Draghi e letteratura: Il fuoco della leggenda

Quando pensiamo al fantastico, a diverse latitudini e in parti molto diverse del globo il nostro pensiero si rivolge costantemente alla stessa figura. Scaglie, artigli, ali e fiamme. Impossibile negare l’associazione naturale che esiste tra la fantasia e il drago. Piaga inviata dal Maligno nel mondo cristiano, saggio consigliere e nobile protettore in oriente, divoratore del mondo stesso in un numero impressionante di culture, il drago sembra apparire in diverse forme nell’immaginario di diversi popoli del mondo. Nel tempo le leggende sui draghi si sono mutate in letteratura e la letteratura ci ha mostrato differenti incarnazioni di questi esseri.

Dal vecchio, iracondo e malvagio Smaug ne Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, ai fedeli compagni dei Dragonieri nella Saga di Pern di Anne McCaffrey, fino alle armi di distruzione di massa dotate di sentimenti delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di G.R.R. Martin. Ma anche nel cinema e nei videogiochi ci troviamo spesso di fronte a questi esseri maestosi. Quanti Dovah abbiamo combattuto girando per Skyrim? E quante volte ci siamo imbattuti in possenti dragoni durante la visione di un film, come Draco in Dragonhearth?

Sembra che l’essere umano non possa fare a meno di sognare i draghi. Ma come sia nato questo sogno, e perché esso sia a lungo divenuto un incubo nelle mente degli esseri umani, non è facile da comprendere.

Cerchiamo allora di ricostruire questa storia fatta di fiamme e scaglie. Tenteremo di capire come sia nata la figura del drago, quali antichi ricordi abbiano risvegliato, nelle menti dei nostri antenati, l’idea di questi esseri leggendari, e come queste varie forme si siano poi tradotte in diverse interpretazioni all’interno della letteratura, del cinema e della cultura popolare.

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Draghi e letteratura: Dall’estremo Oriente al Mediterraneo

Prima di trattare del drago nelle varie mitologie e nelle opere letterarie, non possiamo fare a meno di domandarci: cosa ha ispirato il mito del drago?

Impossibile dirlo: dalla Cina all’Europa del nord, sono disparate le culture che presentano testimonianze di draghi in varie forme e con differenti caratteristiche e indole molto diversa a seconda del mito. Talmente tante che risulta ormai impossibile dire quale sia stata l’origine. Le ricostruzioni, nel corso dei secoli, sono state molte, alcune estremamente fantasiose; tra queste vi sono quelle capaci di mettere in relazione draghi e dinosauri. Sì, questo genere di teorie potrebbe portare all’esaurimento nervoso un paleontologo. Ma, pensandoci bene, e scartando a viva forza l’idea che il mito dei draghi derivi da qualche ricordo ancestrale dei dinosauri, non è da escludere che il ritrovamento dei resti di qualcuno di questi rettili preistorici abbia scatenato nella mente dei nostri antenati immagini di mostri composti da varie creature e capaci di sputare fiamme.

Si hanno notizie di ritrovamenti di dinosauri già nell’antica Cina, dove venivano indicati con il nome kǒnglóng (“drago terribile”). E, non a a caso, le testimonianze più antiche che ci sono pervenute sono quelle Cinesi e Mesopotamiche, dove riscontriamo la figura del drago in alcuni miti molto antichi e dove abbiamo avuto reperimenti attestati di dinosauri già in tempi remoti.

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Attenendoci invece alle fonti, quelle mesopotamiche sono più antiche, ma è più probabile che il dragone abbia origini cinesi. Già nel secolo XII a.C. il Lóng è già saldamente attestato come uno dei simboli della dinastia Zhou, ma alcuni reparti suggeriscono che anche le precedenti stirpi di sovrani, gli Shang e gli Xia, avessero utilizzato come simbolo questo animale leggendario. Il mito più antico in assoluto, per quanto concerne la tradizione cinese, sarebbe quello legato al fondatore della dinastia Xia, Yu il Grande, il quale in alcune sue imprese sarebbe stato aiutato da un drago giallo, che gli avrebbe donato la capacità di controllare le acque.

