cartastraccia è il magazine mensile "usa & getta" di Stay Nerd dedicato al fumetto underground, alternativo e alle autoproduzioni.

IL TERZO APPUNTAMENTO VEDE OSPITE UN NOME NOTO DEL FUMETTO UNDERGROUND E AUTOPRODOTTO NOSTRANO: CAMMELLO.

Brutte facce, belle storie

Siamo al terzo appuntamento con cartastraccia. Senza lanciarmi in considerazioni simboliche sul numero tre, anche se sarebbe divertente, vi do ancora una volta il benvenuto a questo magazine disordinato e generativo, basato su quel che mi salta all'occhio e alla mente che ha a che fare con fumetto underground, autoproduzioni e tutto quel che gravita intorno a queste realtà.

Come avevo già accennato nelle iterazioni precedenti, questo è uno spazio che considero aperto alle contaminazioni esterne. Un po' perché senza del materiale non andrebbe letteralmente avanti, ma anche perché basarmi soltanto su quel che conosco io porterebbe questo spazio a scomparire in poco tempo e a esaurirsi in altrettanto.

Che siano cose lette o parole sentite voglio che questa esperienza venga costruita e mantenuta anche grazie a chi opera nelle scene di cui parlo, discutendone con chi ne fa parte per riflettere su quel che è successo, sta succedendo e succederà. Interviste, recensioni, considerazioni e chiacchiere quindi diventeranno una prassi che cercherò di mantenere con regolarità (e a tal proposito: se avete qualcosa da dire sapete dove trovarmi).

Inauguro queste ospitate con un'intervista a un autore (oltre che un amico) che stimo fin dalla prima volta in cui mi è successo di imbattermi nel suo lavoro: Cammello. Ho scelto di partire da lui perché i suoi personaggi e le sue storie racchiudono quella crudezza critica e quella sbruffonaggine comica che cerco sempre nell'underground, perché sono i caratteri più evidenti di questa realtà.

DIRTY ROTTEN IMBECILES

Luca Parri: Ciao Cammello e benvenuto a cartrastraccia. Tu nel contesto underground ci sguazzi da quando hai iniziato a produrre materiale, arrivando anche a portare il tuo modo fuori controllo di fare fumetto in contesti editoriali molto più strutturati. La vedi come una conseguenza del tuo percorso o piuttosto un parallelo? Hai percepito, in questo passaggio, una pressione esterna per edulcorare il tuo lavoro?

Cammello: Non ho mai ricevuto nessuna pressione, anche perché ho sempre scelto case editrici o collane che mi rappresentavano. Se a qualcuno può dare fastidio la mia sfumatura più estrema in genere non mi pubblica proprio. È sicuramente stata una conseguenza perché ho sempre voluto che le mie storie fossero lette da un pubblico più ampio, ma parallelamente non ho mai pensato di abbandonare il mondo underground. È come una casa base, prima o poi ci ritorno sempre.

LP: I tuoi fumetti, negli anni, si sono sempre contraddistinti per un sottotesto politico e sociale molto forte ma sempre allegorico: ci racconti il perché?

C: È una bella domanda. Penso di avere sempre avuto un senso di frustrazione e disagio rispetto al mondo in cui vivo e prenderlo per il culo mi fa stare meglio. Nei miei fumetti il mio metodo di satira è sempre stato quello di mettere alla berlina il reale con l’assurdo. Uso il grottesco come tramite, perché è quello che più rende palese l’imbecillità del presente.

LP: L’autoproduzione di fumetto e materiale legato alle arti visive, in Italia, ha avuto momenti alti e altri decisamente più bassi. Come valuti tu la situazione contemporanea?

C: È giusto che l’autoproduzione vada dall’alto al bassissimo. Non ha una selezione all’ingresso e chiunque può farla. Sinceramente in questo clima moderno dove c’è un enorme attenzione alla forma del linguaggio e alla correttezza delle idee, è sano che ci sia un contesto dove puoi fare schifo quanto vuoi. Il digitale secondo me ha portato nuova linfa all’autoproduzione e ha ampliato il suo terreno di azione. Oggi puoi uscire dalla nicchia e avere un pubblico anche senza l’aiuto di un editore.

"Uso il grottesco come tramite, perché è quello che più rende palese l’imbecillità del presente."

LP: In relazione alla domanda precedente: che ci siano realtà che ragionano con le stesse logiche dell’editoria mainstream abbandonando un po’ quella rivendicazione di marginalità è un dato di fatto. Quale potrebbe essere la conseguenza di tutto questo? Che effetti avrà su produzione, promozione ed eventi?

C: L’autoproduzione alla fine è un mezzo e a seconda di chi lo usa può avere diverse motivazioni dietro. Storicamente è sempre stato l’arma della controcultura, ma oggi il pubblico del fumetto è talmente vario che è normale che si siano aperte diverse modalità. Io sono della scuola di pensiero che l’importante è che si usi per fare dei fumetti che spaccano (e mi sa che è proprio lì il problema).

LP: Si fa sempre un gran parlare di integrità, coerenza ed etica collegate alla cultura. Penso, per tutta una serie di motivi, che la cultura underground vada talmente oltre e in controcorrente da far diventare anche le incursioni nel mainstream e la mancanza di coerenza un valore di cui vantarsi. Credi che smentirsi possa essere un valore aggiunto, nell’arte e nella cultura?

C: Penso sia sempre stato così, il mondo underground è sempre stato l’incubatrice per movimenti che poi sono esplosi e sono diventati popolari, sia nella musica che nell’arte. È giusto smentirsi, ma mai piegarsi. Se diventi mainstream lo devi fare secondo le tue regole. Io per esempio ho fatto delle tavole per Dylan Dog, ma se mi avessero chiesto di adattarmi allo stile "classicone" realistico di Dylan non le avrei fatte ovviamente.

LP: Da quando ho iniziato il percorso con cartastraccia ho sempre legato il fumetto underground e l’autoproduzione sia agli spazi d’origine che anche alla musica che si respira in quegli ambienti. E non è un caso che io abbia scelto te, data la tua militanza musicale, come prima intervista per questo progetto. Che impatto hanno avuto le subculture musicali su di te e sul tuo lavoro? Quanto reputi sia importante rivendicare un’appartenenza culturale che abbracci più discipline contemporaneamente?

C: Suonare in una band e girare i concerti mi ha portato a un bel bagaglio di esperienze che penso si rispecchino nel mio stile di fare fumetti. È un discorso d’identità, mi sentivo diverso da quelli fissati coi supereroi e da chi si dava toni da autori intellettuali di graphic novel intimiste. Mi ha dato un’altra attitudine. Nel mio primo volume Tumorama ho concepito le storie brevi come se fossero la tracklist di un album, giocare a fondere gli immaginari mi divertiva.

Sicuramente conoscere più discipline ti dà un’identità più originale, se sei un fumettista che conosce solo fumetti il tuo modo di creare sarà molto canonico.