Spin-off di The Boys, Diabolical coinvolge alcuni studi di animazione nell’universo gore di Garth Ennis

este spappolate, mutazioni antropofaghe, superpoteri inutili e letali. Che Garth Ennis amasse dissacrare la retorica supereroistica era abbastanza chiaro già con The Boys, ma Diabolical supera se stesso. Otto puntate da poco meno di quindici minuti l’una per un concentrato di ultraviolenza, demenzialità e spregiudicatezza. Del resto, il Patriota e Butcher hanno già abituato il loro pubblico a scene in cui sangue e interiora schizzano, imbrattano e trasformano il dramma in un quadro grottesco. Questa è la forza di The Boys, la serie disponibile su Amazon Prime Video che da qualche anno ha convinto gli spettatori che il concetto di “supereroe” non è affatto lineare. Se nel mondo DC e Marvel i protagonisti tendenzialmente risolvono crisi e crimini senza versare sangue, in quello di Ennis, più pragmatico e spietato, non si va così per il sottile.

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Ma il punto, oggi, è un altro. Diabolical è solo l’ultimo di una schiera abbastanza nutrita di cartoon in cui i toni gore costituiscono il cuore del prodotto. Non solo: senza arrivare a questi risultati così estremi, da sempre i cartoni animati (alcuni) hanno mostrato un fantasioso sistema di attacco e difesa. Oggetto di critiche, questa tendenza si è ritagliata una nicchia, dando vita alla cosiddetta animazione per adulti. Il che è cosa buona e giusta, ed emancipa il mezzo-cartone animato dalla destinazione univoca verso il pubblico infantile.

Gatti, topi, e violenza omeopatica

Quando i Simpson erano il massimo della critica alla società e al costume occidentale – il che corrisponde più o meno al periodo di formazione primaria di noi millennial – un elemento ricorrente e meta-linguistico erano i cartoni animati di Grattachecca e Fighetto. Itchy e Scratchy, nella versione originale, erano un gatto e un topo, un evidente richiamo ad alcune celeberrime coppie di antagonisti dei cartoni animati. Senza proferir parola, i due si massacravano puntata dopo puntata, immuni da ogni scrupolo nel mostrare corpi scorticati, budella, ossa, bulbi oculari e altre amenità. Spingendo un po’ il piede sull’acceleratore, Matt Groening osservava con l’incredulità dell’adulto il prodotto medio propinato ai ragazzini di allora e come esso li abituava a dosi graduali di violenza. Pensiamo all’uso indiscriminato di armi di vario calibro spianate da Taddeo (o Thaddeus Plotz) dei Looney Tunes contro lo scaltro Bugs Bunny, agli inseguimenti tra Tom e Jerry (un gatto e un topo, appunto) con tanto di trappole letali, alle macchinazioni e alle disastrose cadute di Willie il Coyote nella caccia a Beep-Beep.

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Goccia a goccia la nostra generazione ha assimilato un certo sadismo, un gusto nel vedere i personaggi ridursi malissimo. Salvo poi tornare tutti interi nella puntata successiva. Il dolore simulato, il dolore senza conseguenze. L’offesa senza la responsabilità. Questo ci ha resi una generazione spietata? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ben prima di Diabolical, di Bugs Bunny e di Groening

Scherzi a parte, sembrerebbe che l’esigenza nel raccontare ai più piccoli dettagli truculenti nasca molto prima dei cartoni animati. Pensati in primo luogo per il target infantile, questi hanno raccolto l’eredità delle fiabe (che prima del trattamento Disney erano decisamente più gore). Accettiamo dunque, che l’impulso di morte, così come quello erotico fanno parte della narrazione da sempre, al di là dell’innocenza del pubblico di riferimento. Quindi no, noi Millennial non siamo messi peggio degli altri (se vi interessa, approfondite la questione leggendo Non sono storie per bambini – Il lato oscuro della fiaba nella “Favola di New York” di Victor LaValle, e non solo).

Anzi, se guardiamo la Storia nel lungo periodo la svolta edulcorata e iperprotettiva verso i bambini è relativamente recente. Con l’appropriazione americana dell’immaginario fiabesco europeo, i cartoni animati si sono lentamente svuotati delle componenti più spinte, che pian piano hanno perso spazio andandosi lentamente esaurendosi. O, meglio, andando a ritagliarsi spazi “consentiti”. La vigilanza maggiore dei genitori sui contenuti offerti dalla TV e la responsabilizzazione generale nascono quando cessa la fase di incanto totale verso la scatola magica entrata nelle case nel secondo dopoguerra. Inizia una fase di forte spirito critico (acuita e in evoluzione nella contemporaneità, sui social), e i genitori non vedono più di buon occhio che i propri figli guardino inseguimenti con fucili spianati e esplosivi innescati.

