Oltre 30 anni di terrore


Nella produzione sconfinata di Stephen King, uno dei romanzi che occupa un posto d’onore nella classifica di tutti i lettori, nessuno escluso, è
It, l’oceanica rappresentazione dei riti di passaggio tra l’infanzia con la sua innocenza e l’età adulta con i suoi problemi. Il romanzo, per quanto lunghissimo (oltre mille pagine), scorre via come l’olio, complice una prosa semplice e una continuo variare dello stile narrativo, con inserti di ogni tipo, dalla pagina di diario allo stralcio di articolo di giornale.

King si prende tutto lo spazio che gli serve per parlarci di bambini e siccome il suo ambito di lavoro è l’horror, lo fa mettendoci dentro un mostro indicibile, indescrivibile, dalle mille facce: It, appunto, una particella neutra che racchiude in sé tutto il potenziale infinito di qualcosa di indefinibile, dalle sembianze tangibili di Pennywise il clown ballerino.

Il romanzo ha compiuto ben trent’anni e ancora oggi è perfetto nella sua costruzione e nel suo intreccio.
Non credo che esista un libro che invecchi, in nessun modo, soprattutto se il libro è ben scritto e ha tante chiavi di lettura.
Questo romanzo lo amo e questo è già sufficiente per farvi capire quanto io lo porti nel cuore.
Adoro le sue allegorie, tanto che cerco di figurarmene sempre di nuove, cerco ancora oggi di cercare significati, magari dove in realtà non ce ne sono, dove non ce ne devono essere. Vedo cose che non esistono, perché It è magia e sempre lo sarà. Ho sempre pensato che gli incontri casuali tra i Perdenti e It non fossero solo un semplice tentativo di spaventare il lettore e di mettere dei riferimenti letterari pop, ma avessero un secondo fine, descrivessero un habitus interno del personaggio che li stava vivendo.

Per esempio: Ben Hanscom incontra una mummia, emaciata, scarnificata dalla sua sepoltura, con la pelle sottile come pergamena, non solo perché quel tipo di mostro l’aveva spaventato al cinema, ma anche perché rappresenta la sua ossessione più recondita, quella del peso, di cui poi riuscirà a liberarsi successivamente. Alla stessa maniera, Eddie incontrerà un lebbroso con la sifilide, esattamente perché nella sua visione inconscia la decadenza della carne a opera dei germi era il più grande male esistente.
Beverly Marsh invece, l’unica donna del gruppo, è inondata dal sangue e dal fatto che sia la sola ad vederla. La lettura più immediata, tra l’altro confermata da alcuni piccoli passaggi presenti nel libro stesso, è che il suo essere donna sta per prorompere e trascinarla nell’adolescenza, grazie a quel rito di sangue che la natura ha pensato bene di scrivere nel suo DNA. Questo frangente, tra l’altro, era stato già ampiamente affrontato da King nell’incipit agghiacciante di Carrie.

Ad ogni modo non è di questo che voglio parlare oggi, ma di un’altra cosa ben più grave, che è tangenziale a It, lo riguarda e allo stesso tempo ne è estranea.
Nel 1990, quattro anni dopo la pubblicazione del romanzo, la ABC affidò a
Tommy Lee Wallace la direzione della trasposizione cinematografica delle vicende di Bill Denbrough e compagni. Un’operazione titanica, sotto certi aspetti, ritornata in auge in questo periodo dopo l’annuncio di un’altra versione di celluloide attesa per il 2017. Perché ci troviamo qui a parlarne? Per il solito annoso problema delle reazioni web a questi progetti. In questo caso, tutti a dire che il primo film era bellissimo e che il prossimo sarà una ciofeca. Bene, sacrosanto diritto, quello di esprimere un giudizio, in maniera tanto enfatica che un po’ mi era venuto il dubbio.

