Same old story

Raccogliendo un’eredità che si perde negli albori del videogioco, la serie WWE 2K è per gli amanti del wrestling ciò che FIFA è per gli amanti del calcio: un’attesa tradizione annuale in cui si riversano tutte le aspettative per la “stagione” che porterà la compagnia di wrestling più importante al mondo a culminare con la gargantuesca festa di Wrestlemania.

Dopo diversi titoli di qualità altalenante, minati forse dalla tassativa uscita annuale, lo scorso WWE 2K17 aveva alzato l’asticella della qualità promettendo grandi cose e, in linea di massima, riuscendo a soddisfare i fan e mostrando un gioco pulito e pieno zeppo di possibilità. Purtroppo non possiamo dire lo stesso di WWE 2K18, che sembra aver ritrovato un po’ il difetto originario della serie: quello di fare un passo in avanti e due indietro. O per meglio dire inserire feature pubblicizzandole insistentemente ma togliendo qualche particolare, che servirà così l’anno successivo per essere spacciato in pompa magna come novità dell’anno. È una strategia poco condivisibile, che sembrava un po’ perduta con lo scorso capitolo e che, in realtà, si è mostrata nuovamente quest’anno in tutto il suo “splendore”. Ma andiamo per gradi.

Rebuild? Redesign? Reclaim?

La primissima cosa che salta all’occhio in WWE 2K18 è l’utilizzo di un motore grafico nuovo di pacca, che mostra letteralmente i muscoli con effetti di luce migliorati, piccole chicche come shader che appaiono mentre la lotta si protrae per simulare il sudore e modelli dei personaggi più definiti e realistici, soprattutto nelle entrate verso il ring che sono poi una delle parti più spettacolari degli eventi di wrestling targati WWE. Ma abbiamo qualche tentennamento sul lato dei visi e delle animazioni facciali: se i wrestler più iconici possiedono connotati riconoscibilissimi e le giovani sono un po’ meno curate sotto questo punto di vista (proprio come in FIFA, per continuare il parallelismo che si faceva all’inizio), bene o male tutti gli atleti soffrono di evidenti problemi per quanto riguarda l’animazione, con espressioni facciali degne di un pupazzo di Rambaldi, glitch soprattutto nella sezione degli occhi e della bocca e una sensazione che i più vicini al mondo del videogame potevano ritrovare nel Mass Effect Andromeda pre-patch, se non peggio. Insomma, volti realistici, spesso vicinissimi al fotorealismo, ma a patto che non si muovano e sorridano troppo.

E proprio parlando di atleti, troviamo qui uno dei punti di forza del gioco. Siamo dinnanzi ad uno dei roster di personaggi selezionabili più ampio che il media ricordi: ben 174 personaggi originali selezionabili, ognuno col proprio stile di combattimento, attire, entrata con tanto di traccia originale in sottofondo, che superano i 200 se consideriamo costumi alternativi, versioni differenti dello stesso atleta in base all’annata e manager di supporto. Come sempre, non saranno disponibili tutti all’avvio, ma andranno sbloccati nel negozio di gioco tramite moneta virtuale, ottenibile semplicemente completando i match.

I vari atleti saranno utilizzabili in modalità più disparate, come la classica Esibizione con match di vario tipo con fino ad 8 atleti contemporaneamente sul ring, comprese le sempre verdi Royal Rumble, la possibilità di organizzare tornei ad eliminazione e il ritorno dei backstage brawl, che strizzano l’occhio ai fan di vecchia data e che in quanto a densità di possibilità per far del male all’avversario, ricordano un po’ il “WWE SmackDown! Here Comes the Pain” del lontano 2003 per PS2, ad oggi considerato uno dei migliori titoli sulla disciplina.


Il feeling sul ring è rimasto sostanzialmente invariato rispetto l’anno scorso, così come la mappatura dei tasti. Abbiamo un tasto per i colpi con le braccia e le gambe che saranno concatenabili per formare combo, un tasto per le prese che saranno differenti a seconda della direzione che imprimeremo sull’analogico, un tasto per la corsa che consumerà la barra di stamina, uno per interagire con gli oggetti contundenti da utilizzare in combattimento, un tasto per le mosse peculiari dell’atleta e il solito tasto per l’irish whip, che quest’anno non ci consentirà solo di trascinare gli avversari per posizionarli dove meglio vogliamo, ma anche per alzarli e spostarli letteralmente di peso. A seconda della tipologia di match, il metodo di vittoria può ovviamente cambiare, ma solitamente si tratta quasi sempre di minigiochi in cui la tempistica la fa da padrone. Dovremo premere i pulsanti richiesti su schermo per uscire da una presa di sottomissione come in un laser game, premerli al momento giusto per uscire da uno schienamento o per ribaltare una mossa e così via.  Anche se le collisioni tra modelli non sono sempre impeccabili e rischiano spesso di finire in compenetrazioni e glitch tanto assurdi quanto divertenti, la sensazione d’impatto e le varie movenze nel lottato sono sempre ottimamente realizzate, considerato anche il lavoro di motion capture dietro, effettuato da atleti professionisti della disciplina.

