Iniziare un articolo che parli di Stephen Hawking senza trasformarlo nel classico wikiquote o nell’ancor più classico excursus storico (magari copiato di sana pianta da WikiPedia) sulla vita del celebre astrofisico è cosa quanto mai difficile.

Celebrare Hawking è invece una cosa facilissima. Basta pensare che il celebre fisico si occupava di argomenti talmente complicati e ostici per la maggior parte dei fisici che noi comuni mortali possiamo solo scuotere la testa con un’espressione vagamente perplessa. È facile per noi profani essere affascinati dalla sua figura perché diamo per scontato (e a ragione) che chiunque maneggi con estrema semplicità e consuetudine materie del calibro della singolarità gravitazionale, la termodinamica dei buchi neri o modelli cosmologici avanzati sia un genio. Chiunque riesca a elevare il pensiero filosofico e farlo diventare pensiero filosofisico è una mente eccelsa sotto gli occhi di tutti.

C’è però un aspetto che spesso sfugge, quando questo semplice ragionamento viene applicato a Stephen Hawking ed è poi la caratteristica che lo fa assurgere prepotentemente nell’Olimpo dei grandi scienziati: il suo incommensurabile potere divulgativo, che poi è il motivo per cui ora siamo qui a piangere amare lacrime per la sua scomparsa (e per cui abbiamo scritto ALDILÀ – tutto attaccato – nel titolo: questo a scanso di equivoci stupidi).

Già immortale

Hawking è diventato immortale, a prescindere dalle sue spoglie umane fatte di carbonio e acqua, un bel po’ di tempo fa. E non lo è diventato per le sue scoperte, perché vi posso assicurare che nel suo campo di cose assurde se ne vedono, se ne sentono e se ne dimostrano in ogni momento. Il pensiero di chiunque si muova nell’ambito fisico di Stephen Hawking viaggia a una velocità drammaticamente superiore, quasi mistica, e le teorie che continuamente vengono elaborate rasentano la fantascienza, quando non la superano del tutto. E come Stephen Hawking, tantissimi altri scienziati sono al lavoro e svolgono egregiamente le loro ricerche. Ma di queste persone pochi di noi ne conoscono i nomi, perché pochissimi di noi sono veramente addentro al loro lavoro.

Stephen Hawking, dal canto suo, ha reso possibile quello che apparentemente era impossibile. Ha portato la scienza di levatura altissima su cui muoveva i suoi passi alla portata di tutti. Nel 1988, si è consacrato non alla fisica, all’astronomia o all’astrofisica, ma alla massa, è entrato in tackle direttamente nelle librerie di mezzo mondo, sconvolgendo le giovani menti che avevano l’ardire di leggere il suo Dal Big Bang ai Buchi neri – Breve storia del tempo.

Il testo esplora l’Universo, la sua storia, la sua nascita e la sua evoluzione, passando per argomenti come i Buchi neri, che tanto neri non sono, per approdare a quello che è il Graal della fisica: la Teoria del Tutto.

Vedete, abbiamo scelto di citare il Graal non a caso, ma volutamente. Infatti nell’ultimo capitolo del libro, quello tra i più citati (dannato wikiquote!) e i più studiati, Hawking fa una cosa che non ci si sarebbe mai aspettati da lui: si riferisce alla scoperta e alla comprensione della Teoria del Tutto come alla ricerca tangibile della mente di Dio.

Questa frase lascia perplessi, quasi sconvolti soprattutto viste le posizioni razionaliste e le dichiarazioni di ateismo netto da parte dello scienziato. Ma c’è una diversa e ancora più interessante interpretazione alle sue parole.

Se da una parte è facile prendere la sua affermazione conclusiva e leggerla in maniera letterale, cercando i riferimenti a una eventuale apertura verso il mistico o la citazione di noti libri fantasy dal piglio sacro, dall’altra si può e si deve invece leggerla con un approccio semantico del tutto diverso, che mette invece in luce la genialità espositiva e comunicativa del compianto scienziato.

