Uno sguardo esteso a uno degli anime più chiacchierati della storia

Quest’anno un altro anniversario sta per affacciarsi sul nostro calendario: ben 30 anni fa, nelle sale cinematografiche giapponesi faceva il suo debutto Akira, un anime che avrebbe ridiscusso e “ridisegnato” l’intera concezione nipponica del fare cartoni animati. La sua proiezione in Occidente due anni più tardi inoltre avrebbe innescato un nuovo processo di consapevolezza nei confronti della narrazione per immagini tale da gettare uno sguardo  diverso sull’intera concezione dei film di animazione.

Gli ingredienti in questo calderone possente sono tantissimi, e tali per cui ancora oggi vale la pena soffermarsi per riflettere su quello che il film stesso cercava di raccontare: badate, Akira è un grandissimo film, un ponte tra la concezione nipponica e il pragmatismo occidentale, tra scienza e religione, tra filosofia eterea e grettezza terrena, ma non per questo non è un’opera scevra di difetti.

Inforcate la vostra moto preferita e seguiteci in questo viaggio nella cupa e selvaggia Neo Tokyo, alla (ri)scoperta di Kaneda, Tetsuo, Kiyoko e tutti gli incredibili protagonisti di questa monumentale opera di Katsuhiro Otomo.

Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi

“Sarà un fallimento!”

Con queste parole e con un’ombra scura nel cuore, Katsuhiro Otomo avrebbe confessato tutta la sua paura alla moglie, dopo aver visto il primo cut di Akira. In una recente intervista a Forbes, il celebre regista ha effettivamente rivelato come la prima visione della sua opera più ambiziosa non fosse stata delle più felici e, anzi, il timore che tutto andasse in malora era qualcosa che sentiva tangibile e imminente.

Ricordiamo che Otomo alla fine degli anni ’80, poco prima della pubblicazione del film, era al lavoro anche e ancora sul fumetto, che avrebbe visto la fine solo nel 1990. L’autore era ormai famoso, conosciuto in patria per il suo lavoro egregio che l’aveva visto emergere come un artista in grado di dipingere il presente e spingere la propria visione verso futuri oscuri e cupi.

L’impronta artistica e dialettica di Otomo è squisitamente giapponese, come si potrebbe facilmente immaginare: la sua infanzia è stata caratterizzata dalla lettura inarrestabile di Manga di ogni genere, plasmando la sua sensibilità artistica nella direzione già battuta dai maestri dell’Epoca, come Osamu Tezuka (Astroboy), e il più cruciale Shotaro Ishinomori (Cyborg 009). Quest’ultimo è entrato di prepotenza nella vita artistica di Otomo, quando il giovane imberbe scoprì un testo che gli avrebbe cambiato l’esistenza: un semplice manuale How To Draw A Manga, che gli avrebbe aperto le porte a una visione più organica e organizzata della sua passione. In quel momento, Otomo capì quale doveva essere il suo ruolo nell’Universo, quale sogno doveva perseguire.

Da lì a pochi anni, sarebbe semplicemente diventato uno dei Mangaka più apprezzati della sua terra e presto il suo successo sarebbe sbarcato nell’inespugnabile (almeno culturalmente) Occidente.

Lo stesso Occidente è stato un altro punto focale della crescita artistica del maestro, come lui stesso ha ammesso: le fonti di ispirazione sono state principalmente di tipo visuale, dettate da alcuni film cardine, come 2001 – Odissea nello spazio, per la precisione e il realismo del design che si sarebbe poi riversato nella sua produzione fantascientifica, e l’inaspettato L’esorcista. Quest’ultima pellicola farà la sua comparsa durante la parte più importante della maturazione artistica di Otomo, quando era impegnato a realizzare il suo manga Domu: A Child’s Dream.

Dopo aver visto il film, l’Autore decise che doveva aggiungere alle sue storie un “tocco di horror”. Questo avrebbe modificato l’approccio alla stesura della sua opera successiva, donando quella cupezza fumosa e astratta che avrebbe caratterizzato poi Akira. Il tocco di horror pensato da Otomo non è da intendere in maniera diretta e aggressiva, ma più come una sensazione di sottofondo, un serpeggiante e impalpabile senso di pericolo imminente, fatto più di atmosfera che di gore e splatter, affidato alla visione periferica che colpisce più direttamente l’anima che lo sguardo.