Infatti io ricordavo IT – Il pagliaccio assassino (titolo italiano osceno) come un film mediocre, che non mi era piaciuto e che avevo visto solo per una questione di completezza semantica. Siccome non si può criticare senza sapere (almeno così la penso io, a differenza di tante altre persone su Internet), ho spolverato la mia VHS (per scoprire che non avevo più un videoregistratore e una TV con presa scart, quindi sapete benissimo come è andata a finire) e mi sono rivisto tutto il lunghissimo-metraggio di 3 ore.

Non sempre stare qui a scrivere per Stay Nerd ti porta a fare cose belle…

La somma delle due parti

Tommy Lee Wallace, l’uomo dietro la macchina da presa, firma un prodotto che non ha praticamente nessun pregio comunque lo si vada a vedere. Lui, poi, è uno scafato, che ha lavorato a fianco di John Carpenter, suo amico, e ha diretto il terzo capitolo della saga Halloween. C’è una differenza, forse, importantissima, rispetto al suo mentore: Wallace non ha alcun interesse a mettere messaggi politici o sociali nei suoi film e questo lo penalizza sotto molti aspetti, anche nella scrittura e nella direzione di It.

Sono il primo a dire che la riduzione di un romanzo di mille e più pagine è un lavoro madornale, e che comunque qualcosa verrà tagliato, appianato, dimenticato o semplicemente tolto perché non importante. In più i tempi televisivi di una pellicola sono strettissimi, incrociati con le pubblicità e gli stacchi, rendendo la realizzazione un vero e proprio esercizio circense. It, poi, è subdolamente difficile da trasporre in video, perché fa credere di avere in mano due romanzi attaccatti: uno ambientato nel 1958 e l’altro nel 1985, quando in realtà, le due linee temporali sono molto disomogenee, con la storia dell’infanzia che è di gran lunga più preponderante.
Già con queste premesse, potete capire come il lavoro non sia per niente facile, e infatti, il prodotto finale del 1990 è mediocre, esattamente come lo ricordavo, se non forse peggio.

La divisione in due parti è arbitraria, e neanche tanto netta. Nella prima parte i grandi ricordano pochi passaggi di quando erano piccoli, nella seconda, i grandi continuano a ricordare episodi di quando erano piccoli, con un continuo saltellio tra un flashback e l’altro. La narrazione così spezzettata, perde del fascino che aveva nel libro, arrivando a far sbiadire completamente il confronto di It con gli adulti.

Di solito, si arriva a pensare che la prima parte della miniserie (quella ambientata principalmente nel 1958) sia la meglio riuscita. A conti fatti è così, ma solo perché è stata costruita per sembrare una specie di slayer anni 80, con il Pagliaccio Assassino che miete le sue vittime e spaventa i protagonisti, ma senza mai metterli in vero pericolo. È questo, secondo me, il primo vero sgarro che Wallace ha fatto con questa pellicola: ha tralasciato un aspetto fondamentale che pervade tutto il romanzo, che nulla a che vedere con le vicende in senso spicciolo. Per le strade di Derry, i Perdenti sono sempre attorniati da una sensazione perenne di insicurezza, come il presagio di qualcosa che sta sempre lì lì per accadere. Sono angosciati, come solo dei bambini di dodici anni possono esserlo, in maniera sotterranea, come un malessere che impone loro di stare sul chi vive, che sia per la presenza di Henry Bowers o per il mostro che si annida nelle fogne.

L’orrore di It è confinato nelle mura cittadine, tra le case della gente per bene, nei sobborghi e nei Barren, ma la sua valenza va ben oltre, diventando qualcosa di cosmico, lovecraftiano, soverchiante come una sciagura senza redenzione. Addirittura, la visione di Stephen King va oltre, aggiungendo un piano di esistenza al di sopra di It, lasciando intendere che esiste un Altro che tira le fila del nostro fragile mondo e non solo (l’Altro è Gan, il dio creatore della Torre Nera, luogo verso cui in un modo o in un altro convergono tutti i romanzi di King).
Di tutto questo, il film non parla mai, riducendo il conflitto a un gruppo di ragazzi che combattono un mostro che si traveste da pagliaccio, spogliando la storia della sua anima nera per lasciarci solo un guscio pop fatto di poco sangue e niente arrosto.

