La storia dell’attore svedese Björn Andrésen

Ai più il nome di Björn Andrésen, sul quale il documentario Il ragazzo più bello del mondo è concentrato, non dirà molto. Farà sicuramente scattare più lampadine un nome a questo associato, quello di Luchino Visconti, uno dei più grandi registi della storia del cinema e figura di spicco nel palcoscenico culturale italiano del Novecento.

Allo stesso tempo una vera e propria contraddizione in termini, un complesso cortocircuito vivente che ne faceva un uomo di estrazione aristocratica, ma al contempo comunista e dichiaratamente omosessuale. Dove va a congiungersi Visconti ad Andrésen, dov’è il punto di contatto?

Visconti e Morte a Venezia

Siamo nella Stoccolma del 1970, una delle numerose tappe che il regista ha percorso in Europa alla ricerca di una decantata bellezza pura, totale. Ha bisogno di trovare un giovane ragazzo dall’aspetto angelico ma mortifero per interpretare il Tadzio del suo prossimo film, Morte a Venezia che uscirà nel 1971 e di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario.

La scelta ricade prestissimo su Björn, al quinto o sesto provino come dichiara in diversi estratti dell’epoca lo stesso Visconti. E alcuni video di quel provino, inseriti all’interno del documentario che porta la firma di Kristina Lindström e Kristian Petri, ci mostrano il ragazzo così com’è apparso la prima volta a Visconti: più grandicello di quanto il regista lo stesse cercando, più alto, slanciato, ma dai lineamenti finissimi e dallo sguardo intimorito dal gigante austero davanti al quale si stava confrontando.

La parte di Tadzio fu quindi sua. Da lì, il declino. Stacco. Piombiamo nell’attuale casa di Andrésen, un appartamento sporco e disordinato, al centro del quale c’è lui, un uomo altissimo dai lunghi capelli e dalla lunga barba. Un fantasma sul quale riverberano le eco di un passato fulminante che lo ha consumato nel corso del tempo.

Il ragazzo più bello del mondo

Il successo del film e un ragazzo consumato

Tutto iniziò da lì, dall’incredibile e inaspettata risonanza mediatica che investì l’interprete di Tadzio una volta che il film uscì e venne presentato in un palcoscenico dello spettacolo mondiale come lo è il Festival di Cannes. «Era come avere uno stormo di pipistrelli attorno» dichiara Andrésen a un certo punto, mentre ripercorre con senso di amarezza le ombre che la collaborazione con Visconti gli ha gettato sopra.

Una figura, quella del regista, che Il ragazzo più bello del mondo restituisce in chiaroscuro nel modo in cui si pone nel prima e nel dopo le riprese nei confronti del fragile Björn. Prima quasi come un padre putativo e protettore personale, che allontana gli sguardi voraci di chi vorrebbe consumare il corpo attraente dell’adolescente. Poi come un iniziatore, che si fa da parte e lascia che il ragazzo venga introdotto in un regno di Sodoma dal quale Björn si fa involontariamente risucchiare.

Qui il documentario scarta, forse un po’ precocemente, abbandonando l’interessante percorso assieme a Visconti e dedicandosi a rivivere le tappe successive della vita di Andrésen, mentre parallelamente porta l’Andrésen di adesso in quegli stessi luoghi a incontrare quelle stesse persone. Ci si sofferma in particolare sul successo stratosferico che il ragazzo ottenne in Giappone, dove la sua bellezza occidentale fece scoppiare una vera e propria “cultura dell’idolo” e il cui sguardo triste e sconsolato arrivò addirittura a ispirare un personaggio iconico come Lady Oscar, modellato su misura di Andrésen.

Il ragazzo più bello del mondo

La ricostruzione di un dramma personale

Sotto rimane il racconto di testimoni e parenti tra il passato e il presente, mentre il punto di raccordo centrale è la testimonianza di un Andrésen (che recente abbiamo visto in Midsommar e dove la troupe del documentario l’ha seguito) che narra tutta la sua paura, il suo senso di solitudine e spaesamento provato nei tempi e anni successivi al film. Poi ancora i dolori familiari, i drammi dello sfaldarsi di una famiglia costituita e la progressiva discesa nei meandri dell’alcolismo, sul cui sfondo si staglia da sempre la sparizione della madre che lo portò in affidamento da una nonna che lo iniziò a forza al mondo dello spettacolo e che in qualche modo diede il via a tutto.

Il ragazzo più bello del mondo lesina forse nella capacità di amalgamare assieme alcuni punti di contatto tra carriera e vita privata di cui è densa la storia di Andrésen, saltando in modo netto tra eventi significativi, ma senza dubbio restituisce un quadro interessante su un vissuto artistico che s’è consumato rapidamente in un dramma intimo.

Laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo all'Università Sapienza di Roma, al momento prosegue lo studio accademico del mondo del cinema. Interessato attivamente nella sfera della critica cinematografica, è caporedattore per la webzine studentesca DassCinemag e autore all'interno delle redazioni di Anonima Cinefili, Fabrique du Cinema e StayNerd, con pubblicazioni anche sulla rivista culturale Singola. Il suo unico credo è quello dettato dalla Forza. This is the way.