Un percorso artistico così complesso e articolato non poteva che formare un maestro dalle molteplici facce, con un gusto e un approccio che rompono gli schemi del manga (prima) e dell’anime (poi), creando dei prodotti del tutto inaspettati e nuovi, tali da mandare in visibilio intere orde di giovani appassionati.

E nonostante tutto, malgrado il lavoro speso, le energie impiegate e le lunghe notti in bianco, la prima visione di Akira fu accolta da Otomo con un drammatico senso di fallimento e insoddisfazione. Come poteva essere? Katsuhiro, ipercritico, vedeva la sua opera come ancora incompleta e non abbastanza incisiva. Il motivo, secondo lui, era da ricercare nella realizzazione troppo frettolosa conseguente a scarso budget e troppo poco tempo…

1500 Persone!

…Anche se Akira è stato uno dei primi Anime ad essere finanziato da una joint venture di case di produzione con la bellezza di 1 MILIARDO di Yen. Non fate la conversione, non sprecate tempo a vedere quanti soldi sarebbero in termini attuali: vi diciamo che sono tantissimi, TANTISSIMI, ma davvero TANTISSIMI soldi.

Alla base del razionale di riunire diverse realtà produttive come la Kodansha (che avrebbe pubblicato i volumetti del fumetto), Bandai, Mainichi Broadcasting System, Hakuodo, Laserdisc Corporation e altre, c’era l’idea di raccogliere quante più risorse possibili per replicare su schermo l’epicità e la grandiosità dell’opera originaria.

Per citare Jurassic Park, nella realizzazione di Akira non si è badato a spese, tanto che il film è associato a una serie di record e primati. Per esempio, sono stati assunti per l’occasione oltre 1200 animatori e in seguito a precisi accordi sindacali, i dipendenti si avvicendavano in turni diurni e notturni per mantenere la produzione attiva 24 ore su 24!

I soldi a disposizione erano anche stati spesi per raggiungere standard artistici elevatissimi, completamente fuori scala rispetto agli altri lungometraggi animati in circolazione all’epoca. Basti pensare che solitamente per risparmiare sul tempo e sulle animazioni, i personaggi dei film muovevano solo la bocca durante i dialoghi, lasciando le espressioni del volto inalterate, cristallizzate. Per Akira, la scelta è stata quella di registrare i dialoghi prima di realizzare le sequenze animate, e di adattare l’espressività dei volti alle parole già recitate. Questo approccio (già in uso alla Disney) ha fatto sì che il realismo dei personaggi rappresentati nel film divenisse tangibile.

Inoltre, Akira è stato uno dei primi anime a fare largo uso della computer grafica, ma in un senso del tutto diverso da come lo immaginiamo ai giorni nostri. Infatti non è la CGI attuale quella a disposizione nei lontani anni ’80, ma altri tipi di approcci. Per esempio, c’è lo zampino del computer nella rappresentazione delle aure che il dottor Onishi studia nel suo laboratorio. Oppure è stato usato un calcolo computerizzato per rendere realistica la fisica delle esplosioni, dei voli degli oggetti e delle collisioni. Lo stesso trattamento ‘”elettronico” si è usato per realizzare degli effetti di lens-flare e illuminazione dinamica, così come per generare dei movimenti di parallasse tra gli elementi dello sfondo.

A proposito di fondali, Akira è uno dei pochi anime a poter vantare un intero completo landscape di Neo Tokyo, realizzato in tutta la sua bellezza dalla quantità di grandissimi che si sono avvicendati alle matite e ai colori, giorno e notte, senza sosta.

Quindi perché ancora Otomo, quella sera, di ritorno dalla visione in anteprima del suo film più ambizioso, si sentiva così abbattuto, era così avvilito, avviluppato da una coltre di fatalismo che lo vedeva ormai fallito e sopraffatto dalla grandiosità incompiuta e incompleta della sua stessa opera?

Il tanti volti di Akira

Il film non è solo considerato come un capolavoro di animazione, ma è un crogiolo di invenzioni iconografiche, che si susseguono senza sosta. Neo Tokyo è un personaggio a sé stante a tutti gli effetti, con la sua imponenza, i suoi palazzi e le sue luci, perfetta evoluzione della metropoli attuale. In perfetta sintonia con il pensiero di Otomo, la città mostra le sue due facce: palazzi sfarzosi, parchi e panchine e contemporaneamente una decadenza dei costumi, con persone che amoreggiano senza pudore, livelli di povertà senza precedenti e un serpeggiante inquinamento.

