Kristen Stewart è la protagonista di un nuovo horror che si tiene a galla ma a fatica

 

Will Eubank è l’uomo alla regia di Underwater, nuovo horror/monster movie con protagonista la bella Kristen Stewart in arrivo il 30 gennaio al cinema. Il suo precedente lavoro, The Signal a mio avviso più intrigante come sceneggiatura, ma meno affascinante sul piano visivo, aveva già messo in luce la sua buona mano, la sua volontà  -e a volte capacità- di raccontare “molto con poco”, ma mancava un certo “quid”, lo stesso che ahimé, è assente in Underwater.

Il film ha una trama estremamente semplice, di quelle che in teoria servono a imbastire un film di genere tutto suspense e alta tensione. Impaziente di immergerci subito nell’azione, Underwater si apre presentandoci in pochi minuti il personaggi di Kristen Stewart (Norah), ingegnere meccanico di una stazione sottomarina nelle profondità dell’oceano. Underwater racconta velocemente (addirittura durante i titoli di testa) che l’umanità ha inventato una super trivellatrice per sondare fondali fino ad allora irraggiungibili e condurre ricerche scientifiche. Qualcosa va storto praticamente da subito, giusto il tempo di mostrarci con poche battute una Nora apparentemente cinica ma in realtà piuttosto empatica.

La stazione subisce danni ingenti dalle cause sconosciute, tutto tracolla e ovviamente comincia cosi la corsa verso la salvezza. Norah raggiunge i pochi membri dell’equipaggio nei dintorni ancora in vita, tra cui il capitano (Vincent Cassel) e altre facce piuttosto caratteristiche ma facilmente dimenticabili.

Lo spazio all’introspezione infatti è praticamente pari a zero, come detto, Eubank riesce sì a raccontarci in qualche modo il carattere e talvolta il background dei nostri tramite indizi visivi e scambi veloci tra di loro, il ché è apprezzabile, ma nell’economia della storia non molto rilevante visto che votata quasi esclusivamente all’azione.

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In realtà le influenze di Underwater sono piuttosto palesi. È chiaro come il setting richiami horror fantascientifici come Alien, da cui pesca concetti fondamentali come isolamento, sopravvivenza e una minaccia esterna misteriosa e letale. Al posto del freddo spazio però c’è l’acqua, che a certe profondità non è certo meno problematica. Impossibile in tal senso non notare anche una certa vicinanza al cult The Abyss di Cameron, da cui invece riprende oltre banalmente il contesto, anche quella progressione da thriller/action che vorrebbe essere un po’ al cardiopalma.

Purtroppo quest’ultimo intento è solo parzialmente riuscito, perché pur prendendosi l’intero minutaggio del film per imbastire il “viaggio” di sopravvivenza nei fondali marini, difficilmente la messa in scena riesce a stupire. Gli imprevisti risultano paradossalmente fin troppo prevedibili, lo schema del film tenta raramente di inventarsi qualcosa di nuovo. I protagonisti, il cui destino coinvolge in maniera non troppo sentita lo spettatore a causa di questo incipit in medias res (decisamente un’arma a doppio taglio) che non permette di affezionarsi troppo alle varie figure, hanno a che fare con i soliti problemi tecnici. Malfunzionamenti della struttura, la pressione dell’acqua, e un predatore misterioso che opera in maniera ferale ma anche “basica”. Da questo punto di vista era molto più curiosa la creatura di Life (2017, Daniel Espinosa) che seguiva il “modello Alien” in modo più efficace.

In realtà, senza fare spoiler, c’è una evoluzione di questa minaccia biologica in Underwater che la rende interessante e suggestiva ad un certo punto, ma il “plot twist” non viene sfruttato adeguatamente e il film da lì a poco si esaurisce in maniera debole, portandosi appresso anche una certa retorica ecologista piuttosto sempliciotta che non eleva più di tanto la caratura del film.

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Tutto questo è un peccato perché il film aveva potenzialità non da poco. Abbiamo adorato tutto il comparto tecnico, le scenografie rugginose e malmesse, la fotografia, l’oceano reso cosi torbido e inquietante, l’oscurità così d’atmosfera, anche se in passato film come The Descent hanno “lavorato sul buio” in maniera un po’ più convincente e leggibile rispetto ad Undewater ove spesso ci si trova leggermente confusi. Anche la colonna sonora è incalzante e accompagna degnamente l’azione, e la telecamera impaziente e ultra-dinamica di Eubank, sottolinea i momenti di urgenza con una certa riuscita intensità. Il problema è che non si riesce praticamente mai a creare situazioni iconiche, momenti memorabili, picchi di reale tensione, come non si sapesse gestire alla perfezione i momenti nevralgici dell’azione, e ci si accontentasse del compitino.

Eppure, Underwater rimane un film dal ritmo sostenuto, che sicuramente divertirà gli appassionati del genere, quanto meno a livello meramente “contemplativo”. Rimane la delusione di non aver avuto di più. Eubank oscilla troppo tra il voler fare l’horror compassato e d’atmosfera e il monster movie più esplosivo e d’azione. L’unione di queste due anime non è un demerito a priori, però il risultato evidenzia che forse concentrarsi su un mood univoco, creando scene di maggior impatto in un verso o nell’altro, avrebbe sicuramente giovato.

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