Se possiamo affermare, con una certa sicurezza, che già poco dopo la morte di Yu si fossero diffuse le prime leggende sulla sua vita, allora è facile immaginare che già attorno al 2000 a.C. esistesse una figura di drago del tutto simile a quella che concepiamo noi. Un animale gigantesco, con corpo di serpente, testa di coccodrillo, baffi che ricordano quelli di un pesce gatto, criniera e corna di cervo. L’iconografia del Long ha avuto enorme fortuna in Oriente, specie in Cina e Giappone, arrivando ad essere ampiamente utilizzata in quella popolare. Basti pensare al drago Shenron di Dragon Ball o alla rappresentazione dell’armatura di Sirio il Dragone nei Cavalieri Dello Zodiaco.

Dalla Cina è perciò probabile che il drago si sia spostato verso Occidente, quasi come seguisse il percorso del sole. Dobbiamo però fare una precisazione: giunto nel vicino oriente, tra la Mesopotamia e l’Hindu Kush, è come se il mito del drago si fosse “spezzato” in due parti. Seguendo forse alcuni flussi migratori, riusciamo a risalire a ritroso verso miti che si sarebbero protratti verso il Mediterraneo e altri che avrebbero seguito la strada per le steppe europee e la Scandinavia.

In Mesopotamia la figura più vicina al Long cinese è il Mushussu, un piccolo drago compagno del dio Marduk, del quale sarebbe stato, a seconda delle tradizioni, la cavalcatura o il suo animale da compagnia. Di certo, nel corso della primordiale lotta tra Marduk e Tiamat, divinità anch’essa in forma di drago, il Mushussu compare come attendente del giovane dio. Queste gesta sono narrate nel poema Enuma Elish, risalente, secondo le datazioni più diffuse, al secoli XVIII a.C.

Dobbiamo notare come, fino a questo momento, la creatura abbia mantenuto un aspetto generalmente positivo. Per la dinastia cinese è un saggio consigliere e protettore, portatore di acqua e fertilità. Per i Babilonesi il Mushussu è un simbolo apotropaico, in grado cioè di scacciare la morte e di proteggere gli esseri umani. Cosa ha spezzato questa tradizione? Non è da escludere che il principale cambiamento sia avvenuto nell’incontro tra la cultura mesopotamica e quella ebraica.

Presso gli israeliti il drago come essere maligno sembra una costante. Visto sia come una forza primordiale della natura di tempi antecedenti all’arrivo dell’uomo, che come un’incarnazione dell’Avversario, due erano i termini con cui questo animale mitologico veniva indicato: nachash e tannin. Il primo termine era riservato a mostri marini come il Leviatano, il leggendario rettile nascosto nelle profondità dell’oceano; il secondo indicava anche i serpenti, tra cui potremmo riscontrare pure quello che, nelle Genesi, tenta Adamo ed Eva.

Delle due figure, quella senza dubbio più interessante è quella del Nacash. Il mitologico serpente marino, come accennato, era visto dagli israeliti come una sorta di incarnazione delle forze incontrollabili della natura, un essere così potente che Jahvè stesso avrebbe bandito dopo la sua creazione, uccidendone la femmina perché non potesse riprodursi e dominare il mondo a scapito dei figli di Adamo ed Eva. Ma, ancora più interessante, è ricostruirne la sua storia. La prima comparsa di questo mostro è nel Libro di Giobbe, opera di uno sconosciuto autore che fu redatta nel periodo della Cattività Babilonese (VI-V secolo a.C.). In questo senso sono due le possibili influenze capaci di stimolare, nell’immaginazione dell’autore, il timore primordiale di questo animale, entrambe già incontrate nel corso del nostro viaggio. Da un lato Tiamat, la malevola divinità in forma di drago destinata a combattere il principale dio del pantheon babilonese, Marduk. E, dall’altra, il simpatico Musshussu.

