Uno sguardo esteso a uno degli anime più chiacchierati della storia

Eccoci di ritorno, dopo una breve pausa, per continuare il nostro personale viaggio interpretativo di uno dei capisaldi della fantascienza mondiale.
Akira è diventato un classico, un cult imprescindibile, che continua a essere riproposto e a ottenere successo.
Per quanto sia un’opera di fantasia, Akira è sempre e comunque radicata nel proprio tempo e come tale va anche interpretata. Non è facile cadere nell’errore di usare le categorie della nostra attualità per cercare di sviscerare alcune scelte fatte in sede di realizzazione. È come sempre cruciale riuscire a inquadrare il contesto non solo artistico e di maturazione autoriale in cui Otomo ha concepito l’opera, ma soprattutto il teatro politico e sociale in cui i frutti della sua fantasia sono sbocciati.

Pessimismo

Come potete immaginare e come potete intuire, la trama di Akira è molto articolata, soprattutto per la pletora di personaggi secondari che arricchiscono le linee narrative dei protagonisti, tratteggiando il mondo che li circonda e fornendo particolari sulla poetica e la visione di Otomo.

Di minuto in minuto, si percepisce il pessimismo con cui l’autore guarda al futuro, con rimandi chiari e forti alla società presente. Siamo in piena Guerra Fredda e in Occidente il fronte politico non è dei più piacevoli, con Reagan e la Tatcher alle due sponde dell’Atlantico. In Russia arriva Gorbačëv e siamo ancora al fatidico novembre 1989.

In patria, d’altronde, durante la realizzazione di Akira, si respira il vento maleodorante della brutta recessione che colpì il Paese del Sol Levante nel bel mezzo degli anni ’80. Dopo un iniziale periodo di freschezza e vittoria economica giapponese, tanto che alcuni economisti vedevano il Giappone stesso come prima potenza mondiale del 21esimo secolo, tutto l’ottimismo fu spazzato via dalla crisi degli immobili (non vi ricorda niente?), facendo sprofondare il paese in una recessione oscura e affossante.

Con questi retroscena sociali e politici, l’opera di Otomo emerge per la sua lucidità e per la sua impietosità nella descrizione delle dinamiche sociali che portano alla delinquenza e allo sconforto cittadino. Il sottotesto, non sempre ben celato, è quello di una denuncia prorompente nei confronti delle autorità mute e sorde, accovacciate su loro stesse nell’intento di salvarsi la pelle.

L’avversione verso lo status quo e la denuncia si caricano ancora di più quando viene mostrato il complotto politico, dove cade la maschera di Nezu, rivelando il vero volto del politicante, attaccato al solo denaro. La sequenza, drammatica, dura, dolorosa, in cui il capo della resistenza Ryu viene ucciso a sangue freddo decreta la fine della scena politica di Neo Tokyo e contemporaneamente è una sorta di allegoria che indica che spesso ci vuole davvero un colpo di spugna per poter ricominciare da capo.

Eroi e Vittime

Accanto a questa visione ad ampio spettro, oltre il tavolato politico sociale, Otomo volge il suo sguardo indagatore ai suoi stessi personaggi, tratteggiando i caratteri dei protagonisti per renderli quanto più tridimensionali possibile.

Kaneda rappresenta per certi versi l’antieroe della storia, un misto di chiari e scuri che si intersecano senza stridere mai. Da una parte, lui è un teppista, un frutto sconnesso e deviato della stessa società, prigioniero della sua infanzia rubata e impossibile da dimenticare, attaccato al sottobosco di cemento in cui vive con gli altri suoi compagni, come una sorta di famiglia sregolata. D’altronde, sotto la superficie fatta di giubbotti di pelle, cicatrici e modi spavaldi da bulletto, si nasconde il cuore d’oro tipico degli eroi senza macchia e senza peccato. La sua devozione per il suo amico fraterno Tetsuo è il vero motore trainante delle sue scelte, fin da quando prende la scellerata decisione di salvarlo dalle mani dei Militari.

