In un gran tripudio di fiori, cuori, amori, e camp, Bridgerton continua a presentare una visione meno biancocentrica della high society britannica, ma dove sono le persone queer?

h, l’amore.
L’amore che move il sole e le altre stelle, ma – soprattutto – che muove le classifiche di Netflix. Nel momento in cui scrivo queste parole, dearest reader, la seconda stagione di Bridgerton è al primo posto della Top 10 italiana del servizio di streaming; segno evidente che – e qua passo dal sommo poeta allo zuccherino cantante – c’è bisogno d’amore (sai, zio).

Bridgerton, prodotta dalla regina statunitense del medical/legal/political drama Shonda Rhimes, si ispira (molto liberamente, almeno in questa seconda stagione) alla serie di (nove) romanzi (e quattro prequel) scritti da Julia Quinn; a ognuno degli eredi della Casata Bridgerton viene dedicato un volume, durante il quale assisteremo al loro traghettamento dal nubilato/celibato al vissero per sempre felici e contenti in una relazione strettamente monogama ed eterosessuale.

Questo, almeno, è quello che succede nei romance di Quinn, un genere letto in prevalenza da donne eterosessuali e monogame (forse perché scritto, fino in tempi recenti con le donne eterosessuali e monogame in mente come target) ma la speranza che la serie Netflix possa deviare dai romanzi, per presentarci una società in cui anche le persone queer possano danzare alla corte di Sua Maestà la Regina, non mi ha ancora abbandonato. Non che le persone queer non esistessero, nella tarda Epoca georgiana, e non che ci sia una singola persona che ha seguito la serie convinta dell’eterosessualità di Benedict Bridgerton, tuttavia anche in questa seconda stagione – molto più austeniana della prima – Bridgerton si rivela manchevole di personaggi non etero. Una mancanza che risalta ancora di più se si pensa a quanto l’intera apparecchiatura (o mise en place per fare i sofisticati) della serie si affidi al camp per trasmettere un’estetica che sia al contempo ancorata nel passato ma appetibile al pubblico moderno, e a quanto sia poco credibile che nell’intera Londra-bene le uniche due persone omosessuali siano Lord Wetherby e Henry Granville.

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Eppure l’adattamento per Netflix ci ha già presentato degli ammodernamenti, rispetto alla ricostruzione standard della Regency Era britannica che si trova nei romanzi. In seguito alla prima stagione, turbe di puriste e puristi della ricostruzione storica si sono lanciate in una filippica anche ben documentata contro la presenza storicamente inappropriata di persone nere in ruoli di potere – la Regina Charlotte, il Duca di Hastings, Lady Danbury – e contro, in sostanza, una visione moderna della società di fine Era georgiana (ovviamente, tutte queste critiche prevedevano un incipit di non sono razzista ma, seguito da qualcosa di velatamente, benevolmente, o esplicitamente razzista). Per come la vedo io, ma non prendetemi alla lettera, non sono certo Lady Whistledown, queste paladine e questi cavalieri dello storiograficamente corretto non hanno solo mancato il bersaglio della discussione, ma si sono anche inventati una discussione che non aveva bisogno di essere messa in piedi: l’historical romance non è un romanzo storico. Il romance, come tutti i generi codificati, ha un suo impianto di regole, di stilemi, di attrezzi del mestieri a cui attingere – l’accuratezza storica non è tra questi (così come non è il ruolo della fantascienza descrivere con minuzia di particolari future tecnologie plausibili o quello dell’high fantasy riportare in vita la società medievale senza poter lavorare di fantasia).

Se vogliamo parlare di realismo in una serie romance, dovremmo anche puntualizzare che a livello di statistica una famiglia in cui nove persone (contando anche la matriarca Violet) di fila si sposano per amore, in pieno periodo Regency, basta a convincere che la matematica sia un’opinione ma, ripeto, per godersi il romance, come per godersi qualsiasi opera di genere, è necessario accettare le regole del gioco – regole che si piegano al servizio dell’amore, non a quello della cronaca del passato.

