Dalle origini all’avvento della terza dimensione: con High Score Netflix ci racconta l’epoca più tumultuosa del videogioco

Da appassionato di videogiochi non posso che essere contento di come la storia di questo medium e di quello che ci gravita attorno venga considerata sempre più importante. Il videogioco è ormai un mercato e una realtà presente e importante in tutto il mondo e il suo trascorso viene finalmente ritenuto qualcosa che vale la pena studiare o quantomeno “diffondere tra le masse”.

Non è la prima volta che Netflix dedica una produzione all’argomento (vedi Playing Hard o Atari: Game Over), ma con High Score, finalmente, abbiamo una docu-serie che ripercorre le tappe fondamentali del videogioco che partono dalle sue origini fino all’avvento del 3D. L’era classica quindi, quella che ha visto i maggiori sconvolgimenti, le evoluzioni concettuali più determinanti per il futuro, e che ha gettato le fondamenta su cui sarebbe sorto lo sviluppo di videogiochi come lo conosciamo oggi.

Nelle sei puntate da circa 40 minuti vengono selezionati argomenti cardine per portare avanti un discorso filologico che si snoda attraverso molte interviste a giocatori d’annata, addetti al settore e creativi tra cui Tomohiro Nishikado, creatore di Space Invaders (1978), Nolan Bushnell, fondatore della mitica Atari, o Toru Iwatani, autore di Pac-Man, per citarne solo alcuni.

Si parte dal “Big Bang”, l’intuizione di rendere la tv da sempre un mezzo passivo, qualcosa di attivo con cui interagire; si ripercorre la nota storia dei videogioco di E.T. e dei suoi incredibilmente tempi stretti di sviluppo che hanno portato al leggendario fiasco; si parla della famosa crisi degli anni ’80, che porto un fenomeno affermato come quello dei videogiochi a spegnersi; e naturalmente, si affronta anche la sua risalita grazie al miracoloso intervento di Nintendo con il suo Famicom (NES).

E poi ancora la concorrenza esplicita e aggressiva di SEGA, che con l’era 16 bit scatenò la furiosa “console war” tentando strategicamente di cambiare target rivolgendosi agli adolescenti (grazie anche ad una mascotte più cool come Sonic); l’esordio della violenza nei videogiochi (Mortal Kombat) contrastata dall’opinione pubblica più bigotta. Ogni puntata diventa un tassello importante per comprendere infine la rivoluzione di Doom, lo sdoganamento della maturità stilistica nei videgiochi, la grafica 3D, il multiplayer.

high score netflix

Forse se siete amanti del settore come me vi starete chiedendo: vale davvero la pena guardare la docu-serie High Score di Netflix pur conoscendo già benissimo la storia che racconta?

La mia risposta è assolutamente positiva. Non si può negare che non è certo il primo documentario dedicato ai videogiochi che venga prodotto, inoltre su Youtube per esempio, è possibile reperire centinaia di contributi dello stesso tipo. Molti degli argomenti sopracitati inoltre sono noti e stranoti per chi mastica un po’ la materia. E allora che cos’è che rende davvero interessante High Score? Beh… il fatto che questi siano impreziositi da moltissimi aneddoti, spunti, interviste, prospettive, molto meno scontate e sicuramente non cosi note al grande pubblico. Chicche nozionistiche e storiche talvolta preziose anche per chi pensa di sapere già tutto sulla storia dei videogiochi, e che posso arricchire il suo bagaglio culturale in tal senso.

Affianco agli step fondamentali infatti ci sono episodi collaterali davvero intriganti che compongono il “dietro le quinte” di questa fantastica storia e High Score ne racconta moltissimi. La carenza delle monete da 100 yen nel Giappone dovuta al successo di Space Invaders, il caso di Donkey Kong, il suo successo e la battaglia legale per presunto plagio a King Kong, o quello dei giochi arcade modificati da terzi per renderli più difficili, che porto a importanti cause legali e imprevedibili conseguenze, coma la nascita di Miss Pac-Man.

La storia sepolta e dimenticata di Jerry Lawson, inventore della cartuccia e della console “mai nata” Channel 5. La testimonianza di artisti che hanno contribuito alla nascita di grandi cult, come Hirokazu Tanaka, che creò gli effetti sonori di titoli come Metroid, Duck Hunt, Kid Icarus; Akira Nishitani che si occupò di rendere il franchise all’epoca ancora sconosciuto di Street Fighter, un fenomeno mondiale con il secondo capitolo.

high score netflix

C’è un largo spazio dedicato a tutta la risposta del mondo occidentale al fenomeno dei videogiochi che arrivavano dal Giappone che ho trovato molto intrigante. Ad esempio come sia cambiato il design di Famicom per adeguarsi ad un gusto diverso; la nascita dei consulenti di videogiochi, quella della leggendaria rivista Nintendo Power e della sua prima copertina, o l’incredibile storia che portò due ragazzi americani a lavorare con Miyamoto in persona per realizzare il chip per la grafica 3D Super FX che darà vita a Star Fox.

Siate sinceri. Quanti di voi sapevano che la SEGA negli anni ’90 infiltrava nei college americani dei giovani promoter per far conoscere il Mega Drive? E quanti che Doom nacque dall’ambizione di portare la tecnologia delle console che permetteva lo scrooling senza soluzione di continuità dei livelli (tipo Super Mario) anche sul PC dove era assente?

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Non penso in molti, ed è per questo che ritengo High Score adatta a tutti, sia veterani che neofiti. Certo, non viene raccontato tutto. E si parla un arco storico relativamente conciso nell’esistenza di questa industria, ma la selezione è sicuramente buona, e condisce molte “ovvietà” (sempre relative perché non siamo tutti nerd) con punti di vista molto meno banali. Tecnicamente infine, ci troviamo di fronte alla solita produzione d’alto livello Netflix, che usa uno stile molto simile a quello de I giocattoli della nostra Infanzia: grande capacità narrativa e comunicativa e intermezzi grafici veramente sfiziosi.

Da vedere.

 

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