Tetsuo dal canto suo incarna la figura dell’eterno secondo, il ragazzo che continua a vivere dell’ombra del suo migliore amico. Purtroppo, il senso di inadeguatezza, la voglia di rivalsa e l’invidia nei confronti di Kaneda, saranno il veleno che lo porteranno a compiere azioni efferate fino al tragico epilogo. Tetsuo è un personaggio che emerge a poco a poco, tanto da arrivare alla fine completamente trasfigurato, nei modi e nelle espressioni, irriconoscibile nella sua sofferenza e nella sua spietatezza.

Il primo approccio nel leggere le gesta di questo ragazzo è quello di vederlo come il colpevole totale, laddove invece la prospettiva migliore per interpretare le sue azioni è quello di considerarlo una vittima, un agnello sacrificale, dapprima macerato nella sua condizione sociale di emarginato e buono a nulla, e poi offerto all’altare ampiamente insanguinato della scienza segreta di un Corpo Militare senza scrupoli. Tetsuo è alla fine di tutto il prodotto finale di tutte le brutture che stavano insanguinando il mondo intorno al Villaggio Olimpico, contemporaneamente è il Messia a cui inneggiano i gruppi di esaltati religiosi e l’arma finale che ricerca fortemente il Colonnello Shikishima, l’Alpha e l’Omega.

Il colonnello stesso riveste un ruolo importante nell’economia del racconto, sia come diretto fautore di alcuni momenti più importanti della trama (il colpo di Stato, tra tutti), ma è ancor di più la personificazione dei baluardi della tradizione giapponese, che affonda le sue radici nell’etica dei Samurai. In un lungo monologo, durante una corsa in ascensore, Shikishima esprime tutto il suo disgusto per quello che è costretto a vedere e sentire ogni giorno, per i politici senza spina dorsale, per una società che non rispecchia per niente ciò per cui lui vorrebbe tornare a combattere. Purtroppo la sua devozione alla sua carica, la sua educazione lo spinge a combattere nonostante tutto contro la più terribile delle minacce, Tetsuo, potenziale distruttore della città.

Chi è Akira?

Shikishima d’altronde, nonostante i suoi buoni propositi, la sua volontà di salvare il suo paese, è anche responsabile dei test medici che hanno contribuito a trasformare Tetsuo, e che hanno scatenato per la prima volta Akira, che altri non era che l’esperimento numero 28 – il riferimento numerico è un omaggio a Testujin 28-go, un’opera di Mitsuteru Yokoyama che ha fortemente influenzato la crescita artistica di Otomo.

In un fugace flashback, si intuisce di come i militari facessero ricerca in merito al risveglio di poteri sopiti e presenti negli esseri umani. Si sono così imbattuti in alcuni soggetti estremamente dotati e molto promettenti. Con un giusto mix di droghe, farmaci e una non meglio precisata chirurgia, gli scienziati riescono a risvegliare dei poteri extrasensoriali in quattro bambini, i soggetti dal 25 al 28.

Di questi, il più potente era Akira, tanto che, a causa di qualcosa andato storto, sarà anche responsabile dell’esplosione che avrebbe dato inizio alla Terza Guerra Mondiale e avrebbe distrutto la vecchia Tokyo. Di Akira, ora restano solo dei preparati anatomici e delle capsule con materiale biologico conservato nelle profondità della terra in una stanza criogenica.

Durante il tremendo scontro tra Tetsuo e Kaneda, la figura di Akira riemergerà, in parte riesumata e in parte evocata dalla incontenibile energia che Tetsuo sprigiona ogni momento di più, portando lo spettatore verso il finale onirico e allucinante.