La scelta di quelle parole non è affatto casuale, dovendo esse giungere a scuotere le coscienze e le conoscenze dei lettori da supermercato, dei profani che non masticano alcuna nozione scientifica. E come fare a far capire l’importanza e il peso della ricerca e della conoscenza del Teoria del Tutto? La risposta è palese: usare un simbolo che nell’immaginario collettivo già racchiude il concetto stesso di Teoria unificata. Vedete, questa frase di Hawking nasconde tra le righe la sua totale razionalità, perché dimostra come in realtà il bisogno di Dio (che ha generato il concetto stesso di un essere onnisciente, onnipresente e onnicomprensivo) non è altro che l’allegoria del perenne desiderio di conoscenza dell’uomo. Questo è il vero DIO, secondo Hawking: la ricerca, la costante necessità di porsi delle domande e correre per trovare risposte. Ed è a questo che votato la sua intera esistenza.

L’Opera di Hawking è intrisa di desiderio di spargere sapere. I suoi libri, a partire dalla Breve storia del Tempo, sono un inno a questo modo di vedere la vita dell’Uomo. Un esempio lampante di questa concezione è la serie di libri per bambini, con George e i suoi amici a far da protagonisti.

Ora vi sembrerà strano, quasi fuori luogo, che qui si parli di testi per piccole menti, perché spesso queste produzioni vengono viste come roba minore, che non ha la stessa valenza dei testi più impegnati. Beh, vi sbagliate. E i motivi sono tantissimi.

Innanzitutto per riuscire a sintetizzare concetti astratti per renderli visibili e tangibili, fruibili da bambini e ragazzi che ancora non posseggono l’elasticità per pensare al di là dello spettro del reale, è una delle cose più complicate in assoluto. Per uno scienziato di altissima levatura è quasi automatico mettersi di fronte a una lavagna e cercare di risolvere tutto a suon di integrali, laddove è invece molto più complicato cercare di ridurre il tutto a una serie di nozioni basilari e comunque alla portata di tutti.

Lungi dal rendere la materia sottile e inconsistente, Stephen Hawking e sua figlia Lucy hanno dato vita a una serie di libri per ragazzi in cui vengono spiegati i segreti dell’Universo e della Fisica, dell’Astronomia e del Tempo. Il ciclo è composto da cinque romanzi d’avventura, in cui i protagonisti (e i lettori) intraprendono viaggi impossibili, e contemporaneamente la narrazione è infarcita da notizie e riferimenti scientifici veri, anche se edulcorati e debitamente semplificati.

Il valore di questi testi non sta tanto nella esposizione, sempre comunque piacevole in una sorta di reinterpretazione più scientifica delle avventure del Doctor Who, ma tanto nell’aspetto entusiasta con cui i giovani protagonisti affrontano i misteri dell’Universo. La poesia e la magia è proprio in questo piccolo particolare e serve immancabilmente a scatenare l’effetto di emulazione e di  proiezioni nei giovani lettori. Se un numero abbastanza grande di ragazzini leggesse questi libri, forse avremmo in futuro una buona quantità di entusiasti scienziati che proseguiranno la strada aperta dal loro Guru Hawking!

Un gigante sui Giganti

Se vogliamo continuare a spulciare la bibliografia di Hawking, emerge un altro aspetto, consistente e inaspettato: la sua conoscenza storica. Nel suo enorme, gargantuesco testo di 1200 pagine, On the Shoulders of Giant, Hawking raccoglie e racconta l’evoluzione della scienza, della fisica, a partire dagli albori. In unico corposo volume (purtroppo non tradotto in italiano) sono antologizzati i testi originali di Galileo, Keplero, Newton fino al recente Einstein, tutte esimie personalità che in un modo o nell’altro hanno cambiato il corso del pensiero scientifico.

A margine (e neanche tanto) delle opere originali, c’è il commento arguto e competente del curatore Hawking, che non manca mai di prendere per mano il lettore e fargli fare un lungo e interessantissimo viaggio dagli albori della fisica fino alle rivoluzioni moderne. Le vite degli Autori sono inserite come notizie storiche perché, come si evince dalla stessa concezione dell’opera, è il contesto che fa davvero la differenza ed è cruciale questa affermazione per dimostrare il debito che abbiamo nei confronti di coloro che ci hanno preceduto.

