Titane, il film vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes

Tra le tante cose che Titane è, sicuramente su tutte spicca il suo porsi da subito come l’indice di un corso rinnovato. Il film riporta la Palma d’oro della 74esima edizione del Festival di Cannes nelle mani di una donna, la regista Julia Ducournau, a distanza di ben 28 anni dalla prima e fino a quel momento unica che fu assegnata a Jane Campion per Lezioni di piano. La seconda in totale, dal 1955, anno in cui fu introdotto il premio. E la giuria capitanata dall’effervescente Spike Lee conferisce il riconoscimento a un film che, appunto, è mille altre cose e racchiude mille altri significati.

Alexia, la scioccante protagonista di un’opera conturbante

Titane è infatti un’opera conturbante, suadente; è un body horror che sa e vuole mostrarsi; è un postulato teorico che non si richiude su se stesso, piuttosto affascina con un gusto estetico in piena evoluzione. Ecco, parliamo di evoluzione. Parliamo subito del centro magnetico dell’opera, l’Alexia di una Agathe Rousselle che è corpo elastico, rigido, metamorfico.

È una giovane che vive in famiglia ma di notte è una rinomata e richiesta ballerina nei motorshow. Da piccola Alexia ha avuto un incidente d’auto e ora una larga cicatrice le solca una tempia, lì dove le è stato aperto il cranio per inserire una larga placca di titanio. La Ducournau non aspetta molto per presentarci chi è in realtà questa donna, così scostante nei confronti delle altre persone e al contempo attirata dal metallo delle automobili sulle quali danza sopra. Una sera con una di queste auto farà sesso, rimanendone incredibilmente incinta.

Non solo questo, perché Alexia è anche una predatrice di esseri umani, un’assassina che lascia dietro di sé una nutrita scia di cadaveri. Uomini o donne, non importa. Ecco quindi chi è Alexia, è il corpo-macchina. È l’ibrido organico-meccanico nella sua fase primitiva, un prototipo di cyborg, integrato con la forza a seguito di un evento traumatico e quindi in una condizione limbica, irrequieta dell’esistenza. È la condizione post-umana qualificata dal suo non essere, non del tutto carne, non del tutto metallo. Alexia è lo shock, il punto di rottura di una linea retta che si spezza e si dirama, si rende parallela e al contempo si interseca.

Titane

Adrien, l’altro volto di una corporeità in transizione

Il corpo umano appare quindi come una frontiera esaurita, una struttura fallace che non ha più niente da offrire e che manifesta tutta la sua crescente inadeguatezza. Non gli resta nemmeno più il sangue, rimpiazzato quasi del tutto da una neutra bava schiumosa quando Alexia consuma ripetutamente i suoi omicidi nella progressiva azione di sostituzione che mette in atto nei confronti dell’universo che la circonda.

Lei, che al posto del sangue perde invece olio motore, è il prossimo stadio dell’evoluzione (anche filmica) in incognito, si sostituisce alle codificate strutture sociali di un mondo ai confini del turning point: all’essere umano, alla famiglia, al lavoro. Lo fa quando fugge e viene accolta in casa da Vincent, comandante dei pompieri dal passato irrisolto e alla disperata ricerca del figlio scomparso da tempo. A prestargli il volto è il sempre incredibile Vincent Lindon, che decostruisce la mascolinità rendendola macera e anacronistica, costretta ad assumere steroidi su steroidi nella speranza di sconfiggere il decorso naturale degli eventi.

In questa casa, in questa caserma dove è introdotta, Alexia diventa Adrien, diventa anche un lui mentre il ventre cresce e continua a coltivare una nuova forma di vita. Qui Titane fluidifica il genere e abbraccia la non binarietà, riflettendone il portato anche esteticamente quando va a sovvertire canoni di stile e guarda ai giovani corpi maschili dei pompieri, a contatto, sensuali, forse ancora ignari, forse no, che rendono chiaro come la Ducournau abbia appreso il seminale insegnamento del Beau Travail di Claire Denis.

Titane

Un’opera già da ora importantissima

Insomma, il portatore/la portatrice del nuovo corso dell’esistenza non è né una lei né un lui (il bagno pubblico che usa è quello dei disabili), in una destrutturazione del biblico dove la lingua italiana non ci viene certamente incontro per poterl* definire soddisfacentemente con un pronome.

È un’integrazione che il magnifico lavoro fatto dalla Rousselle restituisce alla perfezione, che si modifica e si qualifica davanti agli specchi, davanti al riconoscimento della propria immagine in continua mutazione attraverso i diversi stadi della transizione. Esplicita, quindi, il modo in cui il cinema e i prodotti audiovisivi stanno osservando i fenomeni e le battaglie epocali in atto sulle questioni identitarie, di genere e di corporeità (pensiamo, per citare un esempio recente, alla maternità degli androidi in Raised by Wolves).

E, ovviamente, Titane getta uno sguardo a dir poco affascinante al futuro, sulle implicazioni che una sempre più netta invadenza della sfera tecnologica gioca sul modo in cui l’essere umano arriverà a concepire se stesso dentro e fuori dagli schermi, a quali confini saprà abbattere e quali altri finirà per erigere. Il film di Julia Ducournau, al di là di ogni questione di gusto, è quindi già da ora un’opera importantissima.

Laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo all'Università Sapienza di Roma, al momento prosegue lo studio accademico del mondo del cinema. Interessato attivamente nella sfera della critica cinematografica, è caporedattore per la webzine studentesca DassCinemag e autore all'interno delle redazioni di Anonima Cinefili, Fabrique du Cinema e StayNerd, con pubblicazioni anche sulla rivista culturale Singola. Il suo unico credo è quello dettato dalla Forza. This is the way.