Ammiccando a Philadelphia

Scritto e diretto da Marti Noxon (nota ai più come l’autrice e produttrice di Buffy) To the Bone (Fino all’osso nella traduzione italiana) è un film distribuito da Netflix e parla (apparentemente) di anoressia e DCA (disturbi del comportamento alimentare).
Il timore, leggendo l’incipit, è stato quello di trovarsi davanti qualcosa sul filone di Tredici: tema di attualità e denuncia inerente ai giovani, tanti stereotipi e scelte poco coraggiose.
Analizzando meglio questo film invece si nota una struttura che ricorda più Philadelphia, il celebre film in cui Tom Hanks e Denzel Washington hanno parlato dell’AIDS e con questa scusa narrativa puntato i riflettori sulla discriminazione degli omosessuali. Due temi decisamente sottovalutati o abbandonati ai talk show della domenica in un misto di superficialità e distacco. “Tanto non mi accadrà mai”.

Allo stesso modo oggi tutti i disturbi del comportamento alimentare sono una realtà sommersa, se se ne parla vien fuori l’anoressia come “quella cosa che capita perché le ragazze sceme e insicure vogliono assomigliare alle modelle taglia 40”. Secondo la American Psychiatric Association (APA ) circa l’8% della popolazione soffre di un DCA (anoressia o bulimia) e di questi circa 1 su 8 sono uomini ma il risultato sarebbe molto sottostimato poiché la maggior parte delle persone affette da un disturbo del comportamento alimentare non ricorre a centri specialistici o statali. Così solo i casi più eclatanti verrebbero a galla.
Così come allora era facile dire “se hai l’AIDS è colpa tua perché sei gay o ti buchi” oggi è difficile non colpevolizzare chi si rovina la salute mangiando troppo o troppo poco, ed anzi con l’uso del body shaming sui social è fin troppo comune lanciarsi in invettive gratuite e insensate alimentando il terrore di esporsi al giudizio e il senso di inadeguatezza.

Un altro punto comune è la presenza del tema dell’omosessualità. In To the Bone la protagonista è figlia di una donna che ha lasciato il marito per un’altra donna ed è quindi cresciuta per un periodo con due madri.

La domanda a questo punto è: riuscirà nell’impresa o verrà fuori un polpettone buonista e superficiale?


La storia parte in modo quasi prevedibile: la nostra protagonista Ellen (Lily Collins) si trova in una clinica per la cura dell’anoressia. Fa la dura, ferisce gli altri gratuitamente, ma viene dimessa e spedita da una matrigna che necessiterebbe di una doppia dose di ritalin, una sorellastra affezionata e piacevolmente morbida e un padre che non si degna di apparire nemmeno in una inquadratura.
È tutto talmente stereotipato e insopportabile che all’apparizione dello psicologo “ricercatissimo e con una lunga fila d’attesa” viene da chiedersi se Keanu Reeves sapesse in che guaio si stava infilando quando ha accettato di vestire i panni del Dott. William Beckham sono-figo-solo-io.
Da qui il viaggio in una specie di casa-famiglia-casa-di-cura e la conoscenza della carrellata di ospiti sembra ancora la fiera dello stereotipo e fa abbassare definitivamente la guardia e chiedere perché mai all’inizio ci fosse quell’avvertenza per avvisare “le persone impressionabili”.
Si, è vero che un corpo con le ossa sporgenti non è stupendo ma… in TV si vede di tutto, no?

