Celebriamo la giornata internazionale della montagna

Che il Giappone sia un arcipelago prevalentemente montuoso è un’informazione che chiunque si ricorda dai propri libri di geografia. Non c’è quindi da stupirsi che la montagna abbia in questo paese una particolare importanza sia a livello culturale che religioso – è una nozione facilmente intuibile. Per non parlare poi del monte Fuji, uno dei simboli più prominenti del Giappone all’estero e ritratto in infinite opere d’arte classiche e contemporanee. Oggi faremo quindi un tuffo nella cultura della montagna giapponese, incuneandoci tra filosofia, arte, religione ed esoterismo.

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Il significato della montagna nella cultura esoterica giapponese

L’equazione è semplice e salta subito all’occhio: territorio dove la natura la fa da padrone più religione autoctona panteista uguale…? Ebbene sì, come era facile intuire lo shintoismo – che già di per sé vede divinità e spiriti abitare ogni cosa – concepisce le montagne come luoghi sacri, a metà tra divinità e dimora delle stesse. Un po’ come l’Olimpo greco, insomma. Un luogo senza dubbio sacro e mistico, un tramite tra terra e cielo, tra il mondo umano e quello divino; un reame sovrannaturale. Tutto della montagna è mistico, dal suo limitare alle sue foreste, per non parlare della sua cima e della vista che si gode da lassù: nulla è più vicino all’essere un’entrata del paradiso sulla terra. L’austera e impervia immobilità della montagna è un’ancora per l’uomo comune: rappresenta una calma permanenza contro al turbolente cambiamento perenne della natura e al flusso della vita quotidiana.

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Il valore spirituale della montagna secondo il buddhismo

Anche per il buddhismo – che ricordiamo a tutti non essere una religione ma una dottrina filosofica “ateista” – la montagna incarna un altissimo e importantissimo valore spirituale. La montagna è luogo di ritiro ascetico, un mondo a parte, puro, in cui l’uomo può aspirare ad ascendere ad un altro sé. È tramite la pratica ascetica sulla montagna, infatti, che si può sperare di ottenere la buddità, ovvero l’illuminazione. Fino non molto tempo fa, le donne erano escluse dalla pratica ascetica e addirittura avevano il divieto di mettere piede sulla montagna, per non insozzarla con la loro purezza. Per centinaia di anni le donne hanno visto negato l’accesso ai templi sulle montagne, dovendo ripiegare su quelli a piede della montagna, intorno ai suoi confini; e fino a pochissimo tempo fa era impedita alle donne anche la scalata del Fuji – un divieto che venne revocato solo nel 1912.

La dottrina ascetica del ritiro sulla montagna: lo Shugendō

Lo Shugendō è una pratica religiosa nata nel periodo Heian (8°-9° secolo), un misto di dottrine buddhiste e shintoiste i cui riti sono particolarmente legati alla montagna. Nello Shugendō, il ritiro ascetico nella montagna a meditare prende il nome di nyubu shugyō, ovvero “entrare nella montagna”. Di questo ritiro ascetico erano previste tre versioni: un semplice pellegrinaggio con offerte, un ritiro più severo e lungo nel quale il l’asceta riceveva degli insegnamenti dai maestri e, infine, una lunga meditazione invernale resa difficile anche e soprattutto da digiuni e allenamenti sotto una cascata gelata – immagine ormai entrata nella cultura pop e ripresa ovunque, sia nei film che negli anime e manga.

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I monaci della montagna: gli yamabushi

I monaci della montagna sono i seguaci dello shugendō precedentemente menzionato e sono un tutt’uno con la montagna e su di essa, gli yamabushi compiono ritiri ascetici e iniziazioni e si scambiano tradizioni segrete. Danno un’importanza estrema all’ascetismo e agli allenamenti allo scopo di rafforzare il colpo e costruire resistenza fisica anche tramite lo studio delle arti marziali e del ninjutsu: infatti, gli yamabushi (o shugenja) sono tanto monaci quanto guerrieri. Seguendo il loro addestramento per imparare a rinunciare ai piaceri e ai dolori della carne, gli yamabushi non copulavano con donne – vista anche la loro impurezza agli occhi della disciplina – e per i propri bisogni carnali si affidavano a bordelli maschili. Nonostante questo, non tutti erano celibi a vita: alcuni monaci decidevano di rimanere in ritiro ascetico perenne sulla montagna senza mai scendere, limitandosi a tramandare le proprie conoscenze, mentre altri tornavano nel mondo secolare a offrire i loro servigi, tornando alla montagna di tanto in tanto senza perdere l’opportunità di sposarsi e avere una famiglia.