Akira resta però un personaggio accennato, una presenza costante, eterea, quasi fantasmica, impalpabile ma allo stesso tempo solida. Si sente sempre parlare di lui, si intuisce, più che vederlo davvero, che aveva delle qualità fuori scala, che andavano al di là della sfera mistica. Akira è visto per molti versi come una nuova forma di evoluzione della specie umana, che trapassa dallo stato solido della carne e del sangue, verso una successiva rappresentazione a base di sola energia, talmente potente da aver causato l’olocausto del 1988. Comprendere questa figura è cosa quanto mai complicata, perché lo stesso autore se ne guarda bene dal dare indizi, se non che pure lo stesso Akira sia stato vittima di un Governo senza scrupoli, dalla morale ormai alla deriva. La domanda che ci si pone e a cui non viene mai data veramente risposta è: Akira ha provocato volutamente la distruzione di Tokyo, per poter vendicare del male subito, oppure il disastro è stato frutto dell’inesperienza degli scienziati a gestire una tale quantità di potenza?

La conseguenza di questa domanda è direttamente correlata alla trasformazione di Tetsuo, perché a quel punto diventa lecito chiedersi se anche Akira abbia subito la stessa metamorfosi, tanto che si potrebbe arrivare a dire che la storia si sta ripetendo.

Uno dei leitmotiv che emerge a ripetizione durante tutto il film è la necessità di controllo su questo processo di trasformazione in energia, un controllo che presuppone un addestramento e una dedizione che Tetsuo (e probabilmente neanche Akira) non ha mai raggiunto. Il problema sembra appunto una mancanza di autodisciplina tale da poter contenere ogni singola manifestazione di questo potere spropositato.

Gli altri Esper infatti, per quanto bambini negli atteggiamenti, sono rappresentati con i volti di persone anziane, una progeria sicuramente causata dagli esperimenti a cui sono stati sottoposti, ma che allo stesso tempo rappresenta in maniera allegorica il livello di saggezza e controllo che hanno sui loro poteri.

Con una tale ricercatezza di simboli e significati all’interno del film ancora non ci capacitiamo del perché Otomo lo considerasse un potenziale fallimento, perché considerasse la parte finale del film come la più debole.

Forse, sotto un certo aspetto, il suo era più il timore di non aver raccontato completamente tutta la storia. In quel periodo infatti, il suo manga era ancora in fase di pubblicazione e si narra che nella stesura della sceneggiatura del lungometraggio, lo stesso Otomo sia partito dal finale che voleva rappresentare aggiungendo i pezzi della trama a ritroso. Forse questo approccio e la contemporanea presenza della storia ‘lunga’ in fase di rappresentazione nel fumetto, hanno reso l’autore un po’ nervoso e scettico sulla riuscita del film.

Io sono Tetsuo!

C’è da dire che, sicuramente, il finale di Akira ha una punta di ermetismo che lascia da pensare e questo è diretta conseguenza della volontà e capacità tutta giapponese di usare il cartone animato per fare filosofia per immagini.

L’assunto di partenza su cui si basa l’intero film è un mélange di concezioni scientifiche, come la manipolazione del DNA, l’assunzione di farmaci e droghe per aumentare il potere psichico, e un approccio molto più esoterico e meno razionale, come il concetto di energia latente e di memoria.

Secondo la base filosofica su cui lavorano il dottor Onishi e il colonnello Shikishima, ogni essere vivente ha dentro di sé una quantità di energia celata che fa capo fino alla notte dei tempi, all’epoca in cui il primo organismo unicellulare ha deciso di prendere vita. Questa energia ha un valore altissimo negli esseri umani e si manifesta con quella che potremmo indicare come intelligenza, creatività, autoconsapevolezza. Il fulcro quindi degli esperimenti è quello di esplorare l’entità di questa energia, il suo effettivo potenziale, fino a risvegliare poteri inimmaginabili.

Quel che si evince, anche se è quasi accennato, è che questa energia è a tutti gli effetti responsabile delle varie tappe evolutive. In un certo senso, potremmo dire che accumulando energia sotto forma di memoria cellulare (il DNA, appunto), si arriva a un punto critico per cui l’organismo in questione evolve e passa al livello successivo dell’esistenza. Per avere questo fenomeno bisogna aspettare milioni di anni, come se l’intero processo dovesse essere costruito lentamente per preservare sia l’essere vivente di partenza sia per avere un risultato accettabile e duraturo nell’essere vivente di arrivo.