Nell’ultimo caso possiamo domandarci come può un essere positivo venir trasposto con accezioni così negative. La risposta, banalmente, potrebbe essere “per propaganda”. Anche in altri testi dello stesso periodo, divinità e figure tipiche della cultura babilonese vennero trasposte come se fossero esseri malvagi e nemici, trasformandoli in demoni e simboli di superbia (basti pensare alla Torre di Babele, chiaramente ispirata agli ziggurat di Babilonia, le torri dove si sarebbero incontrati uomini e dei).

Insomma, il primo contatto per trasformare i draghi da protettori a nemici dell’umanità era stato fatto. Dopotutto, il Vicino Oriente era la porta dell’Occidente e dei popoli mediterranei; non è difficile immaginare che da lì culti e miti si siano riversati, attraverso vari flussi migratori e commerci, nel bacino del Mediterraneo, influenzandone i popoli.

Sarà presso i greci che incontreremo, per la prima volta, il termine drakon (δράϰων) da cui deriverà l’uso comune per tutto il mondo occidentale. Il lemma, in questo caso, indicava un grosso serpente, e non a caso tra i mostri mitologici dell’antica Grecia la serpe sembra ritornare diverse volte, sempre come antagonista di dei ed eroi del mito classico.

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Zeus per primo lottò e sconfisse il terribile Tifone, un mostro così enorme da poter toccare l’Oriente e l’Occidente solo allargando le braccia. Nell’iconografia comune esso è rappresentato come un essere dal torso umano e dalla coda di serpe. Si narra che Tifone e la sua compagna, Echidna abbiano generato una stirpe di mostri che avrebbe flagellato il mondo greco. Tale fu il terrore infuso negli dei che in un primo momento tutti fuggirono, assumendo aspetto animale e trovando riparo in Egitto. Solo Atena rifiutò di scappare e, spronato il padre Zeus alla battaglia, insieme affrontarono il terribile mostro. Alla fine di una durissima lotta, Zeus riuscì a sopraffare Tifone, confinandolo nelle viscere della terra, sotto il monte Etna.

Ma anche Apollo, nel corso della sua esistenza, fu costretto a lottare contro un drago. Per ottenere il controllo del santuario di Delfi affrontò e uccise Pitone, un mostro leggendario che ne controllava la valle. Si trattò di una vendetta del dio, che volle punire il mostro che, durante la gravidanza della madre Latona, era stato mandato da Era a perseguitarla. Da questa creatura deriverebbe il nome della sacerdotessa dell’Oracolo di Delpi, la Pitia (pitonessa) e il soprannome “pitico” per Apollo.

Chi può vantare l’uccisione di ben due draghi è Eracle. Il figlio prediletto di Zeus, nel corso delle sue fatiche, uccise prima l’Idra di Lerna, il mostruoso serpente capace di farsi ricrescere le teste mozzate; con l’aiuto del nipote Iolao, l’eroe cauterizzò le ferite della bestia, impedendogli di rigenerarsi. Altra vittima eccellente del futuro dio guardiano fu Ladone, un drago che proteggeva il giardino delle Esperidi, ponendone poi i corpi tra le costellazioni del firmamento. E sì, se ve lo state chiedendo, sono proprio le costellazioni da cui prese spunto Kurumada per Aspides e Dragone.

Gli ultimi due eroi a uccidere un drago nel mito greco furono Camdo, mitico fondatore della città di Tebe, e Giasone, che nella conquista del Vello d’Oro nella Colchide fu costretto ad ucciderne il drago che aveva in custodia la preziosa pelliccia.