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Il monte Fuji nell’arte

Uno dei simboli più iconici del Giappone all’estero, il Fuji incarna una simbologia socioculturale enorme per il Giappone. È stato nominato patrimonio UNESCO (che riconosce ben 25 siti di interesse culturale solo sul suolo del Fuji), solidificandolo come entità che riflette valori universali come fonte di ispirazione artistica. La prima apparizione del monte Fuji nell’arte giapponese risale al 7°-8° secolo in una citazione del Man’yōshū, la più antica collezione di poesie waka conosciuta. Non tarderà anche a fare il suo debutto nell’iconografia giapponese, comparendo per la prima volta in un paravento del periodo Heian.

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Nella pittura, il Fuji esplode in tutta la sua bellezza con le sue innumerevoli rappresentazioni: è uno dei soggetti più amati dell’ukiyo-e (e tramite l’esportazione di quest’ultimo diventerà il simbolo del Giappone all’estero) e ci teniamo a ricordare una delle più iconiche raccolte con protagonista proprio la montagna giapponese per eccellenza; ovvero “Trentasei vedute del monte Fuji” (il cui titolo si spiega da solo) realizzate dal maestro Hokusai, stampe di cui fa parte anche la famosissima “La grande onda di Kanagawa”.

Il monte Fuji e il suo culto

Quando si acclama il monte Fuji come importante, non bisogna fare l’errore di pensare che siano solo schiamazzi: questa montagna è talmente radicata nella cultura dell’intero paese da avere dottrine religiose esclusivamente dedicate, senza parlare dell’ingente mole di miti e leggende che la circondano. Alcuni esempi sono la leggenda del tagliabambù, che i più potrebbero riconoscere meglio come la leggenda della principessa Kaguya. Il Fuji viene venerato come luogo in cui si ottiene la giovinezza eterna o l’immortalità, è una calamita per i gruppi religiosi che si raggruppano intorno ad esso, e prendono il nome di Fujiko, “adoratori della montagna”. Il suo magnetismo è tale da spingere centinaia di persone alla scalata, e chi se l’è visto impedito a causa del suo essere donna si è travestito da uomo pur di raggiungere l’agognata vetta.

Kaguyahime

Tutto del Fuji è mistico: vedere la prima alba dell’anno dalla sua cima dei suoi 3776 metri è un atto sacro, nel Man’yōshū viene descritto come un “dio vivente in cui fuoco e neve sono ingaggiati in una lotta eterna”, raggiungerlo in pellegrinaggio era quasi una prassi per svariate pratiche religiose. La sua dualità prende la forma di un vulcano innevato, manifestandosi nel suo potere di distruggere e creare allo stesso tempo.  

 La montagna nella cultura pop giapponese

Come ci si può aspettare, la rappresentazione della montagna negli anime e manga spesso e volentieri ha due aspetti: uno che vede la montagna come luogo pacifico, magari sfondo per un anime o manga slice of life o introspettivo; il classico tropo dell’uomo che ritorna alle proprie radici, alla natura, per fare pace con sé stesso. Dall’altro lato, invece, abbiamo il lato più fantasy e mitologico: foreste piene di yokai, dei e spiritelli, oppure luoghi inaccessibili dimora di qualche entità sovrannaturale. Vengono in mente come esempi Hotarubi no mori e, Wolf Children, Natsume degli spiriti (Natsume Yuujinchou), Il mio vicino Totoro, Kids on the Slope e molti altri.

Hotarubi no mori e

Un’occasione per riflettere

In questa festa nazionale, i giapponesi sono invitati a esplorare le montagne che li circondano, entrando in contatto con la natura e respirandone. Si spera in una sensibilizzazione di massa anche e soprattutto a livello ecologico e di far riavvicinare le persone alle montagne, portatrici di tradizioni, miti e simboli più che importanti per il paese del Sol Levante. La festività però è internazionale, quindi nulla vi ferma dal fare una bella escursione sui monti che vi circondano, magari riscoprendo la storia che li circonda e la loro importanza.

Originaria dei colli euganei, ora divide la sua vita tra la propria terra natia e Venezia, dove studia lingua e cultura giapponese all’università di Ca’ Foscari. Venuta al mondo nell’inverno del ’97, il freddo sembra non lasciarla mai e la si può vedere spesso spuntare sotto vari strati di vestiti e coperte. Quando non è impegnata a lottare per la propria sopravvivenza tra lavoretti e una lingua che non ricambia il suo amore, il suo passatempo preferito è scoprire nuove serie tv, anime o libri da iniettarsi in endovena. È una circense ansiosa che cerca di mantenere l’equilibrio tra il divulgare le proprie passioni ad amici e conoscenti e non rompere l’anima al prossimo; ma in caso sia troppo molesta la si può facilmente zittire con articoli di cancelleria e quaderni nuovi. Recentemente sta ampliando la sua cultura nerd anche alla Corea e alla Cina.