I’m an Irishman in New York

Uno degli appuntamenti più importanti della Festa del Cinema di Roma 2019 è stato senza dubbio l’anteprima di The Irishman, l’atteso lungometraggio di Martin Scorsese dove la parola lungo è quanto di più azzeccato considerata la durata del film: 3 ore e 30 minuti.

Per chi non ha avuto modo di vederlo alla Festa, l’appuntamento è fissato al 27 novembre, data in cui verrà distribuito su Netflix in contemporanea con gli USA o – per chi non riesce ad aspettare – al 4 novembre, dato che da quel giorno fino al 6 sarà proiettato anche nelle sale cinematografiche italiane grazie alla Cineteca di Bologna.

Ma veniamo ora a noi: di che parla The Irishman?
La storia è quella di Frank Sheeran (Robert De Niro), un sicario della mafia e veterano della seconda guerra mondiale che sviluppa le sue abilità da esecutore criminale durante il servizio in Italia. Invecchiando, Sheeran riflette sugli eventi che hanno definito la sua “carriera” di sicario, in particolare il ruolo che ha avuto nella scomparsa del leader sindacale Jimmy Hoffa (Al Pacino), suo amico di vecchia data, e del suo coinvolgimento con la famiglia criminale Bufalino.

È davvero un capolavoro?

Scorsese + De Niro + Pacino + mafia = capolavoro.
Più o meno è questa l’equazione che si materializza nella mente di qualsivoglia spettatore prima di approcciarsi a The Irishman, la nuova fatica di Scorsese.
Ora non vogliamo assolutamente distruggere il vostro sogno, ma qui siamo di fronte a qualcosa di completamente diverso, qualcosa che richiede una riflessione su cosa sia veramente il cinema.
Emozione sicuramente, anzi è forse l’ingrediente principe; storia; alchimia dei personaggi; sospensione dell’incredulità; attori e direzione. Poi c’è il “tecnicismo”: un mix di effetti speciali, grandeur e mestiere.

irishmanMartin Scorsese qui è al massimo del tecnicismo. Milioni di dollari spesi per ringiovanire in post produzione i suoi protagonisti in modo da coprire mezzo secolo di storia. Dialoghi pesati con il bilancino per mantenere l’equilibrio tra i personaggi e dare quel senso di cura generale, ma alla fine resta la storia di Hoffa (e… sì, Danny De Vito l’aveva già raccontata benino con Jack Nicholson), “il” sindacalista americano probabilmente colluso con la mafia (e… sì, Sylvester Stallone in F.I.S.T. raccontava la stessa storia), con la quale ci tengono incollati allo schermo per più di tre ore e mezza.

Hoffa è solo uno strumento per per parlare di mafia o Frank Sheeran è solo uno strumento per parlare di Hoffa? Alla fine della fiera interessa poco di ambedue, considerando che per arrivare dove c’è un po’ di carne al fuoco ci vuole un’oretta.
E anche se è il viaggio che conta e non la destinazione, beh, è un gran lungo viaggio.

Ora 220 minuti in sala non sono più un trionfo del cinema, ma una sorta di purgatorio per espiare i peccati del troppo amore verso la settima arte.
Ci potrebbe essere De Niro, Pacino, ma anche fosse un redivivo Peter Sellers, sarebbe
comunque troppo. Perché la realtà è che è un prodotto nato per Netflix e fruibile sulla piattaforma streaming nel modo che più desiderate, mettendo in pausa quando occorre.
Tutto questo per tacere dell’interesse verso un plot che abbiamo già visto e rivisto, da Mean Street fino a Casinò, passando per il Padrino II.

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Virtuosismi assoluti, confronti mirabili tra De Niro e Pacino, ma i veri due attori mozzafiato sono Joe Pesci, capace di fare della sottrazione un’arte, e Harvey Keitel che in 3 minuti complessivi eclissa chiunque. Tre minuti!

È quindi sufficiente l’ambientazione, l’allure, un pugno di mostri sacri, dei comprimari pazzeschi e un regista iconico per promuovere a pieni voti un film? No!
Però è più che sufficiente per dare 10 a un’operazione del tutto diversa. Grazie Netflix!

A cura di Valerio Salvi

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