Da questo punto in poi iniziamo a conoscere un po’ meglio cosa c’è dietro le apparenze e le nostre certezze si sgretolano di pari passo con quelle di Ellen. Cogliamo scorci e accenni della sua complicata famiglia, di cosa le è successo ma anche le (fin troppo) numerose storie degli altri vengono dipinte con brevi pennellate degne di un impressionista. Lo stesso psicologo cambia veste e poco alla volta dal comodo e distante cliché che ha fatto abbassare la guardia lo spettatore si trova a empatizzare con l’evoluzione di questa vita, anzi, di queste vite. La delusione perché lo psicoterapeuta non ha “la soluzione in tasca”, l’apparente incongruenza dei comportamenti, il desiderio di fuga, le palpate sull’autobus, il terrore davanti ai momenti “belli” e la sensazione che non siano “reali” ma solo inutili fughe.
Grazie anche alla notevole bravura degli attori (il cast conta diversi nomi noti ma non solo), lo spettatore percorre le stesse tappe di Ellen e più prosegue più troverà sprazzi di realtà quotidiane, di storie della porta accanto nei discorsi, nei litigi interni ad una famiglia divorziata, nei comportamenti della protagonista. Quella realtà che “non capiterà mai a me” non è che a un passo di distanza.

In questo film non ci sono eroi, non ci sono soluzioni facili, non ci sono incredibili colpi di fortuna. Succedono cose brutte anche a chi si stava comportando bene, si inciampa, si prova. Si sorride. Si fa del proprio meglio e spesso tentandoci si fanno colossali cavolate ma proprio per questo forse si può empatizzare ancora di più con i protagonisti.
Da un film sull’anoressia o comunque sulle dipendenze ci si aspetterebbe di apprendere qualche perla di saggezza, di trovare un’ispirazione particolare.
In questo caso forse l’unico consiglio terapeutico utile è quasi sotto tono, poco evidenziato e inserito nel continuum narrativo. To the bone non offre dogmi, non offre certezze nemmeno della conclusione, in effetti. Offre l’umanità. L’umanità e un’apertura alle possibilità.

La malattia

Uno dei motivi per cui questo film si può classificare come un ottimo prodotto è il modo in cui tratta i DCA. Lontano da facili convenzioni porta lo spettatore a capire che parliamo di dipendenza, di fuga, di necessità di controllo, di qualcosa da fare quando i pochi punti di riferimento crollano. Tutti possono empatizzare con questo, chiunque prima o poi in un momento stressante ha solo desiderato sbattere la porta chiudersi in camera e attaccarsi ai videogame, leggere un libro o magari correre in moto. Tutti hanno i loro “sistemi di sicurezza” davanti a situazioni stressanti, il problema sorge solo quando la fuga dura troppo a lungo o i suoi costi sono troppo alti in termini di salute o sicurezza.
Altro schiaffo a mano aperta allo spettatore è quando alcune ragazze si presentano con la loro malattia assieme al nome. La protagonista arriva a dire “mi spiace di aver smesso di essere una persona ed essere diventata un problema“. Essere malati porta a giudicare ed etichettare non solo gli altri ma anche se stessi. L’essere umano ha bisogno di una collocazione, di un biglietto da visita per far capire in anticipo chi è, ma identificarsi come “bulimica nervosa” è terribile se uno ci si ferma a riflettere solo per due secondi. La malattia prima di ciò che si è, si desidera, si conosce, si vuole fare, la malattia come identità e cambiare identità non è facile per Batman, figuriamoci per delle persone normali.

Spiare attraverso la serratura

La scelta stilistica di To the Bone comprende il non spiegare nulla attraverso espedienti narrativi quali flashback, sedute di psicoterapia o monologhi interiori. Lo spettatore apprende la storia a spizzichi e bocconi come se gli venisse raccontata da un amico o la stesse spiando di nascosto. Sembra di aver capito tutto, eppure a un certo punto salta fuori che non è così, un po’ come con l’amico che senti tutti i giorni per poi accorgerti che pur conoscendo perfino quante volte va al bagno quotidianamente ignoravi che al liceo fosse un campione di canottaggio. 

