Baz Luhrmann torna al cinema con un film trascinante e ritmato dall’inizio alla fine: Elvis

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interessante il modo in cui Baz Luhrmann concepisce il suo Elvis a partire dalle risonanze che lo circondano. Il film è fin da subito pieno zeppo di prime pagine di giornali, di copertine che esaltano l’ancheggiamento di Elvis the Pelvis («l’espressione più infantile che abbia sentito utilizzare da un adulto»), poi la radio, i quattro angoli dello schermo cinematografico e successivamente televisivo. Tutti piani che si sovrappongono, intersecano, rette incidenti perfettamente in linea con la frenetica esasperazione a cui Luhrmann ci ha abituato.

Quasi due ore e quaranta di un film in cui Elvis non appare praticamente mai senza che vi sia un oggetto, un ninnolo, una cornice a correlarne lo statuto di una star iconizzata, imitata, riprodotta nell’immaginario collettivo probabilmente come nessuno mai. Luhrmann a questo immaginario rimane ben attaccato e applica un filtro (nello script assieme a Sam Bromell, Craig Pearce, Jeremy Doner) che altera l’attendibilità: l’enigmatico Colonnello Tom Parker, un Tom Hanks sommerso dal trucco prostetico che veste i panni del manager che segnò successo e declino del Re.

È lui il narratore, è sua la voice over che guida nello schizofrenico dedalo della carriera del cantante. Ma subito mette le mani avanti: non è a lui da addossare la colpa della tragica e precoce conclusione del percorso. «Eravamo soci». Questo è Elvis Presley e questo è l’unico modo di raccontarlo. Un assaggio al frutto proibito, un qualcosa da mangiare vivo. Un bene di consumo prima e dopo ancora che un oggetto culturale o una creatura dallo sconfinato talento artistico.

Su quei giornali, in quelle trasmissioni televisive, Elvis è il commercial, è lo spendibile che si incunea tra un capitolo della Storia e l’altro. Prima muore Martin Luther King, poi Bobby Kennedy e gli Stati Uniti stanno voltando faccia. Elvis piange, sta a guardare davanti la televisione e vorrebbe intervenire per dire la sua, lasciare un’impronta in riva a quegli eventi di cui è spettatore e che dal film di Luhrmann sono lasciati in un controcampo di cui Tom Parker ci priva spegnendo la TV. Non è quello il suo posto.

Questa è la storia di uno showbusiness raccontato con parzialità da un soggetto totalmente interessato e che fa i suoi interessi, scelta che consente a Luhrmann di sterzare curve strettissime e scivolare in ripide ellissi di una carriera raccontata tramite gli apici e sfoltita il più possibile degli abissi (e che per questo quando fanno capolino sono ancora più oscuri). Ci mette tantissimo del suo un fenomenale, ma davvero, Austin Butler, che si appiccica addosso carne e sudore della tragicità dedotta dalle flessioni di un racconto drogato e che spiattella in prima pagina il trascinante ritmo di performance scatenate al passo dei classici, Love Me Tender, Hound Dog, Suspicious Minds.

Rimangono volontariamente sommerse le triangolature psicologiche, i rapporti di forza stipati nel fondo di una pentola a pressione che fischia fortissimo, che emergono solo quando il Colonnello promuove le sue trovate, quando giustifica la creazione di quello che è forse il primo mito transmedializzato a livello commerciale. Elvis la tazza, Elvis la spilla, Elvis il maglione, dove anche l’odio è merce di scambio e dove il bianco femmineo e meticciato dalle sonorità nere del gospel e del rhythm and blues è solo un’altra grandissima opportunità di monetizzare (ci dice qualcosa delle tendenze del mondo dello spettacolo contemporaneo?).

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Il quadro che ne esce fuori non può insomma che essere totalmente privo di equilibrio, una giostra cacofonica dal montaggio serrato (Matt Villa, Jonathan Redmond) che cresce e cresce in preda all’ipertrofia e non cerca nemmeno per un istante di indagare il vero Elvis, di farne biopic convenzionale. Impresa impossibile e insensata. Ne coglie piuttosto le brillanti scintille nel gioco di specchi e di riflessi messo su dall’artefice, nel bene e nel male, del suo successo. Ne sposta il ritratto quasi esclusivamente nel boato del palco e consuma fino all’ultimo respiro il suo eroe e la sua tragedia, al quale restano dietro i pesanti tendaggi del sipario solo pochi sprazzi di privato, un intimo piatto e disinteressato, quasi miserabile.

Tom Parker dell’uomo ordinario non se ne fa nulla e forse nemmeno pubblico che ha reso Elvis il cantante solista con il record di sempre di dischi venduti. Quindi chi l’ha ucciso, lui o noi? O forse lo ha ucciso il successo? Magari il troppo amore per quelle serate che per lui erano come morfina. Dubbi, insinuazioni, leggende, mito, a partire da un’elezione venduta per divina. Altro materiale per giornali, libri, film, altro materiale per uno show che non si è mai scisso dal man.

Laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo all'Università Sapienza di Roma, al momento prosegue lo studio accademico del mirabolante mondo del cinema. Nel fare equilibrismo tra film, videogiochi e serie TV, si interessa pure attivamente alla sfera della critica cinematografica facendo da caporedattore per la webzine studentesca DassCinemag e autore all'interno delle redazioni di IGN Italia e StayNerd. Crede in poche cose, una di quelle è la Forza. This is the way.