Quando il crime diventa solo un pretesto

Collateral è una miniserie britannica composta da 4 episodi di circa 55′ minuti ciascuno, targata BBC Two e distribuita in Italia da Netflix.
L’opera è stata scritta e creata da David Hare, diretta da S. J. Clarkson, ed ha come protagonista una quasi irriconoscibile Carey Mulligan nei panni del detective Klip Glaspie, e poi troviamo John Simm e Billie Piper, tra i tanti attori presenti in questa sorta di lavoro corale.

Proviamo ad andare con ordine.
La visione di Collateral metterà a dura prova la pazienza di tutti gli amanti della crime fiction e di coloro che si imbatteranno nello show pensando di assistere alle classiche dinamiche di investigazione, collegate all’omicidio con cui la serie ci apre la porta di casa.
Ed infatti le prime fasi del miniserial sembrano andare in una direzione che ben conosciamo, tra tinte molto scure, tipiche di alcuni crime drama, e una struttura di base che pare ammiccare ad un’altra produzione sempre britannica ma ambientata a New York, ovvero The Night of (piccolo gioiello con John Turturro e Riz Ahmed protagonisti, e passato un po’ sottotraccia).

Collateral (che non ha nulla a che vedere con l’omonimo film di Mann) inizia quindi con uno strano omicidio di un fattorino delle pizze, Abdullah Asif, freddato in maniera rapida e precisa fuori dall’abitazione dove ha appena effettuato la consegna, ma è un evento che apre subito il giallo poiché gli era stato cambiato il turno all’ultimo momento dalla sua titolare.
Tutto lascia pensare che le vicende prendano una determinata piega, quella appunto già suggerita del noir poliziesco, tuttavia già dalla seconda metà della prima puntata intuiamo che lo show voglia dirigersi altrove.
L’omicidio e l’investigazione divengono quasi il mero pretesto per raccontarci una storia di immigrazione, di clandestinità, delle difficoltà dell’integrazione, pure in paese come l’Inghilterra e in una capitale come Londra, tra le più evolute in tal senso.

Troppi intrecci si annodano nella trama di un’opera convulsa, mescolando e unendo le storie di tantissimi personaggi tutti collegati tra loro, come fossimo in un paesino di 100 abitanti anziché in una città di 9 milioni di persone per 33 borghi, solo nel territorio metropolitano.
Le casualità a cui assistiamo diventano quasi ridicole, e persino fastidiose, ma siamo costretti a superarle cercando di far finta di niente e concentrarci solo sulle motivazioni alla base di tali intrecci.

Tutto ciò porta ad un’altra conseguenza, che non è necessariamente un male, ovvero la mancanza di un protagonista. Ogni singolo personaggio svolge un ruolo chiave ed è protagonista del proprio labirinto narrativo, come il soldato Sandrine Shaw (Jeany Spark), o il reverendo donna Jane Oliver (Nicola Walker), o la stessa Carey Mulligan. Tutte donne peraltro, poiché la loro importanza nella società e il tema dei diritti delle stesse diviene un altro punto cardine della miniserie, e non a caso Netflix decide di distribuirlo l’8 marzo. Argomenti come le minoranze, le violenze, gli abusi da parte dei più forti, gli uomini di potere che approfittano della loro posizione per prevaricazioni sulle donne o sui più deboli, sono tutti elementi che non figurano come semplici sottotrame ma divengono un continuo e pressante leitmotiv che si fa motore dell’azione, mettendo da parte l’omicidio e l’investigazione conseguente.

Il più grande errore che si possa fare quindi nel giudicare Collateral è considerarlo un crime a tutti gli effetti, perché nonostante la risoluzione implichi la caccia al colpevole, è il contorno che diviene la pietanza principale degli affamati spettatori, i quali dovranno abituarsi in fretta a questa sorta di nouvelle cuisine della chef S. J. Clarkson, altrimenti resteranno affamati di crime nudo e crudo.

collateral miniserie netflix

L’opera quindi si tinge di drama, e al netto delle considerazioni finora fatte, e dello stupore e lo spaesamento iniziale, abbiamo a che fare con una narrazione efficace ed una fluidità continua, che incede senza intoppi e mantiene molto alto il livello d’attenzione ed un ritmo perfetto. Ci sono anche alcuni guizzi registici e qualche vezzo apprezzabile, come le particolari scelte musicali all’inizio di ogni episodio, che vanno a cozzare con il tono cupo dell’opera ma è proprio questo che rende tale prassi in parte affascinante. Questo senso di disorganicità, questa visione frammentaria e slegata delle “sottotrame” la ritroviamo quindi pure nella soundtrack, e diviene pertanto il modo autentico che hanno Hare, Clarkson & co. di raccontarci Collateral. Il loro estro si riflette sulla regia e su tutto il comparto tecnico, che sa di potersi permettere tali libertà poiché da questo punto di vista è assolutamente impeccabile. Dalle fantastiche riprese, alla fotografia mirabile di Balazs Bolygo fino al montaggio che, in alcuni frangenti, ci fa battere davvero le mani, assistiamo ad un lavoro egregio e privo di sbavature, motivo per cui forse si è osato più del dovuto sul fronte della narrazione.

Collateral non sarà quindi la miniserie che farà impazzire gli amanti del crime, ma resta comunque un esperimento convincente e recitato da attori in splendida forma. Un’opera che, al di là dei suoi pregi e dei suoi difetti, merita rispetto.

No more articles