A spasso nella Nebbia, alla ricerca di qualcosa di positivo

Nel 1989, l’edizione italiana di Scheletri arrivava nelle librerie italiane: era la terza raccolta di racconti di Stephen King e la storia che apriva l’antologia era The Mist. In questa novella, il Maestro raccontava appunto di una fitta coltre di nebbia che invade la città di Bridgton e porta con sé mostri e atrocità che tengono in scacco un gruppo di persone all’interno di un supermercato. Il pretesto meteorologico è il modo che King usa per creare un’atmosfera lovecraftiana fatta di orrori senza nome e senza volto e allo stesso tempo analizzare le reazioni di un gruppo di umani rinchiusi forzatamente, in preda a nevrosi da claustrofobia. Da questo racconto fu tratto nel 2008 un lungometraggio a firma di Frank Darabont, che raggiunge il suo status di cult soprattutto nella versione in bianco e nero che porta lo spettatore in una dimensione onirica che rende giustizia alla scrittura di King e imbastisce una trama abbastanza fedele alla storia originale. Del 2015 è invece l’annuncio di trasformare il tutto in una serie televisiva, giunta poi allegramente sui nostri account Netflix, perché a quanto pare da premesse narrative di questo genere si potevano ancora trarre ottimi spunti per riempire ben dieci puntate…

…Oppure no.

Com-Plot

Dopo la Torre Nera, non è un segreto che almeno le recenti trasposizioni del Maestro abbiano sorti “modeste” (e lo diciamo nella speranza che il lungometraggio di It ci faccia ricredere). Diremo di più, la fedeltà stessa di tali trasposizioni sembra spesso vacillare. Se Stephen King si concentra su un gruppo di persone al supermercato, l’ideatore della serie Christian Torpe ha deciso di fare le cose in grande: ha sparpagliato in giro per la cittadina di Bridgeville gruppi disomogenei di persone, cercando in qualche modo di replicare il sottotesto della storia originale: uomini e donne normali che hanno a che fare con fatti del tutto anormali. Lo svolgimento si apre canonicamente: una fitta coltre di nebbia giunge dalle montagne a ricoprire l’intera cittadina e gli abitanti vengono intrappolati: in un centro commerciale, in una stazione di polizia, in una chiesa, in un ospedale. Che poi, se ci riflettiamo, sono tutti dei cliché geografici della maggior parte dei film e videogame horror degli ultimi anni.

Siccome tutto il plot si regge su due pilastri, ossia le interazioni tra esseri umani e la ricerca delle cause che spieghino la presenza della Nebbia, va da sé che la narrazione sia incentrata sui vari caratteri in gioco. E anche qui ci troviamo di fronte alla fiera degli stereotipi, fin dall’inizio. I protagonisti sono i Copeland: papà Kevin (Morgan Spector), permissivo e di manica larga, la moglie Eve (Alyssa Sutherland), con un passato libertino che ora è insegnante di educazione sessuale, e la figlia Alex (Gus Birney) che è vittima di una violenza sessuale nelle prime battute del telefilm. La famiglia, in una situazione molto delicata per via dello stupro della ragazza, si troverà divisa all’arrivo della nebbia e Kevin passerà l’intera stagione a cercare di mettersi in contatto con il resto dei suoi famigliari.

Oltre a questa modern family americana, c’è il gender fluid amico di Alex con problemi familiari, il militare barbone con la perdita di memoria, la delinquente drogata in fuga dai suoi aguzzini, una vecchia hippie amante dei complotti che elabora teorie sempre più fantasiose per spiegare la Nebbia, il poliziotto burbero dal cuore ferito e suo figlio quarterback della scuola e idolo delle fanciulle, un addetto della Security dal comportamento elettrico e un direttore di supermercato con la pancia sempre piena. Su questa montagna di cliché si fonda l’intera trama del telefilm, che non è altro che un continuo reiterarsi della stessa idea: qualcuno fa qualcosa di folle in un gruppo e il gruppo si sfalda, c’è un litigio, qualcuno si fa male, viene cacciato o viene bandito.

Dopo poche puntate di questa natura, pur di mantenere viva l’attenzione vengono proposte soluzioni al limite del ridicolo, che costruiscono sotto-trame assolutamente incongruenti. Pur di creare qualcosa di shocking per lo spettatore vengono inventate sequenze quasi senza senso, dove la sospensione dell’incredulità è messa a dura prova. C’è tutta la parte che si svolge in ospedale che più di una volta ci ha fatto venire la voglia di mollare tutto. Ma siamo andati avanti lo stesso, per scoprire che dopo la sesta puntata, nella seconda metà della serie, le cose vanno completamente oltre il limite della follia. E quello che era una versione narrata e spaventosa di un piccolo esperimento socio-psicologico, si trasforma in un circo dove persone stupide fanno cose ancora più stupide con conseguenze sempre più allucinanti. Si arriva a un tale livello di delirio incontrollato, che si citano le scie chimiche e si praticano processi per ordalia, il tutto contornato da una scrittura totalmente fuori controllo, finta, quasi comica.

