Interrogarsi, dubitare e non sapere chi ci ha messo dove siamo. Gli uccellini di Anders Nilsen ci mostrano le nostre domande e ci indicano dove trovare le risposte, o forse no?

a quando siamo su questo pianeta come specie tendiamo a occupare la nostra esistenza con la cosa che forse ci riesce meglio di qualunque altra: farsi domande che spesso e volentieri vanno al di là della nostra comprensione (o così ci piace pensarla, forse?). Interrogativi le cui risposte, in millenni, abbiamo dato risposte che coinvolgono entità e divinità. Quesiti che ci hanno diviso e compattato fino a renderci quel che siamo adesso come specie, nel costante (forse necessario, se non addirittura presunto?) conflitto tra spirito e ragione.

Domande che si insinuano dentro altre domande, generando una spirale intricata dentro se stessa che è la motivazione stessa della nostra esistenza. Risolvere questo dedalo di enigmi e rompicapo a chi spetta, dunque? Anders Nilsen non lo sa con certezza – e sarebbe molto strano il contrario – ma il suo Big Questions forse ci può dare una mano a scogliere un minimo i dubbi e diradare la nebbia che è il rapporto tra fede e razionalismo.

Big Questions, come accade da più o meno quando abbiamo cominciato a esprimerci come esseri umani tramando le nostre visioni attraverso la narrazione, pone davanti a chi legge le domande più difficili da rispondere attraverso le metafore e le simbologie. Gli uccellini, gli altri animali, i pochi esseri umani e la bomba sono infatti l’occasione per svolgere alcuni degli interrogativi più complessi che ci possano essere. Come lo stesso Nilsen ha ammesso durante una presentazione avvenuta durante la fine dello scorso anno creare una storia è “creare una scena o una situazione che ogni volta avesse dei problemi, dei quesiti, dei puzzle che poi dovevano essere risolti e la cui risoluzione portasse avanti la vicenda”. Questo però non significa affatto avere la presunzione di rispondere totalmente alle domande e quindi porre a chi legge qualcosa da recepire passivamente come verità assoluta, a cui credere fedelmente. Anzi la struttura a enigmi incastrati, a perché da contestualizzare e a cui associare significati è pensata proprio per instillare ulteriori dubbi che da narrativi e interni alla storia diventano esterni e dediti a creare a loro volta ulteriori quesiti e incompletezze da riempire.

Come già detto all’inizio di questo articolo, il lavoro di Anders Nilsen si concentra sull’indagare il rapporto tra vita e spirito, trovare una motivazione all’istinto del porsi grandi domande e al voler creare intorno contesti ultraterreni e, ovviamente, provare a comprendere perché alcune persone vivono questo ragionamento come triviale, irrazionale e fondamentalmente sbagliato. L’autore, come da sua stessa ammissione, intraprende quindi un percorso attraverso l’esistenzialismo e la spiritualità (religiosa e aprioristicamente fedele ma anche distante da queste logiche). In un modo tipicamente americano e forse per noi in Europa difficilmente digeribile viene posto – in Big Questions – il tema di domandarsi circa il proprio posto in un quadro più grande anche al di fuori dell’avere un credo religioso.

La fede, qui, non viene posta come un atteggiamento antiscientifico o da condannare per la sua irrazionalità ma anzi come un atteggiamento che si manifesta anche in chi la osteggia, che rende il suo scetticismo a sua volta una fede. Non ci sono, per Nilsen e i suoi uccellini, approcci migliori degli altri ma anzi e piuttosto uno studio sulle reazioni delle singole parti coinvolte. Sono queste che creano in noi le domande e su queste dovremmo conseguentemente farcene e farne delle altre. I due approcci intesi come contrastanti, quello razionale e scientifico e quello più spirituale e fatalista, non devono essere intesi come conflittuali quanto piuttosto visti come modi differenti di reagire, entrambi legittimi. L’autore americano esplora dunque le radici dell’esistenzialismo e delle religioni (soprattutto quella cristiana) non per dare una spiegazione assoluta sul motivo per cui – come specie – tendiamo a creare sovrastrutture quando non riusciamo a risponderci a qualcosa. Il punto di Big Questions è invece creare nuovi interrogativi che possano avviare ragionamenti unitari, contrari all’accusa reciproca.

Riflettere sulla morte, ipotizzare le motivazioni dietro al fatalismo e ai ragionamenti sui motivi dell’esistenza stessa della nostra specie. Sono domande decisamente troppo grandi per chiunque. I passerotti di Nilsen, come l’autore stesso, non hanno nessuna velleità di contenere la verità, perché non esiste una risposta univoca o un dato in grado di rendere tutto comprensibile. Le reazioni che ogni personaggio ha alle vicende che vengono messe in scena: sono queste il punto di partenza e contemporaneamente quello di arrivo. Non ce n’è una più o meno giusta delle altre, tutte hanno senso nella loro incoerenza personale di chi le formula. Big Questions è quindi l’occasione per accettare in modo meno violento e ostruzionista quel che per noi appare come totalmente ingiustificabile, soltanto perché un’altra persona ha deciso di dare a una domanda una risposta diversa a quella a cui abbiamo pensato noi.

Con un approccio sempre interessato al mettersi in discussione e al non dare mai per scontato che la propria idea possa essere predominante, ma anzi pronta a essere confutata e disfatta, Big Questions è il frutto di un lavoro mastodontico sia per il numero di pagine e gli anni di lavoro che soprattutto per come viene offerto a chi legge. Il suo autore non vuole condannare chi crede in un bene superiore né tantomeno sbeffeggiare chi pensa sia tutto risolvibile con l’esattezza della scienza. In un modo tipicamente americano si tira in mezzo l’eventualità che la spiritualità esista a prescindere dal credo, che la fede sia qualcosa in cui comunque l’essere umano cade e per cui non può essere condannato in un nessun senso. Ogni reazione a una domanda ha un suo senso, perché non è una risposta ma soltanto un altro quesito che ne genera innumerevoli altri a catena. La risposta agli interrogativi sulla vita, dunque, è nella domanda stessa: perché è l’approccio e la reazione a ciò che ci succede intorno che genera quel che siamo.

Nato a Torino, nel 1991, Luca studia scienze della comunicazione come conseguenza della sua ossessione nei confronti delle possibilità che offrono i mezzi di comunicazione e ha lavorato come grafico e consulente marketing (lavoro che ha fatto crescere esponenzialmente la sua ossessivo-compulsività per le cose simmetriche e precise). Lo studio gli ha permesso di concretizzare la sua passione per i differenti linguaggi dei media, sperimentando con mano l'analisi linguistica e semiotica; il lavoro gli ha dato la possibilità di provare a inserire la teoria nel pratico. Studio e lavoro, insieme, lo hanno portato a scrivere di, tra gli altri argomenti, grafica pubblicitaria, marketing, comunicazione e comunicazione visiva collegata al videogioco.