Oggi abbiamo i cartoon per adulti

Ecco la nostra oasi felice, per chi vuole fuggire dalla censura perbenista degli adulti. I cartoni animati “per adulti” sono un interessantissimo campo creativo per chi vuole sperimentare. Se c’è ancora qualcuno che si lascia frenare dal mezzo tradizionalmente associato a ben altri contenuti, cartoon come Diabolical contribuiscono a infrangere ogni preconcetto. Non tanto per la qualità del prodotto in sé (su cui spenderò qualche parola alla fine), ma per il modo in cui alzano l’asticella dell’assurdo. Millimetro dopo millimetro di demenzialità, crudezza e ironia becera, si amplifica un confine altrimenti castrante per un medium da reinventare, per soddisfare un target relativamente nuovo.

A differenza di prodotti ancora più di nicchia (se siete interessati al genere guardate Mr. Pickle sempre su Amazon Prime, ma non dite a nessuno che ve l’ho consigliato io), Diabolical si appoggia a un marchio noto, quello di The Boys, ed esplora personaggi e possibilità che sono “troppo” perfino per una serie notoriamente vietata ai minori. Il tutto imbastisce un’operazione divertente a cui hanno partecipato anche alcune star, tra cui Christian Slater, Seth Rogen, Giancarlo Esposito, Simon Pegg e Awkwafina – che ha scritto anche un episodio – e lo stesso Garth Ennis. Inoltre chi già bazzica per il genere, riconoscerà l’intervento dei creatori di Rick & Morty, e di altre serie animate – appunto – “per adulti”. Si va delineando dunque un gruppo di illuminati che puntano sempre di più sul genere e sviano dalla tendenza generale al live action (per fortuna). Il tutto con esiti anche molto buoni. Le implicazioni possibili spaziano da tematiche estremamente profonde e drammatiche, come mostra magnificamente Bojack Horseman, o verso voli pindarici fantascientifici che svecchiano il genere con un tocco di sana e ponderata follia (parlo di Rick & Morty, ma anche di Lower Decks).

La violenza nasconde prodotti mediocri?

Le ultime serie citate sono state acclamate a furor di popolo come geniali, scritte in maniera sopraffina, e hanno infatti un gran bel seguito. Diabolical tuttavia, fa parte di un sottogenere del sottogenere, ovvero quello delle “serie antologiche con vari studi ospiti su marchi giù noti e amati dal pubblico”. Pioniera di questo sotto-sottogenere è l’eccellente Animatrix del 2003, seguita dal più recente (e meno eccellente) Star Wars: Visions (questo lo trovate su Disney +). Tuttavia, Diabolical cela dietro una facciata evidentemente eccessiva una certa modestia di intenti. Solo poche puntate (forse una) meritano davvero di essere viste al di là dell’intrattenimento ultraviolento che mettono in scena. Per il resto, è un inseguirsi di scene-shock, o provocazioni poco supportate da una struttura solida. E questo non vuole essere uno di quei discorsi “da adulti che censurano Tom & Jerry”, anzi.

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Proprio il franchise a cui Diabolical fa riferimento, The Boys inquadra la scelta gore all’interno di una trama articolata, di una bella analisi dei personaggi, di una storia avvincente che sarebbe efficace anche con una pornografia della morte meno accentuata. Proprio per questo, infatti, funziona, perché riesce a essere spinta senza essere pretestuosa. Discorso analogo vale per Invincible, che non risparmia dettagli quando si tratta di mostrare carneficine, stragi e compagnia bella. Diabolical, invece, resta nei ranghi di una serie divertente, un mordi e fuggi senza strascichi, più un lancio promozionale in vista della nuova stagione di The Boys che un prodotto artistico autonomo.

Storica dell'arte, giornalista e appassionata di film e fumetti. Si forma come critica tra Bari, Bologna, Parigi e Roma e - soprattutto - al cinema, dove cerca di passare quanto più tempo possibile. Grande sostenitrice della cultura pop, segue con interesse ogni forma d'arte, nella speranza di individuare nuovi capolavori.