È tutta una mist-ificazione

Gli attori purtroppo non aggiungono niente a questa baraonda, tanto che appaiono anche loro un po’ spaesati a recitare le proprie battute. Il risultato è una carrellata infinita di pessime interpretazioni, senza cuore, tanto che il filo di empatia che si dovrebbe creare tra lo spettatore e i protagonisti non si palesa mai, alimentando invece un senso di frustrazione nel vedere quello che accade a schermo. Se proprio dovessimo fare i complimenti a qualcuno, allora dovremmo menzionare Francis Conroy, che interpreta la vecchia hippie Mrs Raven e che già avevamo conosciuto in American Horror Story. Ma la sua interpretazione è più frutto di esperienza che di vera immedesimazione in un personaggio che ha più punti ridicoli che altro. Gli stessi Copeland, che dovrebbero reggere l’intera stagione, sono molto lontani dal dare una buona interpretazione e sicuramente la scelta delle parole e dei dialoghi non li aiuta a far crescere i loro personaggi.

Un’altra protagonista che dobbiamo per forza menzionare e che forse dovrebbe essere la più importante in assoluto è appunto la Nebbia. E qui apriamo un’altra parentesi enorme sull’interpretazione che gli autori ne hanno fatto. Originariamente, la Nebbia era un’entità sconosciuta in cui si nascondevano mostri e orrori di ogni tipo, pericolosissima, che non lasciava scampo a nessuno. Nel racconto e nel film si fanno degli esperimenti per esplorare la foschia, che finiscono tutti invariabilmente in morte e mutilazioni. A Bridgeville le cose sono diverse, la Nebbia è diversa. Non porta mostri, non nasconde entità lovecraftiane fatte di denti e rabbia, impossibili da combattere e sconfiggere, spinte da un’insaziabile voglia di addentare carne umana e rosicchiarne le ossa. La Nebbia della serie televisiva è qualcos’altro: non spolpa le sue vittime, ma scruta l’animo umano e ne ricostruisce le sue paure, braccando il malcapitato con quello che di più oscuro ha nel suo cuore. Un po’ come faceva un certo mostro alieno travestito da clown, per esempio… E poi, un’altra cosa che emerge dal libro di King è che la Nebbia non perdona. Chi ne entra in contatto ha altissime probabilità di venirne ucciso in malo modo. Nella serie, invece, abbiamo diversi esempi di personaggi che affrontano la nebbia, la combattono e, superando le loro paure, riescono a vincere…

Una soluzione così cheap e scontata da far digrignare i denti.

Technically speaking

Di fronte a una serie di difetti così macroscopici, con una trama che è puerile nel migliore dei casi, con attori che ancora devono capire dove si trovano e perché, ci si aspetta che almeno l’aspetto tecnico sia stato curato a dovere, affinché almeno l’occhio abbia la sua parte.

Beh, no.

L’effetto Nebbia è palesemente finto e sembra tanto la foschia di Silent Hill (cui pare ispirarsi) e altrettanto possiamo dire degli effetti gore e splatter. La messa in scena, poi, è patinata e edulcorata, tanto da sembrare una soap opera più che una serie televisiva horror. A questo aggiungiamo la regia piatta e poco incisiva, che non cerca di sottolineare la follia della situazione ma anzi si tiene quasi in disparte, senza guizzi o invenzioni particolari. Gli stessi attori, dopo giorni assiepati in supermercati, chiese e ospedali, senza corrente e a contatto diretto con le brutture che la Nebbia porta con sé, sono sempre perfettamente pettinati, truccatissimi e dagli abiti stirati. Sono dettagli, particolari quasi di poco conto, ma sono queste piccole cose che lasciano credere allo spettatore di essere in una situazione apocalittica, senza farlo piombare sul divano di casa, al caldo e al sicuro.

Verdetto:

La Nebbia è una serie televisiva che non ha per niente centrato il bersaglio. Che fosse il racconto lungo di Stephen King o il film di Frank Darabont il riferimento, Torpe ha percorso una strada interpretativa molto discutibile, peggiorata da una scrittura incomprensibile e insostenibile, con soluzioni senza senso e trovate al limite del ridicolo. I personaggi ricavati dai cliché di genere restano intrappolati in una gabbia fatta di stereotipi e la loro recitazione poco convincente non serve affatto a redimerli. Se potete, allora, state lontani da questa serie. Noi siamo dovuti arrivare alla fine per scoprire una delle realtà più drammatiche: a causa del cliffhanger finale, c’è una altissima possibilità che vedremo presto una seconda stagione! E a quella, probabilmente, non riusciremmo a sopravvivere.

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