In mezzo a questa baraonda, emerge il gusto, perfettamente calato nella parte, dell’estetica cyberpunk, che prende stilemi ed elementi culturali della fantascienza Occidentale per inserirli nel contesto orientale. Blade Runner è la prima e forse più importante fonte di ispirazione, anche se nel caso di Akira, la città, per quanto oscura e maledetta, conserva ancora quel barlume di luce tipicamente giapponese.

Il mecha design è un altro punto di forza del film di Otomo, perfettamente in sintonia con il periodo postmoderno descritto, sempre funzionale e mai troppo fantasioso. E anche in questo caso, le fonti di ispirazione, oltre a molti degli autori fantascientifici giapponesi, sono da ricercarsi nell’immaginario pop occidentale, sintomo di quanto fosse informato e aperto l’Autore di Akira.

L’iconica moto di Kaneda, il bolide rosso fatto su misura per lui, nasce dallo scheletro delle moto di Tron, uno dei mostri sacri della cinematografia fantastica degli anni ’80. Ovviamente, Otomo ha preso il modello e l’ha reinterpretato per renderlo più funzionale e più appetibile per il tipo di contesto storico in cui doveva calare il suo personaggio. È nata così una delle moto più incredibili della storia della fantascienza.

Lo sguardo attento di Otomo all’iconografia classica degli anime e del manga, la sua conoscenza di tutte le regole base su come disegnare fumetti e cartoni animati, lo hanno spinto a cercare una sintesi del tratto che lo allontanasse dalle molteplici voci che si assiepavano nel panorama delle pubblicazioni giapponesi. Il suo stile allora abbandona del tutto alcune caratteristiche distintive dell’arte popolare nipponica: niente occhi grandi, niente seni prosperosi, ma un approccio più sobrio, più “occidentale”, potremmo dire, o forse un modo di concepire la sua arte senza confini e senza regole. Il risultato è il tratto assolutamente distintivo che caratterizza tutta l’opera di Otomo, inclusi gli aspetti caricaturali ed eccessivi con cui tratteggia alcuni dei suoi personaggi, sempre in considerazione di regalare un’immagine diretta e immortale.

Per certi versi, questo suo tratto sarà poi il passaporto con cui verrà apprezzato dall’audience americana prima ed europea dopo. Il disegno, ben lontano dall’estetica deformed di molti prodotti dell’epoca, incontrava il bisogno doppio del pubblico occidentale: da una parte la voglia di leggere e vedere qualcosa che fosse diverso dal solito e dall’altro una reticenza a prendere sul serio certi approcci stilistici. Otomo riesce a venire incontro a tutte e due le esigenze, confezionando questo piccolo capolavoro iconografico, che nonostante tutto, è nipponico in ogni singolo fotogramma.

Ancora adesso non riusciamo a capacitarci della reazione così sconsolata da parte di Otomo. Perché non riusciva a considerare il suo Akira cinematografico diversamente da un film mediocre?

Risolto il pregio artistico, frutto della sua direzione e del lavoro di tanti bravissimi artigiani, la sua più grande perplessità era il dipanarsi della trama nella seconda metà del lungometraggio, che lui reputava più debole rispetto alla prima.

L’anima di Akira

Sicuramente, Akira è un racconto di estrema complessità, ampio, epico e sconfinato, compresso in pochissimi minuti. Non parliamo ovviamente della durata del film in valore assoluto, perché obiettivamente 2 ore e 10 di lungometraggio non sono uno scherzo. Il problema è che Otomo ha tanto, tantissimo da dire, e lo fa sfruttando ogni singolo secondo a sua disposizione, creando un film molto compresso. Ogni sequenza, anche quelle più action, non sono lasciate al caso o messe in piedi solo per sorprendere lo spettatore.

La trama è nota: in un futuro non tanto lontano (siamo nel 2019, a un passo da oggi…), la società sta facendo i conti con le conseguenze della Terza Guerra Mondiale e con quello che resta. Nella metropoli di Neo Tokyo, sorta sulle ceneri della vecchia città spazzata via da un’esplosione molto simile a quella della bomba atomica, il degrado e la barbarie fanno da contrappunto alla elevatissima tecnologia, soverchiante, rappresentata dagli svettanti palazzi.

Nel sottobosco di cemento, gang di motociclisti si sfidano senza esclusioni di colpi: tra questi ci sono i nostri protagonisti, due ragazzi, amici per la pelle fin dalla tenera età, uniti da un passato trascorso in orfanotrofio, a spalleggiarsi a vicenda per far fronte a bulli e altri prevaricatori. Kaneda, il più grande tra i due, sicuro di sé, guida una moto modificata e costruita apposta per lui, rossa fiammante, mentre il suo fratello d’armi, Tetsuo, gli sta dietro vedendolo come una figura a metà tra il mentore e il padre che nessuno dei due ha mai avuto.