In Akira questo processo è stato completamente sovvertito, alterato e i risultati sono facilmente visibili nelle sequenze finali, quando Tetsuo ormai succube del potere che lo pervade, perde il controllo di tutto: della sua mente, comportandosi come un incostante maniaco omicida in pieno delirio di onnipotenza, delle sue capacità rigenerative, cercando di guarire le sue ferite assorbendo l’ambiente circostante, e per finire, del suo intero corpo, che perde del tutto ogni somiglianza con quello umano.

La sua energia ‘evolutiva’ cerca in ogni maniera di spingersi oltre i propri limiti, ma la preparazione insufficiente dell’organismo di Tetsuo trasforma l’evoluzione in un incubo dove l’architettura del corpo stesso viene sovvertita in favore di una massa informe che tutto assorbe e che non riesce a concretizzare il desiderio di migliorarsi.

Sarà l’intervento degli altri Esper e dello stesso Akira redivivo a portare questo processo verso una fine più costruttiva: nella baraonda totale infatti si vede Tetsuo essere teletrasportato in un nuovo piano dell’esistenza, svanendo del tutto dal mondo di Kaneda.

L’immagine dell’esplosione nel bel mezzo dello spazio è stato oggetto di congetture e di teorie, la più accreditata delle quali è che Tetsuo, trasformato in una massa totale di energia sia semplicemente esploso, in un nuovo Big Bang dando vita a un nuovo universo. Questo processo va ben oltre il semplice concetto di evoluzione come lo immaginiamo, suggerendo forse che il passo successivo al di là della figura dell’Uomo è la pura energia che è contemporaneamente scintilla di vita primordiale e forza distruttiva senza precedenti. In un certo senso in questo caso, il cerchio si chiude là dove era iniziato: l’Uomo è la forma massima di evoluzione possibile, oltre la quale si può solo ricominciare tutto da capo.

Però, c’è un corollario a questa affascinante teoria ed è associata all’ultima linea di dialogo che si sente nel film, quella che ha mandato in sollucchero tutti gli affezionati del lungometraggio. Dopo la rappresentazione minimalista del Big Bang, una voce adulta, dal tono leggermente minaccioso recita: ‘IO SONO TETSUO!’; senza nessun altro effetto o sottolineatura sonora.

È verosimile pensare che Tetsuo non sia morto, dopo la sua trasmigrazione in un altro piano dell’esistenza, ma che si sia trasformato. Se davvero finora si pensava che tutto fosse ricominciato da capo, dal Big Bang, con questa linea di dialogo, il gioco prende tutta un’altra piega: si può pensare che dopo aver dato vita a un nuovo universo, Tetsuo abbia dato manifestazione di sé, annunciandosi come se fosse qualcosa di imprescindibile.

Io SONO COLUI CHE SONO.
E così, forse, Otomo vuole suggerire qualcosa di ancora più inquietante: il prossimo passo dell’evoluzione umana esiste. Si chiama Dio.
O Tetsuo.

akira 30 anni

Fade to Black

Ci fermiamo qui, con questa enorme monografia su uno dei film più importanti della cinematografia mondiale, una pietra miliare dell’animazione e della fantascienza, un capolavoro (non scevro da difetti), un’esperienza multisensoriale che non mancherà di lasciarvi perplessi e che vi farà continuare a pensare ancora e ancora.

Siamo arrivati fin qui, ma ancora non abbiamo risposto alla domanda che ci ha attanagliato per tutto l’articolo: perché il buon Otomo era così preoccupato?

Beh, non c’è una risposta giusta a questa domanda, possiamo solo mandargli tutte le nostre rassicurazioni, indietro fino al 1988: non preoccuparti Otomo-san, stai sereno, Akira è un fottuto capolavoro e lo capiranno tutti.

Ora goditi la tua immortalità, vero creatore di mondi, più di Tetsuo!

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