Se dalla prima, ci spostiamo a quella che è la seconda parte, le cose peggiorano drammaticamente, tutto si sfilaccia e perde di coesione (per citare la Metà Oscura), lasciando i poveri personaggi allo sbaraglio di una storia che non ha abbastanza fondamenta per scorrere. I flashback, che nel libro corrono di pari passo, qui diventano un motivo per giustificare alcune azioni, che di fatto altrimenti non avrebbero senso. Anche in questo caso, il senso di tutta la contrapposizione tra bambini e adulti si riduce a pochi stereotipati comportamenti, fastidiosi perché completamente avulsi dal contesto: ogni volta che i nostri eroi adulti si ritrovano davanti una manifestazione di It, risolvono la cosa negandola e recitando il mantra: NON ESISTE NON ESISTE…
È l’antitesi di tutto quello che è il nocciolo del romanzo. Gli adulti, per quanto non accettino una cosa del genere, devono fare i conti lo stesso con il soprannaturale, con il mostro, con la magia e non negarla. Gli stessi conflitti interni non hanno senso, perché tutti hanno perso qualcosa nella lotta contro It ed è auspicabile andare fuori dal blu e dentro al nero per pareggiare i conti.

Forse, in questa seconda parte, si sente un po’ (pochissimo) la presenza di It all’interno della città, con una serie di flashback (e quando mai!) che mostrano il comportamento delle persone come se fossero completamente controllate dal Mastro Burattinaio. Certo, il senso di oppressione, l’aria greve, la zombificazione dei comportamenti nei momenti immediatamente precedenti allo scontro finale, qui sono stati completamente omessi, anche perché nell’economia della storia così mutilata, non avrebbero avuto senso.

Anche i due confronti tra It e i Perdenti sono stati debitamente edulcorati e ripensati per essere guardati e non letti, togliendo tutti il misticismo del rapporto tra It e Bill. Il finale, dopo tre ore di visione, non è appagante, anzi, è davvero stupido, scontato e non rende giustizia a niente di quello che è accaduto.

Se invece vogliamo fare un discorso tecnico, allora una premessa è d’obbligo. La miniserie è stata pensata per la tv, realizzata con un budget televisivo anni 90 (quindi quasi nullo) e con presupposti televisivi, ovvero ricavi sugli spot televisivi, vendita di spazi pubblicitari e via discorrendo.

Le sequenze soffrono di questa programmazione, essendo tutte molto fugaci, spezzettate. Il regista non riesce a prendersi lo spazio necessario per approfondire le tematiche, i conflitti interni, le motivazioni di ciascuno dei protagonisti, sia buoni che cattivi, lasciando che sia lo spettatore (se vuole) a riempire i vuoti. A parte l’episodio della diga, non sono descritti altri momenti di amicizia tra i Perdenti. Potremmo considerare l’Apocalittica Battaglia a Sassate come uno di questi, ma nella versione televisiva, la battaglia non ha niente di apocalittico, e soprattutto, una sequenza cruciale per la storia (finalmente i Perdenti raggiungono il numero magico di sette) viene ridotta a un fugace primo piano dei ragazzi con lo sguardo ieratico, mentre recitano qualche battuta.

Le scelte registiche, la fotografia e la direzione tutta è cheap, come ci si aspetterebbe da una produzione di questo genere, quindi in definitiva non c’è niente di sorprendente. La colonna sonora, composta da Richard Bellis, per cui vinse anche un Emmy, regala forse qualche brivido di nostalgia con il suo tripudio di sinth da tutte le parti, con rumori e suoni mischiati per creare tensioni in perfetto stile anni 80. Per avere un’idea, vi sconsiglio di vedere il trailer ufficiale della miniserie, per ascoltare di sottofondo una rivisitazione delle marcette circensi, in un crescendo da brivido.
Il budget limitato ha inoltre influito pesantemente sugli effetti speciali, che sono pochi, sfocati e fatti anche male, con stop motion orrende e animatronics approssimativi.