Quindi, dicevamo, Bridgerton non è una serie storica, è una serie romance ambientata nel passato. Non solo, ma il passato in cui è ambientato sembrerebbe essere un’ucronia in cui l’amore del re Giorgio III per Carlotta di Meclemburgo-Strelitz (interpretata dall’attrice guyanese-britannica Golda Rosheuvel) ha fatto sì che la high society diventasse un luogo meno bianco di quanto film e serie tv ci hanno sempre fatto credere – e per questo più vicina a ciò che deve essere realmente stata (“spesso pensiamo all’Inghilterra della Reggenza piena di gente convenzionalmente bianca perché le narrazioni visive hanno rappresentato i personaggi dei romanzi come tutti bianchi” dichiara Durba Ghosh, professore di Colonialismo britannico alla Cornell University a The New York Times “ma questo non significa che le persone che hanno vissuto realmente nell’Inghilterra della Reggenza fossero tutte bianche”).

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Sembrerebbe dunque che il vero dibattito in corso non debba essere sull’esistenza o meno delle persone appartenenti a minoranze nel passato britannico, quanto sull’influenza che le opere di intrattenimento hanno sulla nostra percezione del passato, che abbiamo finito per immaginarci bianco ed etero perché così ce lo hanno sempre raccontato, finora. Perciò, tutto sommato, nonostante la sua sfavillante eteronormatività (in cui però, almeno, troviamo eroi che non si tirano indietro davanti a un cunnilingus), Bridgerton ha il pregio di raccontare sì sempre la stessa storia (e se non vi è venuta voglia di riguardare la versione del 2005 di Orgoglio e pregiudizio dopo aver assistito a dieci episodi di enemies-to-lovers tra Lady Kate e il Visconte Anthony Bridgerton io non so davvero che fare con voi) ma con protagonisti e protagoniste diverse, che non avremmo avuto anche solo nel 2005. Non sarà una rivoluzione, certo, ma se può creare una crepa nella visione biancocentrica con cui abbiamo sempre guardato al passato, se può abituare il pubblico a non mettere in questione la presenza di ogni personaggio nero in un’opera di intrattenimento, se una serie romance – il genere in assoluto più bistrattato, quello considerato una roba da donne e quindi implicitamente inferiore – può far parlare di tutto ciò, allora lunga vita a Bridgerton, con le sue mani sfiorate, le sue Wrecking Ball e Material Girl suonate al violino, le sottotrame di cui non interessa niente a nessuno e la sua caotica energia estremamente camp.

Del resto, è senza dubbio difficile creare una rivoluzione stando nelle briglie di un genere che aspira comunque al matrimonio e alla perpetuazione del privilegio attraverso gli eredi, ma tutto sommato, come ho realizzato davanti a un meme che condividerò con voi, nel caso vi sentiate in vena di un’epifania instagrammica, forse ciò che invidiamo alle protagoniste ai protagonisti degli historical romance – da Elizabeth Bennet in poi – è la quantità di tempo che possono impiegare nella ricerca del vero amore, in passeggiate, serate danzanti, tè pomeridiani e matinée all’opera. Un fulgido esempio di quanto possa essere bella la vita quando metà delle tue giornate non sono assorbite dal primordiale sforzo di portare a casa abbastanza soldi da permetterti di avere una casa – e un pc, su cui guardare historical romance sognando di non dover più lavorare.

Toscana emigrata a Torino, impara l'uso della locuzione "solo più" e si diploma in storytelling, realizzando il suo antico sogno di diventare una freelancer come il pifferaio di Hamelin. Collabora con case editrici, riviste online e enti pubblici, scrive post polemici su Facebook, abbandona la carriera di bookfluencer perché non riesce a fotografare i libri senza prima averli letti. Si trova a suo agio ovunque ci sia qualcosa da leggere o da scrivere, o un cane da accarezzare. Amante dei dinosauri, divoratrice di mondi immaginari, resta in attesa dello sbarco su Marte, anche se ha paura di volare. Al momento vive a Parma, dove si lamenta del prosciutto troppo dolce e del pane troppo salato.