Durante uno dei loro raid, Tetsuo resta ferito, cercando di evitare di investire uno strano ragazzo dal volto di un vecchio. È da qui che iniziano le vicende vere e proprie, quando fanno la comparsa tutti i personaggi che compongono il nutrito cast di Akira: il colonnello Shikishima, i tre esper Takashi (il numero 26), Kiyoko (il numero 25) e Masaru (il numero 27), la resistenza rappresentata da Kei e Ryu comandati da Nezu, un membro del governo doppiogiochista.

Lo scenario dipinto nel film è quello di una metropoli in decadenza, senza nessuna possibilità di redenzione, governata da un branco di incapaci, in grado di pensare ai loro interessi personali e di sperperare denaro pubblico per la realizzazione di un fantomatico Villaggio Olimpico. Il resto della popolazione è invece una vera e propria polveriera in procinto di esplodere, vittima di un divario sociale sconvolgente, affamata, impoverita e abbrutita. In questo tessuto collettivo ormai lacerato si fanno strada superstizioni e manie religiose, per dare quel barlume di speranza che la tecnologia e il governo non riescono a promulgare, speranza rappresentata dalla figura sovversiva e devastante di Akira che farà il suo ritorno per spazzare via tutti gli infedeli.

Il pessimismo assoluto che Otomo usa per descrivere questa situazione futuristica ma per niente irrealistica di Tokyo e della società giapponese è controbilanciata dall’anacronismo del Colonnello Shikishima, militare profondamente legato alle tradizioni e ai valori dell’Etica Samurai, fatti di disciplina e autoregolazione. Il suo intento è quello di segnare un nuovo inizio, di riuscire a ricominciare da capo e tornare a un’epoca in cui c’era ancora un valido motivo per vivere. La sua visione purtroppo, per quanto lodevole negli intenti, è offuscata dal suo stesso addestramento e dalla impronta militare che gli impone di emergere a qualunque mezzo e di concentrarsi sull’unico deterrente che conosce: lo sviluppo di una nuova arma che dovrebbe mettere tutti a tacere.

Infatti è lui responsabile degli esperimenti eseguiti sugli esper (i bambini affetti da progeria numerati dal 25 al 27) ed è sua la responsabilità del rapimento di Tetsuo e del suo arruolamento nel progetto Akira. Il piano di Shikishima arriverà quasi a compimento quando nelle fasi finali della pellicola soggiogherà il governo attuale, con un colpo di stato, instaurando una vera e propria dittatura militare. In questa escalation di violenza, il popolo si riverserà per le strade, inneggiando alla venuta di un nuovo Dio, dal nome di Akira, unica medicina per questa società malata.

Tetsuo, vittima degli esperimenti di Shikishima e del dottor Onishi, si ritrova a dover maneggiare una quantità incredibile di poteri soprannaturali, trasformandosi in una forza distruttiva come mai si erano viste prima. Per questo motivo, la sua figura viene immediatamente deificata e portata alla stregua di un salvatore, anche se effettivamente il suo passaggio è seguito da una scia di distruzione.

Il confronto finale tra Kaneda e Tetsuo, nella cornice del villaggio olimpico in costruzione, porterà alla scoperta della reale identità di Akira, mentre lo stesso Tetsuo compie il suo ultimo passo verso l’ignoto.

akira 30 anni

Catch your breath!

Come nelle migliori tradizioni cinematografiche attuali, interrompiamo senza mezzi termini la pubblicazione per darvi il tempo di metabolizzare questa lunga sequenza di nozioni e riflessioni. Finora ci siamo limitati a sondare la parte tecnica, a elencare i traguardi di questa monumentale opera fantascientifica, perché non si può prescindere da questi discorsi: Akira verrà ricordato anche per quello che ha dato in termini di ricerca e sviluppo tecnologico, di approccio alla creazione degli anime. Ha tracciato una strada che in molti poi hanno seguito, lasciando intendere che i cartoni animati non sono e non saranno solo delle cose per bambini.

Aspettateci ancora per qualche giorno, o forse qualche ora, perché vi possiamo assicurare che il meglio deve ancora venire e forse riusciremo a scoprire perché Otomo era così preoccupato!

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