Per molti, questo testo è addirittura superiore alla Breve storia del Tempo, o quanto meno complementare perché in un solo luogo raccoglie tutta la vita, la storia e le scoperte delle più grandi menti scientifiche che sono esistite, imprescindibili per arrivare a capire come siamo arrivati a spiegare i segreti dell’Universo. Inoltre, la lettura è affrontabile a diversi livelli, come è giusto che sia per un degno testo scientifico di divulgazione: da una parte ne godrà il lettore digiuno di scienza, dall’altra si divertirà, e non poco, l’esperto, che riuscirà comunque a trovare degli ottimi spunti di riflessione.

La perizia e la cura di testi storici non si ferma qui: citiamo per motivi puramente semantici il testo quasi sconosciuto: God Created The Integers. In realtà, Stephen Hawking ne è solo il curatore: si tratta di una raccolta di scritti di matematici famosi che hanno sconvolto le regole della matematica stessa. La scelta di mostrarlo in questo excursus è dovuta al titolo, che richiama quello che abbiamo già detto qualche paragrafo più su: se pensate che il riferimento sia mistico, beh, allora siete fuori strada. La frase è di un noto matematico, Leonard Kroneker, tedesco attivo nel diciannovesimo secolo e riassume il suo approccio estremamente filosofico alla matematica, completamente avulso dal contesto rigido universitario in cui lavorava. E non c’è niente di più attinente con la personalità irriverente e antidogmatica del buon Hawking. Non possiamo che consigliarne la lettura, anche se non è così semplice e immediata.

Chi stiamo veramente celebrando?

All’alba del giorno dopo la morte del celebre fisico, inevitabilmente il rammarico del popolo di Internet si è riversato sullo stream social con il solito comportamento fatto di angeli (davvero?), citazioni a caso, immagini evocative. La domanda è: cosa abbiamo perso? E cosa stiamo celebrando, nella maniera sempre più stucchevole che le dinamiche sociali digitali quasi impongono?

Non penso che sia tanto l’uomo di scienza, quello che stiamo cercando di ricordare, anche perché non credo che ci siano molte persone che sappiano con cognizione di causa di cosa si stesse occupando Hawking. Provate a fare una domanda del genere a chiunque abbia condiviso un qualsiasi link a riguardo e aspettatevi una risposta.

D’altronde, vi posso assicurare che di scienziati bravi e capaci purtroppo ne muoiono ogni giorno, ma per loro non è riservato lo stesso trattamento. Questo perché chi è veramente morto il 14 marzo 2018 non è solo il geniale studioso e scrittore (perché comunque rimarrà immortale, grazie al suo lavoro) ma è l’uomo, semplicemente l’essere umano, con la sua malattia e la sua disabilità, con la sua forza di volontà.

Quella che è venuta meno è la sua presenza, che si manifestava in comparsate televisive, al cinema, nei talk show (anche se poteva parlare poco). La personalità poliedrica e quasi inossidabile di Stephen Hawking è quella che si è fatta conoscere al grande pubblico, soprattutto perché incarnava il mito dell’uomo che ha vinto nonostante le avversità, che è emerso prorompente nonostante un fato a lui inviso. Era un eroe a tutti gli effetti, combattente fino alla fine…

…o almeno è così che l’immaginario collettivo lo ha dipinto, nel bene e nel male, complice anche il suo innato senso dell’umorismo, che si rivela essere l’unica vera arma affilata contro la sfortuna e il destino. Non sapremo mai se davvero nella sua vita privata, nel suo ‘intimo’ fosse una persona diversa, ma soprattutto non ci dovrebbe interessare neanche porci la domanda.

Stephen Hawking è a tutti gli effetti uno dei più grandi pensatori razionali, un uomo dal fisico spezzato, quasi in frantumi, che ha creduto fermamente nella scienza e nel sapere come unica vera ancora di salvezza per il genere umano, ed è questa figura che oggi piangiamo, che oggi celebriamo, che da domani continueremo a ricordare.

E nonostante la sua immensità, il nostro ricordo sarà sempre tarpato dal fatto che in definitiva, lui sedeva più in alto di noi, là dove non possiamo neanche scorgerlo, sulle spalle di tutti i giganti che lo hanno preceduto, gigante anche lui in attesa di ricevere il suo carico per il futuro.

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