Passato, presente e futuro del Re del Terrore

Due occhi di ghiaccio sbucano da un passamontagna nero. Il ladro più famoso del fumetto italiano torna ad essere un argomento di attualità, grazie al documentario Diabolik sono io, diretto da Giancarlo Soldi. Grazie a questa occasione, offerta al pubblico da Anthos e RaiCinema, il nome del Re del Terrore sarà nuovamente sulla bocca di tutti e – magari – raccoglierà nuovi lettori. Nonostante dall’anno del suo esordio, il 1962, i gusti del pubblico siano mutati, Diabolik continua a essere pubblicato, continuando a far la fortuna della sua prima e unica casa editrice, la Astorina. Strenuo difensore dello stile originale, che è riuscito a traghettare il personaggio dal boom economico del Dopoguerra alla crisi totale degli anni Duemiladieci, Mario Gomboli è stato a lungo soggettista della testata, e – dopo la morte di Luciana Giussani nel 2001 – erede assoluto nella gestione di Diabolik. Oggi, al cinema, ci racconta la sua storia.

Diabolik: un fumetto d’avanguardia

In un momento in cui il dibattito sul del genere femminile rimette in discussione parametri e dettami della sua rappresentazione nei media, è importante ricordare che la genesi di Diabolik è stata interamente gestita da due giovani donne, due sorelle: Angela e Luciana Giussani. L’iniziativa fu presa da Angela, la più grande delle due, nel 1962 con il famoso primo numero disegnato dal misterioso Angelo Zarcone – la cui storia è raccontata nel documentario di Soldi. Presto, al fianco della ribelle ed estroversa Angela, arriva anche la più riservata Luciana che – sopravvivendo alla sorella maggiore scomparsa nel 1987 – porterà avanti la testata fino al 2001, firmando soggetti fino a pochi mesi prima della morte.

Tra le due, Angela era quella che più poteva definirsi una donna all’avanguardia: dopo una carriera da fotomodella, un brevetto da pilota da aereo e un’esperienza professionale come giornalista e redattrice, la signora Giussani incontra, ama e sposa il vulcanico editore Gino Sansoni. Dalla costola della sua casa editrice Astoria, Angela farà nascere l’Astorina che darà i natali – appunto – a Diabolik. Lo stile ironico, sensuale ed estremamente pragmatico di Angela – che Luciana appoggerà e farà proprio – darà origine a uno dei prodotti più longevi della Nona Arte non solo italiana, ma di tutto il mondo.

Ma qual è il segreto di Diabolik?

Certamente in un momento della sua carriera di fuorilegge, Diabolik avrà stretto un qualche patto col demonio che gli avrà concesso una specie di dono dell’immortalità. Oppure, più verosimilmente, le Giussani e Gomboli (e tutti gli artisti che hanno lavorato sulla testata) hanno trovato la formula perfetta per la creazione di un’icona. E le icone, si sa, se non sono immortali, all’immortalità spesso si avvicinano.

Dal design semplice ed estremamente riproducibile, dallo scheletro narrativo talmente lineare da poter essere riempito di contenuti sempre nuovi, Diabolik ha sempre fatto scuola di letteratura pop. La scelta dei temi alla base del personaggio e delle sue avventure, poi, affondano le radici nella notte dei tempi, unendo la rodatissima coppia di eros e thanatos. Se da un lato, infatti, il ladro è un assassino spregiudicato e freddo come il ghiaccio, dall’altro la sensualità del rapporto con la biondissima Eva Kant e la loro bellezza fulgida sono altrettanto fautori del successo della testata.

Inoltre, l’idea di questo tipo di fumetto, tascabile, dichiaratamente per adulti – pensato per i pendolari che si recavano ogni giorno negli uffici del capoluogo lombardo – è in tutto e per tutto una risposta a un’esigenza diffusa, abilmente intercettata dalle Giussani: l’esigenza di una letteratura di rapido consumo, con schemi familiari e un personaggio in grado di portare il fruitore verso mete esotiche e – soprattutto – in una dimensione completamente opposta alla grigia routine.

Diabolik, il figlio di Lupin

Un ladro, un fuorilegge, un assassino. Odiato dalle autorità e amato da donne bellissime. Il suo volto fu commissionato dalle Giussani secondo il modello di Robert Taylor ma, stando ad alcune indiscrezioni, anche il disegnatore del primo volume, Angelo Zarcone, aveva dei tratti molto simili al personaggio. Le sue storie raccoglievano lo spunto dettato dal ladro Fantômas, nato nel 1911 dalla penna dei francesi Marcel Allain e Pierre Souvestre.  Fantômas era a sua volta erede di quello che è forse il criminale più famoso di tutto il mondo: Arsenio Lupin di Maurice Leblanc. Come Diabolik, questi erano delinquenti in continua latitanza, provvisti di un’astuzia tale da riuscire a farla franca in quasi ogni occasione. Data la grande popolarità che raggiunsero i Feuilleton (o, come si chiamano da noi, “Romanzi d’appendice”) nella prima metà del secolo scorso, le Giussani pensarono bene di portare il principio del racconto a puntate a tema “nero” nel media-fumetto. L’influenza che sia Fantômas, sia Lupin hanno avuto nelle manifestazioni culturali successive, poi, è sotto gli occhi di tutti. Oltre lo straordinario successo di Lupin III di Monkey Punch (nato appena cinque anni dopo di Diabolik e ancora in produzione), la storia è densamente popolata di piccoli omaggi ai due. 

