Tra i vari punti chiave affrontati dal movimento transumanista, il miglioramento del corpo e della condizione umana attraverso l’eliminazione di difetti di programmazione è uno degli obiettivi più importanti e più pressanti.

Se infatti il transumanesimo auspica anche l’aumento delle capacità cognitive dell’homo sapiens per mezzo di scienza e tecnologia, è pur sempre vero che l’individuo si trova da sempre a lottare contro un nemico intestino: il proprio corpo.

Il corpo umano, progettato con un’obsolescenza programmata variabile ma inevitabile, è l’ostacolo insormontabile che impedisce di raggiungere il sogno proibito dell’uomo, quello che accomuna alchimisti e CEO di Google: l’immortalità.

Nonostante palliativi come l’anima, il paradiso, la reincarnazione e lo janna coranico, il sogno di una perpetua esistenza è da sempre pungolo per l’indagine scientifica e culturale, un desiderio comune che ha generato nei secoli ricerca e produzione letterario.

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Come spesso accade, è nell’ampia nicchia della fantascienza che le idee più ardite si fanno parola sulla pagina, e speculazioni sul futuro dell’anima digitale e su ciò che potremmo diventare unendo carne e silicio sono all’ordine del giorno sullo schermo e tra le pagine dei libri. Ad aggiungere nuovi capitoli alla discussione arrivano ora i racconti della raccolta dedicata alla fantascienza contemporanea spagnola e latino-americana Cuerpos, pubblicata dall’associazione culturale e casa editrice Future Fiction. Quest’antologia di 9 racconti presenta per la prima volta in lingua italiana voci autoriali castigliane, catalane, messicane e cubane, con una grande attenzione a tematiche di grande rilevanza come quelle toccate dalla climate-fiction e dalle grandi distopie misogine.

Il corpo come affermazione di sé

Tutti abbiamo un corpo, che si forma a partire da una manciata di cellule ancora prima che noi – qualsiasi cosa significhi quel noi – prendiamo consapevolezza della nostra esistenza e che ci accompagna fino al momento in cui l‘essenza del nostro essere lascia le sue spoglie mortali, che continueranno a esistere per un limitato periodo di tempo dopo la nostra dipartita, prima di venire di nuovo assorbite dall’entropia che domina l’universo conosciuto.

Il connubio tra il nostro essere e l’involucro che ci avvolge e ci permette di compiere azioni fisiche nel mondo è così stretto che per descrivere una persona ci rifugiamo quasi completamente nella fisicità di essa, identificandola con i suoi colori e le sue forme, usando scorciatoie che perdono sempre più il loro peso nella transizione tra il mondo reale e quello digitale, ma a cui restiamo ancorati nel massiccio uso di avatar con cui ricreiamo la nostra immagine sui server, e nell’esposizione del nostro corpo fisico filtrato da pixel sui social, quasi a ricordarci che noi non siamo solo la punta delle dita che battono sulle tastiere, ma che dietro la nostra anima digitale, dietro i nostri pensieri, esiste pur sempre un essere umano in carne e ossa.

Ciò che sembra solido e reale, tuttavia, si rivela la parte caduca della nostra esperienza sulla terra: la res extensa cartesiana, la realtà fisica estesa, limitata e inconsapevole, si contrappone alla res cogitans, la realtà psichica della consapevolezza. Le immortali parole del filosofo e matematico francese Descatres, cogito ergo sum, acquisiscono un nuovo e profondo significato alla luce dei progressi ottenuti nel campo delle intelligenze artificiali. Nel racconto Francine, di Maria Antònia Martí, la tematica dell’essenza è affrontata nell’ucronia filosofica che vede protagonisti proprio René Descatres e la sua unica figlia, morta nella nostra versione dell’universo a cinque anni di scarlattina. Nella dimensione del racconto, invece, Francine subisce un’infinita serie di interventi atti a sostituire con parti artificiali gli organi del suo corpo distrutti dalla malattia, fino a trasformare la bambina in una bambola meccanica con pensieri di grafite e silicio, incline a riflettere, come il padre, sulla sua stessa natura di macchina meccanica, spingendo il padre ad abiurare le sue convinzioni, in nome di un amore più grande di qualsiasi concezione filosofica.

La fisicità della trasformazione

Quanti pezzi di un corpo possono essere sostituiti, prima che quel corpo cessi di essere lo stesso che è stato fino a quel momento? Possiamo dire che una candela che si trasformi in una pozza di cera liquida sia lo stesso oggetto, nonostante la trasformazione? Se per Cartesio è vero che non conosciamo le cose attraverso i sensi, ma le conosciamo comprendendole, è altrettanto vero che il paradosso della nave di Teseo si interroga da secoli sulla persistenza dell’identità originaria: quanti pezzi ha dovuto perdere Anakin Skywalker prima di diventare Darth Vader? Un’anima che si muove tra diversi corpi, come abbiamo visto in Altered Carbon, resta la stessa nonostante l’involucro cambi?

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Proprio alla trilogia hard-boiled fantascientifica di Richard K. Morgan sembra ispirarsi il racconto che dà il titolo alla raccolta: Corpi, di Juanfran Jiménez Troya è un noir sporco e violento in cui la disparità di classe raggiunge un nuovo livello grazie al turismo di ultima generazione che, liberatosi di costosi viaggi, permette al facoltoso europeo di scambiarsi di corpo con un indigeno, per vivere un’esperienza autentica senza rischiare la propria incolumità. Mentre i turisti si godono la vacanza, tuttavia, i temporanei ospiti del loro corpo vengono ospitati in maniera coercitiva in una Residenza per Sostituti Turistici, obbligati a seguire un regime di dieta, esercizio fisico e cure di bellezza, così da restituire il corpo al proprietario in perfetto stato.

Il corpo come bene più prezioso

Ciò che al momento sembra impossibile, la scissione tra corpo e anima, potrebbe un giorno scavalcare la recinzione tra fantascienza e scienza, come auspicato dai transumanisti. Questo apre scenari a malapena concepibili, come l’immortalità dell’anima, la trasmigrazione di corpi, la conservazione dell’essenza delle persone care, con esperimenti già in corso come il profilo post-mortem di Facebook o il sistema di messaggistica dall’oltretomba.

La messicana Gabriela Damián Miravete, nel suo racconto Sogneranno nel giardino, immagina di impiegare la tecnologia olografica e la raccolta dei dati al servizio della lotta al dilagarsi di episodi di femminicidio e crea un giardino popolato da figure translucenti custodi della memoria della violenza maschile, silhouette a cui è stata strappata la vita, statue parlanti a memento della crudeltà di un individuo nei confronti di un suo simile, simboli che scambierebbero volentieri la loro trascendenza per una vita corporea, al sicuro dalle bestie che hanno loro strappato la vita, libere di vivere nel loro corpo. Quel corpo che, come ogni corpo, dovrebbe appartenere solo all’anima che lo abita.

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