DC ha pescato finalmente l’uomo giusto: James Wan

Non disperare, il mare è pieno di pesci. Così si dice, dopo una serie di delusioni, e stavolta in DC Extended Universe hanno pescato James Wan, l’uomo della rinascita, quello in grado di riportarli a galla e fargli tirare finalmente il fiato, togliendolo, per lunghi tratti, agli spettatori sbalorditi.
Chiariamolo subito: Aquaman non è un capolavoro, è un film con i suoi difetti, eppure si tratta di un’esperienza immersiva per certi versi senza pari.

 

È impossibile non iniziare alcun tipo di analisi da tutto ciò che riguarda il comparto estetico e visivo di un’opera gigantesca. Il mondo marino creato da Wan col contributo di David Leslie Johnson e Will Beall è un acquario senza fine in cui lo spettatore viene capatapultato quasi da subito, in un trionfo di colori e cromie talmente accese e variegate che invece di trovarsi ad Atlantide si ha quasi la sensazione di stare sull’arena di Tron, ma esaltata all’ennesima potenza.
Le scenografie vivono di dettagli minuziosi, che diventano parte integrante di un racconto frenetico ma sempre armonioso, in cui Wan sembra bearsi del suo stile e di una forte voglia di kitsch.

È innegabile che alcune scelte estetiche risultino pacchiane e a tratti eccessivamente plasticose, ma il regista malaysyano riesce a rendere tollerabile e persino affascinante un gusto a tutti gli effetti dozzinale. Lo fa servendoci sequenze che ci riempiono costantemente gli occhi, che ci attorniano di continuo, sconquassandoci, passando da una rappresentazione quasi macchiettistica della nostra Sicilia allo sfarzo cromatico di Atlantide, per poi stupirci con elementi paurosamente dark, come la rappresentazione del regno dei Trench, malvagie creature marine, in cui dimostra la sua natura di maestro dell’orrore e di come sia a suo agio in quelle vesti. Non a discapito dell’action però, in cui è tutto meno che un pesce fuor d’acqua.

Del resto questo Aquaman non poteva non esser dozzinale, e pertanto sceglie di diventarlo nel modo più cafone possibile. Sappiamo che la recitazione e Jason Momoa parlano lingue diverse e così il film di Wan diventa quasi una protesi del suo massiccio protagonista, il suo tridente di Atlan.

L’attore di Honolulu è scientemente il punto debole del suo cinecomic, ma tutto questo strabordare di tammaraggine riesce a far passare in secondo piano persino un aspetto cruciale come questo. Le battute, a volte terribili, che Momoa è costretto a recitare non di rado ci fanno portare le mani tra i capelli, ma sempre con la consapevolezza di avere a che fare con un prodotto costruito totalmente sull’intrattenimento e sull’avvenenza a tutto tondo. Come quella dei personaggi in carne, ossa e branchie che lo compongono: a partire da una fantastica Amber Heard (Mera), per finire con una Nicole Kidman (regina Atlanna) per cui non serve spendere parole, passando per un Dolph Lundgreen (re Nereus) con una stravagante chioma rossa e per un sempre affidabile Willem Dafoe nel ruolo di Vulko.
Parole d’elogio di certo vanno spese per Patrick Wilson (Orm), villain eccezionale, lui sì, non certo Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Black Manta.

Un cast corale importante che si avvicenda nei tantissimi combattimenti del film. Se è vero che le trovate registiche e il modo dinamico di Wan di muovere la telecamera non ci fanno mai annoiare, dobbiamo constatare una sovrabbondanza di scene action e duelli che intasano la sceneggiatura non permettendo al soggetto di prendere sufficientemente il largo. Le innumerevoli scazzottate e colpi di tridente ci divertono e ci esaltano, ci fanno empatizzare con un eroe dal cuore grande e i bicipiti di marmo, ma certo influiscono negativamente sulla natura del plot, più che sulla scorrevolezza della narrazione.

Però anche qui Wan è in grado di stupirci: dopo averci bombardato visivamente con un set aquatico mostruoso e pieno zeppo di creature, ci regala un finale da brividi che è un trionfo di effetti e di cash, che sfonda la quarta parete e inonda la sala, per il cui badget probabilmente non basterebbero i tesori di Atlantide.

Potremmo dire che Aquaman sia un film sulle origini dell’eroe, di Arthur Carry, sul suo viaggio alla ricerca di se stesso e tante altre cose. La verità è che utilizza tutto ciò per regalarci un prodotto che fa della spettacolarità la sua essenza, che si bea dei suoi eccessi, che prova soddisfazione nello spingersi costantemente oltre il limite. Ma la cosa più importante è che facendo questo ci fa divertire e non ci fa staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un istante.

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Verdetto

Dopo anni di fallimenti e film riusciti solo in parte, DC sembra aver trovato l’uomo giusto pescando dal mondo dell’horror James Wan. Il regista malaysiano realizza un set aquatico pazzesco, con un budget da far invidia ai tesori di Atlantide ed un gusto spesso pacchiano ma che ci riempie costantemente gli occhi e fa in modo che non si stacchino mai dallo schermo.
Un’opera massiccia e grezza come il suo protagonista; e non poteva essere altrimenti, poiché Momoa non è certo il miglior interprete del mondo, così è lo stesso racconto ad adattarsi all’eroe, e lo fa in modo sorprendente. La sceneggiatura deve fare i conti con tutta questa sovrabbondanza estetica e di infiniti combattimenti, ma per una volta – finalmente – si può uscire dalla sala ammettendo di essersi divertiti. E pure tanto.
Aquaman sarà al cinema dal 1° gennaio 2019.

I consigli di Stay Nerd…

Sebbene i precedenti film DCEU non siano all’altezza del nuovo lavoro di Wan, è bene vederli, e tra questi vi suggeriamo in modo particolare la visione di Wonder Woman e Justice League.

Aquaman - Recensione
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