Qualche lavoretto di restauro poteva essere apprezzato nel sistema di minigiochi a tempo, che non sempre sono bilanciati in quanto a difficoltà ed efficacia ma che soprattutto, diciamocelo, hanno ormai fatto un po’ il loro tempo. In tutto ciò, non manca poi la modalità Online, per affrontare avversari sparsi per il globo con atleti esistenti e creati dagli utenti e soprattutto la WWE Universe, in sostanza un gioco nel gioco, dove verremo chiamati a gestire ed organizzare in veci di General Manager gli show settimanali e i PPV, creando storyline e faide con gli atleti a disposizione; insomma la modalità gestionale di WWE 2K18 per i fan più “smart”.

Questa mole spropositata di possibilità si riversa nel sempre vasto editor di gioco, forse non proprio alla portata di tutti quanto a difficoltà nella personalizzazione, tra grafici del viso, valori numerici da regolare per i connotati e vastità di elementi, spesso così certosini da risultare maniacali. Si va da modelli di capigliatura e/o barbe più o meno riusciti fino all’angolo di piegatura della punta dell’orecchio (sì, davvero). Ma non solo: avremo la possibilità di modificare completamente atleti esistenti, cambiandone l’entrata (anche se è stata inspiegabilmente rimossa la possibilità di personalizzare i movimenti di camera), il costume o il set di mosse, potremo crearne uno da zero e addirittura avremo la possibilità di inventare eventi veri e propri, modificando il palazzetto come più ci aggrada, cambiandone grafica, ring, balaustre e quant’altro. Addirittura l’editor permetterà di creare e modificare i titoli in palio, personalizzando le cinture nei minimi particolari. E se tutta questa personalizzazione non bastasse, c’è pur sempre la sezione della Community, dove scaricare tutte le suddette opere create dagli utenti, spesso con risultati davvero sorprendenti.

Lottatori in Carriera

Ultima, ma non certo in ordine d’importanza, è la modalità Carriera di WWE 2K18, che ci permetterà di creare un personaggio totalmente distaccato dal resto delle modalità per affrontare la scalata al successo all’interno dell’industria del wrestling, partendo dal centro di sviluppo degli atleti, fino al main event di Wrestlemania. Purtroppo anche qui subentra una novità che potrebbe far storcere più di qualche naso: l’editor è sì vastissimo, ma se nei capitoli precedenti i vari elementi di personalizzazione erano in linea di massima disponibili o acquistabili tramite moneta di gioco ottenibile semplicemente completando match, in WWE 2K18 questo non avviene proprio nello stesso modo. Gran parte degli stessi sarà infatti bloccata e sarà necessario acquisire, sempre tramite moneta di gioco, delle casse contenenti un loot casuale. Le casse saranno di tre tipi, bronzee, argentee e dorate, con costo progressivamente più alto e conseguente possibilità maggiore di trovare oggettistica e parti di personalizzazione più rare o iconiche. Ciò significa che se volete quel copricapo sul vostro personaggio, non solo dovrete guadagnarvi sonante moneta di gioco, ma anche utilizzarla per acquistare casse e sperare di trovare quello che volevate in esse. Se da una parte è apprezzabile la mancanza di qualsivoglia microtransizione con soldi reali, dall’altra la cosa è decisamente frustrante. Inspiegabilmente ci si ritrova tra le mani un vastissimo editor, senza la possibilità di poterlo utilizzare appieno, affidandosi invece alla grazia della Dea bendata. Per inciso, questo blocco è presente solamente nella modalità Carriera, che come abbiamo detto è staccata dalle altre: non potremo infatti utilizzare i nostri personaggi creati qui al di fuori di questa modalità.