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Insomma, la quantità di mostri serpentiformi nel mito greco è enorme, senza contare poi tutte quelle creature di aspetto composito in cui la serpe compariva. La tradizione romana, a cui quella greca deve così tanto, non lesinò in fantasia per quanto riguardava il mito dei draghi e dei serpenti. Il termine stesso “draco” è di chiara derivazione greca, e come la parola ellenico indica, in maniera abbastanza indistinta, draghi e serpi di ogni genere e dimensione.

In questo senso l’opera più interessante, in grado di farci capire quanto fossero labili i confini che separavano il drago dal serpente, ci è dato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia.

Si tratta di una vera enciclopedia che, seppur priva di valore scientifico (l’opera manca soprattutto di criticità verso le fonti), è molto interessante se vista come raccolta di mitologia, folklore e credenze del mondo antico. A partire dal Liber VIII, Plinio inizia un ampio trattato faunistico, in cui diversi passaggi corposi sono occupati proprio dai serpenti.

Tra questi citiamo il serpente giavellotto, un animale capace di risalire gli alberi e scagliarsi contro le prede come una lancia; l’anfesibena, un serpente con due teste posti ai lati estremi del corpo; e, naturalmente, il basilisco.

Se tutti noi abbiamo in mente il terribile serpentone rinchiuso nella Camera dei Segreti sotto la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, ben diversa è la descrizione che ne dà Plinio. L’autore racconta che l’animale è tipico della «provincia della Cirenaica» e che «non è più lungo di dodici dita». Un serpentello, quindi, ben lontano dai fasti della Rowling, il cui tratto distintivo è la «macchia bianca sulla testa, a mo’ di diadema» da cui appunto deriverebbe il suo nome greco, re dei serpenti. Le caratteristiche dell’animale sono leggermente differenti da quelle che poi incontreremo nel folklore e nei bestiari medievali. Stando a Plinio «col suo sibilo mette in fuga tutti i serpenti, e non muove il suo corpo, come gli altri, attraverso una serie di volute, ma avanza stando alto e diritto sulla metà del corpo. Secca gli arbusti non solo toccandoli, ma col suo soffio, brucia le erbe, spezza le pietre». Quanto al suo veleno, non ci sono dubbi sulla mortalità dello stesso visto che si narra che «un esemplare fu ucciso da un uomo a cavallo con un’asta e dal veleno salito attraverso di essa non soltanto il cavaliere, ma anche il cavallo furono annientati».

Draghi e letteratura: Guardiano di tesori e Avversario – Il drago nel nord Europa e nella tradizione cristiana.

Anche presso le popolazioni germaniche, slave e scandinave la figura del drago arrivò a imporsi nell’immaginario e nei miti di quei popoli, seppur con diverse caratteristiche.

A draghi che possono essere visti come figure positive, specie nel folklore serbo e bulgaro dove essi appaiono come protettori dei raccolti e portatori di pioggia, corrispondono quelle di draghi molto simili ai mostri che conosciamo noi oggi, avidi guardiani di tesori e pronti a distruggere tutto ciò che incontrano.

Sono soprattutto le saghe nordiche a regalarci le figure di draghi che sono confluite nell’immaginario dell’intera narrazione fantasy contemporanea: il lindworm, un drago che si presenta talvolta sotto forma di grosso serpente alato, altre volte come una gigantesca biscia dotata di zampe artigliate. Uno è il testo che più di ogni altro, nell’alto Medioevo, ci fornisce gli esempi più importanti di draghi. Si tratta dell’Edda Poetica, una raccolta di poemi che può essere fatta risalire a un periodo compreso tra il IX e il X secolo. Al suo interno gli dei e gli eroi della mitologia norrena affrontano diverse incarnazioni dei draghi, che sarebbero poi confluite nella letteratura.

