Il primo gioco dello studio australiano Beethoven and Dinosaur è un’opera rock sull’importanza di superare le aspettative e il peso dell’eredità

Ogni espressione artistica, a prescindere dalla disciplina in cui è inserita, dovrebbe essere la piattaforma attraverso la quale la persona in questione ha modo di mostrarsi al mondo ma, purtroppo, spesso non è così semplice trovare la libertà sperata. Ci sono decine, se non addirittura centinaia, di fattori che possono interferire creando un contesto, un’aspettativa e conseguentemente una pretesa in chi poi usufruirà di quel prodotto. Liberarsi dai vincoli e da ciò che le altre persone vogliono che ciò che facciamo sia, limitandoci e costringendoci dentro qualcosa che non è effettivamente nostro ma solo la risultante di un qualcosa che dobbiamo al mondo, anziché vogliamo dare. È di questo che parla The Artful Escape.

Realizzato dallo studio australiano Beethoven and Dinosaur, a cui fa capo il musicista Johnny Galvatron in veste di direttore creativo, The Artful Escape ruota intorno alla storia del giovane musicista Francis Vendetti. Nipote della leggenda folk Johnson Vendetti, l’adolescente di Calypso ha su di sé la responsabilità di portare il cognome dello zio. La cittadina ormai ha perso ogni attrattiva turistica e tutta la popolazione fa ricadere le aspettative sul giovane, insignito suo malgrado del compito di proseguire l’eredità di famiglia continuando la narrazione musicale di boschi, montagne e laghi. Francis, però, sente che questo obbligo gli sta fin troppo stretto e che il suo posto musicale sia tutt’altro: un luogo fatto di astri, chitarre elettriche cariche di delay, popolazioni aliene e identità artistiche elaborate.

Il racconto di Francis diventa quindi un delirio caleidoscopico che serve da metafora per raccontare la nascita, nei primi anni ’70 del secolo scorso, dei generi space e progressive della musica rock. Il periodo in cui musicisti come David Bowie, Pink Floyd e altri decisero di tagliare i ponti con il reale e il terreno per portare la loro musica al di fuori del nostro pianeta per sensazioni, costruzioni e narrazioni. The Artful Escape si prende quindi l’onere di raccontare attraverso l’interazione videoludica quei mondi immaginifici fatti di popolazioni aliene, neon e colori psichedelici. Una costruzione che, ovviamente, viene influenzata e rimasticata dall’interpretazione post-moderna e contaminata che si può avere oggi del passato: un luogo cronologicamente indefinito in cui canoni estetici appartenenti a periodi diversi si completano a vicenda costruendo un remoto mai realmente esistito ma frutto delle suggestioni.

Un viaggio cosmico che è quello dell’adolescenza, della presa di consapevolezza di sé e di ciò che si vuole essere. Allontanarsi da quel che il mondo intorno a noi vorrebbe che noi fossimo, rifugiandosi in un cosmo tutto nostro dove siamo noi a scegliere ciò che è giusto che diventiamo. Francis diventa quindi il capitano interstellare della nave che è la sua vita per la prima volta, comprendendo che niente e nessuna persona può rinchiuderlo dentro una costrizione ereditaria che non è la sua e di cui non è in nessun modo responsabile. Il suo destino è quello di librarsi nel cielo suonando la chitarra come meglio crede, non come il suo cognome porterebbe a pensare.

artful escape

Pad alla mano The Artful Escape si mostra come un platform dal comparto ludico asciutto, quasi scheletrico, votato tutto all’essere veicolo della costruzione estetica e narrativa. Questa funzione di supporto, però, non va confusa con una mancanza di rifinitura o, ancor peggio, di identità ludica percepibile e definita. Proprio come il protagonista della loro storia le persone di Beethoven & Dinosaur scelgono di seguire la propria strada, proponendo un videogioco che vive al di là e al di fuori da quel che ci si dovrebbe aspettare da un level design basato sulle piattaforme.

Viene scelto dunque un approccio più simbolico che strettamente legato alla precisione dei salti o alla velocità e al tempismo nell’esecuzione dei livelli musicali. Tutto viene convogliato in funzione del messaggio che sta alla base del gioco: dalle due anime estetica (quella folk e quella space rock), al gameplay passando per le prove attoriali (tra cui spiccano nomi importanti come Jason Schwartzman e Lena Headey, che lasciano intravvedere lo zampino di Annapurna Interactive dietro al progetto) e finendo con la colonna sonora. Niente è lasciato al caso o indietro: tutto è invece orientato verso il dare la possibilità a chi gioca di comprendere quello che si ha davanti nelle ore di gioco.

Per concludere, dunque: The Artful Escape fa brillare un tema e una storia ricchi di spunti di riflessione importanti. Un modo per riflettere sulla nostra vita e le nostre scelte attraverso quelle di Francis Vendetti. Un viaggio attraverso uno dei momenti di rottura più grandi della storia della musica contemporanea che ne celebra la libertà a ogni costo. Un racconto di quanto sia importante essere noi stessi quando realizziamo qualcosa che vogliamo comunicare al mondo, perché possa conoscerci per quello che siamo. Un viaggio alla scoperta dell’identità e di come è possibile usarla al meglio. Un gioco che, se avete Game Pass, non potete lasciarvi scappare.

Nato a Torino, nel 1991, Luca studia scienze della comunicazione come conseguenza della sua ossessione nei confronti delle possibilità che offrono i mezzi di comunicazione e ha lavorato come grafico e consulente marketing (lavoro che ha fatto crescere esponenzialmente la sua ossessivo-compulsività per le cose simmetriche e precise). Lo studio gli ha permesso di concretizzare la sua passione per i differenti linguaggi dei media, sperimentando con mano l'analisi linguistica e semiotica; il lavoro gli ha dato la possibilità di provare a inserire la teoria nel pratico. Studio e lavoro, insieme, lo hanno portato a scrivere di, tra gli altri argomenti, grafica pubblicitaria, marketing, comunicazione e comunicazione visiva collegata al videogioco.