Il documentario Blackpink: Light Up the Sky arrivato su Netflix offre un’interessante panoramica sulla diffusione internazionale del K-pop

La prima volta che ho ascoltato musica K-pop è stato circa dieci anni fa, durante un viaggio in macchina con amici verso il centro città per il consueto sabato sera. Il guidatore era appassionato di gruppi femminili come SNSD (o Girl’s Generation), F(X), T-ara, Orange Caramel, e chi più ne ha più ne metta. Quella sera rimasi colpita dai ritmi e dalle sonorità penetranti in testa, nonostante io di coreano non sapessi (e continui a non sapere) nulla, se non poche parole come oppa e anyoung haseyo. Quando ho visto il documentario Blackpink: Light Up the Sky – arrivato su Netflix lo scorso 14 ottobre – ho capito come l’impatto del K-pop sia profondamente mutato nel corso di quest’ultimo decennio, soprattutto per quel che riguarda il rapporto con l’Occidente.

blackpink documentario

Del resto, vivendo in un mondo iper accelerato e globalizzato, è facile aspettarsi che un fenomeno culturale tipicamente orientale, nato oltre trent’anni fa, travalichi tranquillamente i confini nazionali per diffondersi nel resto del globo. E non solo nell’ambito esclusivamente musicale: basti pensare a quello che ha realizzato Riot Games con le K/DA, band pop di ragazze in cui militano versioni a tema di alcuni campioni del gioco online per PC League of Legends. Un modo alternativo per rafforzare la community, sia occidentale che asiatica, attorno al popolare MOBA.

Blackpink in your area

La vena internazionale e sperimentale del K-pop del XXI secolo è perfettamente riassunta nel documentario Netflix dedicato alle Blackpink, celebre quartetto creato dalla YG Entertainment, la stessa agenzia che ha portato al successo mondiale Gangnam Style di PSY. Eppure le Blackpink sono riuscite ad andare oltre, infrangendo qualsiasi record sin dal loro debutto, risalente al 2016. Kim Ji-soo, Jennie Kim, Rosé e Lisa sono le protagoniste assolute di questo successo dal sapore internazionale.

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Già nei primi secondi le nostre orecchie vengono colpite dalla varietà di lingue che si susseguono: dal coreano all’inglese fino ad arrivare al thailandese. Questo perché le stesse componenti delle Blackpink sono di varie origini: c’è chi viene dalla Nuova Zelanda come Rosé, e chi da Bangkok come Lisa. Il documentario, diretto da Caroline Suh, si addentra nella loro vita personale, per raccontare la loro ascesa, che le ha portate a essere il primo gruppo K-pop ad esibirsi al Coachella, l’iconico festival musicale californiano, e non solo: la collaborazione con Lady Gaga e Selena Gomez, un tour mondiale di 9 mesi tra Asia, Stati Uniti, Canada ed Europa, e molto altro. Nel documentario, inoltre, c’è anche spazio per il lato oscuro della vita da diva dal K-pop, ovvero lo sforzo fisico costante di corpi per lo più adolescenti, costretti ad allenarsi al ballo e al canto anche 14 ore al giorno, e l’impossibilità di farsi una vita privata fatta di amici e famiglia.

La forza del K-pop, nonostante tutto

Kim Ji-soo, Jennie Kim, Rosé e Lisa diventano quindi un tutt’uno dove l’una ha un ruolo per supportare le altre compagne nei momenti di difficoltà, e nient’altro. Certo, c’è anche l’affetto del pubblico, ma gli sguardi delle giovani donne a volte sono più esplicativi delle parole che fuoriescono dalle loro labbra. Il documentario non si addentra però nelle problematicità dello sfruttamento e dei disagi delle artiste K-pop – risale all’anno scorso il suicidio di Sulli delle F(X) -, ma si limita a raccontare, con una retorica un po’ trita e ritrita del “se sacrifichi tutta te stessa puoi coronare i tuoi sogni”, l’ascesa ancora in corso delle Blackpink.

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La loro esplosione di successo riflette dunque la potenza del K-pop come un vero e proprio spettacolo di intrattenimento musicale in grado di conquistare pubblici lontanissimi per cultura e geografia. Una visione consigliata a chi vuole avere degli input per capire il fenomeno da un’ottica globale, oltre alla fanbase delle Blackpink.

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