Odino, ad esempio, somma divinità del Pantheon Norreno, racconta di aver incontrato diversi lindworm nelle sue lunghe peregrinazioni. Molti di loro abitavano alle radici di Yggdrasìl, l’Albero dei Mondi, ed erano bestie spaventose, ma mai quanto il terribile Níðhǫggr. Si tratta di un tremendo drago serpentiforme, il quale risiede alle radici dell’Albero del Mondo, senza però disdegnare delle visite in Hel per divorare le anime dei morti immeritevoli.

Anche il possente Thor, la più amata delle divinità nordiche, ha nel suo destino un drago. Si tratta del terribile Miðgarðsormr, la Serpe di Midgard, ovvero il serpente del mondo, un essere gigantesco capace di avvolgere il mondo nelle sue spire. Thor e questo mostro, noto anche come Jǫrmungrandr, la Serpe Cosmica, sono legati da un terribile fato comune: dopo essersi incontrati già due volte, la prima quando un’illusione convince il dio del tuono di avere di fronte un gatto, la seconda durante una battuta di pesca, avranno un terzo confronto il giorno del Ragnarǫk, quando si compirà il fato degli dei. Thor affronterà a riuscirà a sconfiggere il possente nemico, venendo però intossicato dal suo veleno. Dopo nove passi, il supremo difensore dell’uomo cadrà a terra, morto. Oggi, la grande Serpe del Mondo è tornata a popolare i nostri incubi, grazie a quanto visto nel trailer dell’imminente God of War. E chissà se Kratos riuscirà a essere pari a Thor nell’impresa di uccidere il mostro, magari con maggiore fortuna.

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Anche gli eroi del mito nordico sono avvezzi alla lotta contro i terribili lindworm. Tra tutti possiamo citare Sigurd, o Sigfrido, il quale nella Saga dei Nibelunghi si scontrerà con il temibile drago Fafnir, ottenendo dal suo sangue l’invulnerabilità.

Sempre scandinavo è uno degli eroi uccisori di draghi, le cui gesta sono narrate in uno dei testi più antichi in lingua inglese: è il celeberrimo poema Beowulf.

Si tratta del più antico testo in lingua inglese conosciuto fino ad oggi, databile intorno all’VIII secolo d.C. Molto amato da Tolkien, che ne fece a lungo oggetto dei suoi studi e base dei suoi racconti, narra del gigantesco guerriero Beowulf, giunto in Danimarca per aiutarne il re a uccidere il mostro Grendel e sua madre. Alla morte dei due esseri mostruosi, l’eroe sarebbe poi diventato re dei Geati, regnando in pace per cinquant’anni. Prossimo alla morte, riprese comunque le armi per affrontare un terribile drago sputafuoco giunto nella sua terra per reclamare una coppa che gli era stata sottratta, morendo nell’impresa di porre fine a quella minaccia.

È interessante notare il parallelismo che si può riscontrare tra Beowulf e alcune opere del canone tolkieniano. Ne Lo Hobbit, quando Bilbo entra la prima volta nella tana del drago Smaug in Erebor ne esce portando con sé una coppa d’oro, cosa che risveglierà il drago costringendo i due a un confronto. Ma è nel Silmarillion l’analogia più interessante, nella storia del più sfortunato degli Edain, Túrin Turambar, il primo dragocida della Terra di Mezzo che, come Beowulf, perirà in seguito alla morte del terribile Glaurung (benché si tratti di un suicidio dovuto alle maligne macchinazioni del drago).

Nelle storie legate alla mitologia nordica ci troviamo spesso di fronte a una certa dose di influenze da parte della cultura cristiana. Il mito del Ragnarok nel mostrare la lotta tra Thor e la Serpe del Mondo mostra una corrispondenza interessante con alcuni passi dell’Apocalisse di San Giovanni.