Comunque sia, una volta modellato l’aspetto del nostro alter ego mazzuolatorio virtuale con ciò che il gioco ci offre potremo selezionarne lo stile di combattimento, che deciderà il massimale di ogni nostro attributo sul ring. Un esempio pratico: se decideremo di essere un brawler eccelleremo nell’utilizzo dei colpi con braccia e gambe in quanto specialità di quello stile, ma saremo carenti magari dal punto di vista delle prese e proiezioni, che sarà invece la specialità di uno stile grappler. Un piccolo sistema di classi che ricorda da lontano quello di un gioco di ruolo, classi che dovranno essere migliorate man mano che si avanza nella carriera, spendendo proprio punti attributo per livellare.

Altro parametro importante del giocatore riguarda il tipo di personaggio che utilizzeremo, se più rivolto verso i fan, divenendo quindi idolo delle masse, o più verso la dirigenza, per diventare un impiegato modello di successo. Entrambe le scelte hanno diversi tier raggiungibili ottenendo esperienza, che sbloccheranno novità per il nostro personaggio o parti di personalizzazione. Ci troveremo così nei backstage dei vari show, a girovagare parlando con le varie superstar e dirigenti della compagnia, facendo interviste alle quali rispondere in maniera adeguata per essere apprezzato dai fan o dalla dirigenza e guadagnando piccole missioni che ci permetteranno di avanzare, che possano essere lo sconfiggere un avversario in un determinato modo, assaltarne uno nel backstage o più semplicemente salire sul palco, microfono in mano e parlare al pubblico facendo un Promo.

Così come l’intervista, anche la modalità ci consentirà di scegliere tra quattro linee di dialogo, chiedendoci di rimanere il più possibile coerente con il discorso: ad esempio se iniziamo il promo parlando di rispetto, scegliere la prossima linea di dialogo mantenendo quest’argomento ci fornirà bonus e ci permetterà di creare un promo coinvolgente. Dalle premesse la modalità sembra essere incredibilmente divertente, ed effettivamente lo è per le prime ore di gioco. Alla lunga però il tutto si riassume in una lentissima corsa (l’animazione di corsa è snervante per quanto lenta e goffa) da una parte all’altra dello spogliatoio per parlare con i diretti interessati di turno, raccogliere missioni, completarle per andare alla settimana successiva e ripetere il tutto. Salvo colpi di scena e possibilità ai titoli maggiori insomma, la Carriera di WWE 2K18 è fin troppo noiosa e ripetitiva, oltre che essere priva di mordente dal punto di vista di trama, che viene stancamente raccontata da linee di dialogo mute coadiuvate dalle abominevoli animazioni facciali di cui parlavamo sopra. Oltre a questa modalità prettamente in singolo, vi è poi una modalità Online denominata Road to Glory, la quale verrà aggiornata periodicamente e vedrà i giocatori di tutto il mondo affrontarsi in match che ricalcano quelli che avverranno nei Pay per View della vita reale in quel periodo. Vincendo i match si scalerà un rank online, e si otterranno monete di gioco e punti attributo per migliorare il nostro personaggio. E anche se per ora i giocatori connessi scarseggiano, bisogna render noto che il gioco è uscito da pochissimo.

wwe 2k18 recensione

Verdetto:


WWE 2K18 sembra quasi fermare bruscamente quelle speranze che vedevano il 2K17 come il capitolo della svolta, in grado di portare la serie su livelli d’eccellenza mai più raggiunti. Quello che invece ci siamo trovati tra le mani è lo stesso gioco, con un comparto grafico rivisto in maniera grossolana e un gameplay sostanzialmente inalterato, piccolezze a parte. Un more of the same che necessita urgentemente di essere svecchiato e soprattutto curato maggiormente nel dettaglio, cosa di cui la serie ha sempre sofferto. Nonostante ciò, chiudendo un occhio sui soliti problemi, si tratta pur sempre del buon vecchio gioco di wrestling in grado di far passare diverse ore di divertimento, sia in compagnia, che da soli. Per i fanatici della disciplina, invece, è sempre una grande festa per gli occhi.

Recensore seriale, blogger, giocatore di ruolo decennale, hardcore gamer, groupie di Alan Moore. Amante dei Souls, di Castlevania e di Banjo-Kazooie e fanboy di Jet Set Radio. Ha visto Matrix almeno 42 volte, segue il wrestling ed è fissato con lo studio della musica tutta, con una piccola predilezione per gli Ulver, i Fair To Midland e le OST. Nasconde purtroppo un terribile segreto: non sa proprio come leggere gli orologi con le lancette (non scherzo).

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