Diabolik: il processo al fumetto nero italiano

Ma torniamo a Diabolik, figlio minore (ma solo per età) delle creature di Allain, Sauvestre e Leblanc. Il suo impatto nell’immaginario italiano è stato talmente determinante, da dare vita a un intero filone, quello del fumetto nero, che si è imposto sul mercato per almeno vent’anni dopo la nascita del Re del Terrore. Testate come Kriminal scritto da Max Bunker e disegnato da Magnus fanno il loro esordio pochi anni dopo. A Kriminal seguì Satanik, che si concentrava maggiormente sulla componente erotica del racconto (che diventerà fondamentale per la storia del fumetto a venire), ma anche Demoniak e Fantax di Furio Arrasich. Tutti questi personaggi, oltre alla lettera k (o la x, come variante), nel nome, avevano in comune tematiche horror o comunque violente – sempre per gli standard dell’epoca – e una buona dose di sensualità, data soprattutto dalle co-protagoniste femminili.

L’accoglienza di questo filone fu sensazionale, nel bene e nel male. Presto il loro successo travalicò le tasche dei lettori pendolari e finì sulla bocca di moralizzatori, giudici e rappresentanti della cultura “alta”. Il fumetto nero fu definito sgraziato e scandaloso, di pessima qualità e portatore di messaggi devianti per il giovane pubblico. Nel 1966, addirittura, finì al centro di una specie di processo, ospitato dal periodico “La tribuna illustrata”. A questo dibattito, la maggior parte dei personaggi della letteratura e dello spettacolo in voga negli anni Sessanta condannarono senza appello tutto il genere. Tutti, tranne lo scrittore Dino Buzzati che spezzò una lancia a favore della sintesi e della densità di eventi rappresentati nei fumetti, una risposta sensata a quei romanzi colti in cui però non succede assolutamente nulla.

I figli di Diabolik

Nonostante il Re del Terrore continui la sua vita editoriale, si può dire che – dagli anni Sessanta ad oggi – abbia seminato una gran quantità di eredi, sparsi nei generi più differenti. Per riconoscerli, basta individuare una K che spunta in nomi altrimenti normali. Al di là dei suoi epigoni “seri”, che – come abbiamo visto – sono spuntati come funghi negli anni immediatamente successivi alla nascita di Diabolik, possiamo considerare almeno due grandi personaggi che della K hanno fatto un nuovo vessillo.

Parliamo dell’esilarante Cattivik creato nel 1967 da Bonvi e donato successivamente a Silver. Tondo e scuro come una macchia di petrolio, Cattivik è protagonista di 147 albi e di una serie animata. Il suo linguaggio masticato e incomprensibile fa il verso a quell’esotismo a tutti i costi che diede grande impulso al proliferare dei criminali invincibili del fumetto italiano. Cattivik, però, tutto era fuorché affascinante e inafferrabile e si ritrovava alla fine di ogni sua storia a sgattaiolare nelle fogne in compagnia di ratti e creature grottesche. Al grido di “Paura, terrore, raccapriccio”, ogni sua avventura lo portava a scontrarsi con la dura realtà: non era certo un aitante ladro addestrato dai più temibili sicari del mondo, ma un arraffone, pasticcione, imbranato e con un’idea dell’igiene piuttosto discutibile.

La Disney non poteva certo starsene con le mani in mano e ignorare uno dei fenomeni più importanti del mercato fumettistico. Fu così che ne 1960, Elisa Penna, insieme a Guido Martina e Giovan Battista Carpi, decise di inserire la famigerata “k” anche in coda al nome del papero più famoso del mondo. Nasce in questo modo Paperinik. A differenza di Cattivik (ma anche di Diabolik) Paperinik abbandona presto il suo ruolo di fuorilegge (guadagnato a pieno titolo nella storia di esordio, Paperinik il diabolico vendicatore), per diventare il giustiziere mascherato che tutti conosciamo. Questo alter ego di Paperino mise in chiaro in breve tempo il suo grande potenziale e, da essere una parodia del ladro nato dalla fantasia delle Giussani, diventò un riscatto per il povero, sfortunato primo cittadino (per così dire) di Paperopoli. La forza del personaggio ha portato mamma Disney a dedicargli numerose storie, e intere serie e testate (come la bellissima PK a cavallo tra anni Novanta e anni Duemila).

Figli di una K fortunata, questi personaggi rendono Diabolik allo stesso tempo amabilmente vintage e attuale, nella misura in cui continua a essere fonte di ispirazione per nuove interpretazioni. A tal proposito, non possiamo che aspettare con scalpitante pazienza la nuova trasposizione cinematografica – dopo quella del 1968 di Mario Bava – dedicata al personaggio e firmata dai visionari Manetti Bros.

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