Grazie alle influenze del mondo ebraico e di quello greco-romano, il drago nella cultura cristiana appare sin dal principio come uno dei peggiori nemici dell’umanità, diventando spesso incarnazione del Diavolo in persona. Così è nel libro delle rivelazioni, dove il Maligno assume la forma di un drago a sette teste, prima di essere sconfitto da San Michele Arcangelo, giunto a proteggere da una Dama Vestita di Sole. L’allegoria di questo passo è stata a lungo oggetto di dibattito tra gli studiosi delle fonti bibliche. C’è chi la interpreta come un tentativo da parte di Satana di corrompere i figli di Dio, altri vedono in questa lotta un’allegoria del conflitto tra il Maligno e la Chiesa.

Sta di fatto che il drago, nella tradizione cristiana, assume tuttavia una precisa connotazione allegorica: esso è il simbolo dell’eresia, che il santo, vero e proprio guerriero della fede, deve sradicare con la forza. Sembra attestato che, in quelle città e in quelle zone dove si era consolidato un culto deviazione del canone cristiano, vi siano leggende di santi uccisori di draghi, come San Siro, San Demetrio e San Teodoro. Ci sono stati pure studiosi che hanno messo in relazione miti e leggende dei draghi con dei focolai di pestilenze, ma osservando la mappa dei draghi “uccisi” dai santi, balza immediatamente all’occhio una certa correlazione tra il drago e l’eretico.

Anche il più famoso dragocida cristiano, San Giorgio, potrebbe legarsi a questa ricostruzione. Del santo cavaliere sappiamo solo quello che ci viene trasmesso dalla sua Passio sancti Georgii, una figura leggendaria di cui non abbiamo praticamente fonti. Il suo culto è molto antico, e getta le basi sin dalle prime comunità cristiane, al IV secolo d.C., negli anni in cui il cristianesimo stava emergendo come religione ufficiale del regno. La Leggenda Aurea narra di come Giorgio sia giunto in un paese in Libia chiamato Selem, dove un drago si celava nello stagno vicino. Gli abitanti del luogo gli offrivano pecore e fanciulli estratti a sorte per tenerlo buono, finché un giorno non fu il turno della figlia del re, la principessa Silene.

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Draghi e letteratura: Gli ultimo scorci

Il sovrano, disperato, procrastinò il destino della figlia per una settimana, finché l’ottavo giorno non venne proprio Giorgio a proporsi come salvatore: avrebbe ucciso il drago in cambio della conversione dell’intero regno, cosa che accadde. Il mito in questione è tardo, forse è addirittura risalente agli anni delle Crociate. Non sembra un caso, in effetti, che esso fosse particolarmente diffuso in zone dove i crociati aveva fondato luoghi di culto dedicati a San Giorgio stesso. La leggenda sembra essere nata però da una rappresentazione di età tardo antica che ritraeva l’Imperatore Costantino, nelle vesti di soldato, uccidere un drago, simbolo come detto dell’eresia e del paganesimo.

Nel corso dell’intero Medioevo fioccano storie di uccisori di draghi. Anche figure illustri, come Uberto Visconti, avrebbero fatto fuori questi mostri, mentre ci sono testimonianze di draghi di piccole e grandi dimensioni un po’ dappertutto, da Bologna a Canterbury. Non è da escludere che gli avvistamenti di questi mostri, documentati tra la bassa era medievale e i primi anni dell’età moderna, siano dovuti a rettili di dimensioni inusuali visti casualmente nelle campagne. Questi insoliti animali, scambiati per draghi, erano talvolta fatti oggetto di dono ai regnanti, come un presunto dragone alato donato a Francesco I di Valois, re di Francia.

Poco alla volta, comunque, queste testimonianze vanno sparendo, ritirandosi sempre di più e dirigendosi in luoghi via via più remoti. Il trascorrere del tempo fa così scomparire i draghi dalla mente dell’umanità come un nemico vivo e presente. Smessi i panni di minaccia reale, questi esseri maestosi hanno ora la loro nuova casa nel cinema e nella televisione, in mondi dove la fantasia diventa realtà e dove il drago può ancora spiccare il volo.

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