In opere come Dizionario dei nomi propri di Amélie Nothomb ad esempio la protagonista sviscera tutto il suo percorso nell’anoressia spiegandone i passaggi dal suo punto di vista e confrontandosi al massimo con un altro caso analogo. In To the bone invece si spazia dal ballerino col ginocchio fratturato alla ragazza rimasta incinta fino alla bulimica e di tutti intravediamo solo brevi scorci. Perfino la storia della protagonista è frammentaria, scollegata; ne sentiamo parlare da persone che già conoscono l’argomento e quindi lo spettatore viene coinvolto quasi come un investigatore che cerca di ricollegare i pezzi, di capire cosa si è perso entrando in sala a film già iniziato. To the Bone richiede di essere ascoltato, capito, di leggere fra le righe esattamente come un nuovo amico. Questo lo rende molto reale perché solo nei racconti si sa con certezza cosa ha scatenato cosa, gli esseri umani veri sono molto più complessi di così e sarebbe un’illusione credere di aver capito tutto e se c’è qualcosa che questo film spazza via sono proprio le illusioni.

Lo studio psicologico

To the Bone ha il pregio indiscutibile di non lasciare minimamente spazio a semplificazioni di comodo, facendo invece appello ad una conoscenza approfondita dei meccanismi psicologici che regolano le problematiche di dipendenza, depressione e ovviamente anoressia ed altri DCA.

Per chi non è familiare a certe tematiche potrebbe essere complicato cogliere tutte le sottigliezze mostrate ma ragionandoci un po’ non è nemmeno difficile rivedercisi in qualche misura.
Per esempio viene mostrata una ragazza che si misura ossessivamente il diametro del braccio ma che poi impreca se il suo peso continua a scendere. Non vuole mangiare eppure sa che è sbagliato. Si nasconde sotto maglioni enormi per coprire le ossa ma continua a vedersi troppo grassa. Non è pazzia, non si tratta di una persona particolarmente cretina, è solo un meccanismo comune tanto in anoressici quanto negli obesi quello di fissarsi solo su un dettaglio del corpo, “non vedendo mai davvero” il resto.
Non è così raro nemmeno fra le persone “sane“; per esempio molti che pensano di avere la pancetta e ignorano totalmente di stare spingendo in avanti il ventre perché hanno le spalle ingobbite, trovandosi a vedere un difetto inesistente al posto di quello reale e anche dannoso per la salute.
Il meccanismo che fa sfuggire un pensiero sgradevole (in questo caso la propria fisicità) è lo stesso che spinge uno studente sotto esame a gettarsi in una maratona di GoT anche se sa di avere i giorni contati per prepararsi.
Così chi ha problemi di peso sa che le cose non vanno, leggendo l’ago della bilancia, ma non ha una percezione corretta del proprio corpo né quando migliora né quando peggiora, anche se ne subisce paradossalmente le conseguenze in termini di salute.
In quest’ottica il momento in cui un’anoressica arriva a dire “quello è il mio corpo?” vedendolo realisticamente per la prima volta assume tutto un altro valore ed un’altra potenza raffigurativa, assolutamente adeguata a quello che in terapia è il primo, essenziale passo verso la guarigione.

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La colpa

Il senso di colpa è qualcosa che pervade tutto il film. Se una malattia come l’AIDS veniva considerata (ingiustamente) la corretta punizione per una condotta moralmente deprecabile (almeno fino a che non ha iniziato a diffondersi fra gli etero), nel caso di una malattia come l’amoressia non ci si può apparentemente appellare a qualche dio o al fato avverso. È colpa dei genitori? Degli amici? Della società? Del malato che si ostina a non mangiare?
Questa caccia al colpevole fuori e dentro di sé è una costante distruttiva e dolorosamente evidente. La fretta, l’urgenza di trovare una spiegazione, di crocifiggersi oppure di scaricare questa maledetta colpa è tanto umana e comprensibile da lasciarci nudi davanti alla semplice considerazione che travalica pensieri molto più utili del tipo:”come si supera?”.

