per la quale continua a recitare in uno spettacolo a cielo aperto senza più telecamere o occhi a osservare è la bellezza del gesto. Il puro atto dell’espressione, l’incondizionato. The French Dispatch, l’ultimo film di Wes Anderson presentato in anteprima al Festival di Cannes 2021, pare rispondere alla medesima necessità. Non c’è niente al di sopra dell’atto espressivo, nulla che lo qualifichi realmente al di là del suo porsi, anche se stavolta l’elemento dell’osservatore, che in sala è spettatore, è parte dell’equazione.

L’importanza della poetica del frame

Quale sia la forma espressiva dell’autore statunitense abbiamo ben imparato a conoscerla nel corso degli anni. Un’attenzione alla cura dell’immagine che definire maniacale è riduttivo se non addirittura parziale, la creazione di una struttura che fa dell’inquadratura la particella minima che è sì parte dell’organismo filmico, ma prima ancora monade parlante di un proprio universo da esplorare.

La politica, e non solo poetica, di Anderson si fa quindi forte di un flirt con i buoni manuali di sceneggiatura che sottolineano più e più volte come il frame, questa parte minima, debba essere funzionale al raccontare e anticipare un qualcosa di ciò che verrà dopo. E ad Anderson questo sì, interessa, ma allo stesso tempo ha sempre riscoperto il valore comunicativo dello shot, del colpo singolo fuori dalla raffica.

In The French Dispatch la musica però cambia, almeno in parte. Siccome abbiamo detto che è politica e non solo poetica, Anderson fa quello che ha definito come un atto d’amore nei confronti dei giornalisti (interessante e ironico, in proposito, come il pretesto del film sia in sostanza un necrologio), rigetta in parte il buon senso narrativo e instaura un braccio di ferro proprio tra l’atto espressivo e chi è rimasto lì a guardarlo.

The French Dispatch

Tre storie per tre racconti fatti d’immagini

La struttura del film è di fatto episodica: alla morte del direttore (Bill Murray) del French Dispatch, supplemento del quotidiano statunitense Evening Sun di Liberty, Kansas, i giornalisti della testata decidono di redigere un’edizione commemorativa con alcuni tra i migliori pezzi mai apparsi sulla rivista.

Così The French Dispatch si apre a una triplice formulazione (più un breve prologo-storia e un epilogo) nel corso della sua quasi ora e cinquanta di durata, esplorando le storie di un artista folle incarcerato per un duplice omicidio, di un fugace tentativo di rivoluzione durante le rivolte studentesche di fine anni ’60, e infine di un rinomato chef impiegato tra i ranghi della polizia cittadina.

Nonostante la suddivisione in tempo dedicato ai racconti sia più o meno omogenea per tutti e tre, c’è subito da dire che la loro capacità di coinvolgimento viaggi in maniera decrescente rispetto alla scelta delle storie e del loro ordine nel film. Ed è qui il braccio di ferro, nel modo in cui il lavoro di Anderson sia portato a una estremizzazione che parte dalla destrutturazione narrativa lineare, anche all’interno dei singoli episodi, per esplodere nella suddivisione in quadri, come vignette idealmente coerenti con il para-testo articolista di cui sono forma visiva.

The French Dispatch

L’atto minimo come atto totale

The French Dispatch è dunque un’opera di riduzione. Di riduzione nella geometria espositiva di un regista che affida al potere dell’immagine, piena, coccolata e quindi millimetrica, il compito di esprimere realmente facendosi abbondante e presente oltre il necessario, surclassando la mole di dialogo che indubbiamente non manca e travolge come una valanga, talvolta disorientando. Un po’ come fa l’accompagnamento sonoro di Alexandre Desplat che non concede respiro per un singolo istante e sfiora in più di un’occasione il pedante.

Ogni vignetta è compressa nello sforzo di gridare un mondo a sé, di circoscriversi di una cornice che isoli il blocco da quello successivo e che rende evidente, ora più che mai, la ricerca dell’atomo, del minimo comun denominatore. Uno sforzo portato avanti con il consueto e sempre strabiliante lavoro sul comparto tecnico – fotografia, costumi, scenografie strabilianti – che fa di quella bellezza del gesto un materiale probabilmente in grado di sussistere nell’atto visivo, che di fondo è il principe dell’oggetto cinematografico.

Che si nutre anche della solita, sterminata scuderia di attori-amici (troppi per elencarli) ai quali Anderson non rinuncia mai e che sfrutta, anche qui, in una maniera ancora più centellinata, ancora più assegnata nella ragione dell’atto minimo da riempire e valorizzare come quasi atto unico.

The French Dispatch

Un atto d’amore cristallino e ostinato

The French Dispatch è insomma uno di quei rari casi dove la somma dell’insieme è minore rispetto al valore delle singole parti. Non che non funzioni, sia chiaro, ma fruirlo così com’è inteso e così com’è forte nell’innalzare il vessillo della vignetta-regina il film di Anderson affronta una battaglia dove l’ostinato lancia di stoccate con l’annoiato.

No, potete stare tranquilli, non finisce per annoiare mai davvero anche se un punto d’arrivo non c’è. Questo perché gridare amore per ciò che si fa, per il bello di farlo, probabilmente non ha bisogno di troppe ragioni.

Laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo all'Università Sapienza di Roma, al momento prosegue lo studio accademico del mondo del cinema. Interessato attivamente nella sfera della critica cinematografica, è caporedattore per la webzine studentesca DassCinemag e autore all'interno delle redazioni di Anonima Cinefili, Fabrique du Cinema e StayNerd, con pubblicazioni anche sulla rivista culturale Singola. Il suo unico credo è quello dettato dalla Forza. This is the way.