Se ora mi guardassi intorno, so già cosa vedrei: qualcuno, forse più di uno, di voi che mi fissa torvo per queste mie parole poco carine su un film degli anni ’90. E quelle stesse persone stanno già per tirare la loro personale bomba da 10 megatoni: E però, It lo faceva Tim Curry che era bravissimo!

E c’avete ragione, dannazione! Tim Curry era eccezionale: istrionico, sui generis, completamente calato nella parte del clown psicopatico, con lo sguardo spiritato, le movenze quasi epilettiche e tutto il corredo di gestualità che un pagliaccio si porta dietro. Però, in questo caso devo fare due appunti.

Il primo: su una mole di film di quasi 180 minuti, Tim Curry recita sì e no per un quarto d’ora in TOTALE, con clip di pochi secondi, qualche minuto al massimo. Certo, in quei frangenti ruba la scena a tutti, anche perché è stato filmato spesso da solo, senza un vero confronto diretto, salvo qualche eccezione. Davvero, se proprio volete vedere Curry esplodere in ogni senso, sapete cosa dovete fare: it’s just a JUMP TO THE LEFT, let’s do the time warp again… Lasciate perdere questo film.

Il secondo appunto, sottolineato per bene, è un altro. It NON È un clown assassino e psicopatico. Anzi, It non è affatto “malato di mente”: nella sua devianza, il comportamento del mostro è mostruoso così come ci si aspetta. It ha bisogno di nutrirsi, per questo si comporta in questa maniera, non lo fa per qualche degenerazione, quindi rappresentarlo secondo canoni umani o umaneggianti, per quanto siano divertenti e pittoreschi, è sbagliato o, quanto meno, impreciso.
It, tra l’altro, usa le menti delle sue vittime per generare terrore, risalendo alle paure sepolte nel loro inconscio, cosa che nel film non viene quasi mai menzionata, né mostrata, facendo perdere completamente uno degli aspetti più terrificanti del mostro stesso. Pennywise è uno specchio in cui riflettiamo noi stessi come non ci siamo mai visti e noi stessi siamo causa della nostra fine. E il rapporto che c’è con questo assioma e le varie età evolutive della persona genera la dicotomia tra il 1958 e il 1985. E tutto questo, grazie alla scelta di
abbassare il livello di It all’ennesimo pazzo scatenato figlio di Jason e Mike Meyer, fa perdere completamente senso alla storia in quanto tale.

2017

Ora vi starete chiedendo il perché di tutto questo casino. Beh, perché dopo i trent’anni dalla pubblicazione del romanzo ci pareva giusto spendere qualche parola per celebrare questo evento, che molti Fedeli Lettori del Re festeggeranno. E poi perché ci stiamo cascando un’altra volta, senza imparare mai dai nostri errori.

È stato rilasciato il trailer di un nuovo lungometraggio, che non è il remake di quella del ’90, ma una vera e propria rivisitazione del romanzo di King, ambientata tra gli anni ’80 e il nostro presente.