Marti Noxon non ci offre un cattivo credibile, non abbiamo una realtà rosea ma nemmeno quella cupa e senza vie di uscita di Pennac, o il degrado graffiante di Trainspotting ma solo una variegata scala di grigi. Perfino le azioni più stupide e assurde sono alla fine solo molto, molto umane ed anzi con l’evolversi della protagonista arriveremo a vedere sotto una nuova luce perfino la matrigna odiosa, perbenista e maestra di gaffe. Secondo alcuni questa tendenza a coltivare i sensi di colpa è figlia della religione giudaica, ma in pochi film è tanto evidente quanto possa essere inutile e anzi dannosa, lì dove non c’era un intento nocivo volontario, quanto invece – spesso  – solo una lunga serie di vittime di altri mali. Potremmo dire che l’unico “villain” della situazione è proprio il dolore, il malessere che si insinua nella fragilità umana e ne infetta la parte migliore.

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Verdetto:

To the bone è promosso a pieni voti.
Potrebbe sembrare strano considerando ciò che è stato detto sull’inizio di questo film, ma l’evoluzione dei personaggi crea la sensazione che non siano realmente loro ad essere migliorati bensì che Ellen li guardi man mano con filtri diversi e questo cambi il mondo sia come prospettiva sia come reazioni che ottiene. Passo dopo passo scendiamo dallo stereotipo rassicurante ad una realtà vicina, riconoscibile e che fa paura.
Perfino la rischiosa scelta di usare una piccola parte onirica e quasi mistica risulta tutt’altro che stucchevole o separata dalla realtà, ed anzi un espediente adeguato per spiegare quel “click mentale” che fa cambiare la prospettiva sulle cose. Sarà capitato a tutti di arrivare ad un certo punto ad un’epifania, comprendendo davvero il significato di qualcosa che prima si sapeva razionalmente vero ma non si sentiva come tale. Rappresentare quel momento non è affatto facile e la scelta di non limitarsi a mostrarne gli effetti esteriori è stata coraggiosa ed efficace.
Altro punto di forza è il cast. A parte l’alto livello degli attori, la composizione rispetta le percentuali degli affetti da DCA con due soli uomini e un nutrito gruppo femminile. Inoltre sono tutte persone “della porta accanto”, ragazze carine ma non fuori dal comune e perfino la bella Leslie Bibb (fra le varie interpretazioni Iron Man e ER – Medici in prima linea) risulta sciupata e spenta. La sua presenza fa l’effetto di incontrare una vecchia amica irrimediabilmente rovinata dalla malattia, rendendola ancora più reale.
Come lato negativo potremmo segnalare la molta (troppa?) carne al fuoco, le parti non approfondite ed alcune scene che possono risultare anche troppo caricaturali. È però davvero poca cosa per un film che in meno di due ore riesce a colpire con tutta la carrellata di orrori connessi ai CDA, al senso di impotenza dei familiari, sfiorando il mondo social e cucendoci assieme anche momenti visivamente meravigliosi (uno fra tutti un’istallazione d’arte).
In conclusione possiamo consigliare la visione di questo film a tutti, ma di non prenderlo alla leggera.
All’inizio abbiamo cercato un pericoloso paragone con Philadelphia, ma essenzialmente per segnalare una fortissima profondità e potenza espressiva (eguagliare la scena di Tom Hanks che si abbandona alla voce della Callas è praticamente impossibile, lo sappiamo bene), e così come negli anni ’90 quel film riuscì a inculcare in una generazione una sana paura delle malattie sessualmente trasmissibili e dare una bella picconata ad un muro di pregiudizi, ci auguriamo che “To The Bone” possa in qualche modo aiutare a conoscere i disturbi del comportamento alimentare e quindi anche un po’ a salvarsi da questi e da tutte le forme di dipendenza.
Perché poco importa se la tendenza sia l’autolesionismo, abbuffarsi, l’abbandonarsi a crisi di rabbia, andarsi a ubriacare, stordirsi con la musica o correre fino allo sfinimento. Alla fine tutti, da qualche parte, siamo stati un po’ come Ellen.

To the bone - Recensione
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