IT – Trailer

#BreakingNews: Come promesso, ecco il primo trailer di IT, riadattamento cinematografico dell'omonima opera di Stephen King. Trovate ulteriori dettagli nella nostra news in merito ( http://www.staynerd.com/it-divulgato-primo-trailer-ufficiale/ ). Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate!www.staynerd.com

Gepostet von Stay Nerd am Mittwoch, 29. März 2017


Io stesso sono un po’ scettico, ma perché vedo il mezzo cinematografico troppo restrittivo per realizzare in maniera adeguata un porting da un romanzo di questo genere. Rileggendo It mi sono sorpreso di una cosa. Certe volte sembra una enorme raccolta di racconti, di storie tra le più disparate e disperate, unite tutte dalla presenza sotterranea del mostro. Immaginate le vicende di Eddie Corcoran e di suo fratello, con il patrigno violento, la storia assurda di Patrick Hockstetter, tutte le vicende storiche riesumate da Mike Hanlon, e dopo che le avete immaginate, cancellatele completamente. I Perdenti si ritroveranno lo stesso a combattere il Mostro alla fine, le loro vicende resterebbero quasi inalterate, ma è il racconto a perdere quel senso di malvagità pervasivo che ne è il vero fulcro.

Ho cominciato a immaginare It come una serie televisiva fatta di episodi a bassa continuity, in cui personaggi diversi contribuiscono con le loro micro-vicende a far avanzare la macro-trama di fondo, fin quando poi tutti i nodi verranno al pettine nello scontro finale, che coinvolgerà la vita di tutti quelli che a Derry hanno provato a mettere radici. Questa è la mia versione filmata di It. Invece la New Line Cinema ha optato per la soluzione più classica. Vedremo.

Per scaldare gli animi, già lo scorso anno spuntò in rete la foto del nuovo Clown, che nulla ha a che fare con il vecchio Pennywise di Tim Curry, sia come colori che come concetto. E forse, vista la commistioni di rimandi e citazioni, visti gli stili che si intrecciano in ogni cucitura del costume, questa soluzione è quella che più ricalca la natura millenaria del mostro, tralasciando la mera rappresentazione macchiettistica che ne era stata fatta. Ma questa è solo una nota a margine, la vera notizia che non è una notizia è che ovviamente il popolo della rete (quanto la odio, questa locuzione) è insorto nei confronti di queste scelte, dicendo che il grande classico NON SI TOCCA! Nessuno può infangare la vecchia pellicola, Tim Curry è l’unico It e bla bla bla.

Come al solito, siamo caduti nella trappola della nostalgia, tralasciando una cosa fondamentale. Questo non è un remake, quindi mettetevi l’anima in pace, Tim Curry non si incazzerà, quindi non fatelo neanche voi. Poi davvero, come diavolo fate a definire la miniserie degli anni ’90 un capolavoro? Dannazione, è una cosa mediocre, a tratti inguardabile, con dei nadir che rasentano la soap opera, completamente fuori luogo, mancante di ispirazione e che soprattutto non rende giustizia a nessuno dei topos del romanzo di Zio Stephen.
Quello che è successo, Fedeli Lettori, è che molti di voi (e pure io, in un certo senso) hanno idealizzato quel film, perché associato a un bel periodo della vostra vita, quello dell’adolescenza (se siete vecchi come me), con gli amici e le amiche, quando gli horror si vedevano solo come scusa per stare attaccati alla tipa (o al tipo) che ci piaceva. Sono queste sensazioni che vi fanno prudere le mani e vi fanno fare commenti fuori luogo e dettati solo dall’impazienza di voler scrivere qualcosa.
Siamo più o meno nella stessa situazione di GhostBusters dello scorso anno, solo che il film di Reitman era davvero un capolavoro sotto moltissimi aspetti, mentre in questo caso state cercando di difendere solo l’idea del film che vi eravate fatti. Fidatevi di me: il film è una mezza schifezza. Se non ci credete andate a rispolverare al vecchia VHS (ah, ah, ah) come ho fatto io e poi venite qui a discutere.

Forse il prossimo film basato sul romanzo di Stephen King sarà altrettanto orribile, se non di più, ma state certi, che per quanto brutto possa essere, o per quanto bello potrà venir fuori, nessuno, nessun regista, nessun attore, nessun trucco cinematografico potrà mai rubarvi quei ricordi che il buon vecchio tremendo film vi evoca.
Di questo potete esserne certi.

Divertitevi.

No more articles