Ci sono un avvocato cieco, una detective alcolista, uno del ghetto e un monaco miliardario…

No, fortunatamente, non è l’inizio di una barzelletta di dubbio gusto. Le produzioni Netflix riguardanti la Marvel ci hanno abituato a prodotti di buona qualità, eccezion fatta per Iron Fist, portandoci a sperare che The Defenders fosse della medesima squisita fattura. Rilasciato tutto in una botta sola, i Difensori sono quindi arrivati, portandoci Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist, uniti per affrontare un male troppo grande per essere affrontato da un solo eroe.

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Darsi una Mano a vicenda

Per effettuare un crossover serve un pretesto no? E quale pretesto migliore che la Mano, immortale e losca associazione criminale che sembra tessere la propria ragnatela su tutto e tutti? Anche se non è ben chiaro quale sia l’obiettivo finale, questi individui erano già apparsi in Daredevil e Iron Fist, scontrandosi con loro. E per il buon Cage e la svogliata signorina Jones finire invischiati in una storia di sangue, ninja e minacce alla città di New York è un attimo. Soprattutto se l’ex infermiera Claire Temple (una sempre ottima Rosario Dawson) è un’amica comune di tutto il gruppo. Ora avete capito perché aveva conosciuto tutti i 4 eroi nelle rispettive serie, eh? Sulla trama non c’è molto da dire, pochi colpi di scena, piuttosto lineare e senza momenti sbalorditivi, ma d’altronde è piuttosto asservita a sperimentare questo prima serie evento e, sinceramente, una trama che ci dà un pretesto credibile per vedere i quattro eroi riuniti è più che sufficiente.

L’amichevole super-gruppo di quartiere

Ora che abbiamo capito, o almeno accennato, perché gli eroi si uniscono, parliamo del vero succo del discorso. Funzionano insieme? Come gira la formazione? La risposta è: bene, ma non sempre benissimo. Spieghiamoci meglio, i quattro che si ergono a difesa della Grande Mela hanno caratteri profondamente differenti: Matt Murdock (Charlie Cox) con le sue paturnie sulla duplicità della propria vita e i suoi complessi da martire; Jessica Jones (Krysten Ritter), un’investigatrice privata, alcolista, cinica e disillusa che si ritrova spesso controvoglia a fare qualcosa che forse allevierà il suo dolore interiore; Luke Cage (Mike Colter), un gigante forzuto e dalla pelle impenetrabile, paladino dei deboli, degli emarginati e tanto duro fuori quanto buono dentro; e infine l’oggetto misterioso, Danny Rand (Finn Jones), l’Immortale Pugno d’Acciaio, che tra i quattro è senza dubbio il più sfigato. In primis, perché veniva da uno show che lo metteva in cattiva luce, e in secundis perché è un personaggio dalla psiche labile che alterna momenti di risolutezza eroica ad altri in cui sembra un bambino uscito dall’asilo. Inoltre, c’è da appuntare anche che, nonostante sia passato del tempo, il nostro miliardario non riesce ancora minimamente a gestire l’Iron Fist, potere che va e viene, costringendolo a combattere quasi in svantaggio con nemici che alle volte sembrano più “super” di lui. Questo buffo super-gruppo, però, soprattutto nei momenti più cruciali, dà l’impressione di essere generato da una causa comune momentanea, più che da ideali superiori. Ma è giusto così, sono personaggi caratterialmente troppo profondi per arrivare a darsi il cinque dicendo: “Ehi, diventiamo super-amici?”. Sarebbe stato piuttosto squallido farli finire a tarallucci e vino, alla prima buona occasione. È solo dopo diverse prove che daranno una parvenza di unione, pur conservando i singoli le proprie differenze fondamentali, com’è giusto che sia.

Una vita da comprimario

Anche questa volta, la produzione Netflix ha un grande merito. I personaggi comprimari e secondari hanno abbastanza spessore e carisma da riuscire ad equipararsi ai personaggi principali. Infatti, durante le puntate rivedremo praticamente ogni persona che è apparsa durante le varie serie “soliste”, a consolidare l’idea di coerenza e background che c’è dietro questo crossover. Alcuni di loro, come accennato, saranno peraltro fondamentali per lo sviluppo della storia, e manterranno sempre le peculiarità caratteriali che ce li avevano fatti odiare o amare nelle rispettive serie. Ritroveremo tutti: Stick, Colleen, Karen, Foggy, Trish… E questo fa piacere perché anche nelle rispettive minime parti danno un senso di unione e completezza all’Universo Marvel-Netflix che si sta creando.

Segnali di Stile

La serie, come altro pregio, può andare fiero di un’ottima cura tecnica. Prima di tutto, colpo di stile, fotografia e luci si adatteranno di volta in volta al personaggio che stiamo seguendo sullo schermo. Ad esempio, quando seguiremo le azioni di Jessica, all’improvviso le immagini saranno più cupe, violacee, oscure. Peccato però che, nonostante qualche buona traccia sonora, The Defenders non riabbracci lo stile fortemente emotivo della musica che avevamo apprezzato, per fare un altro esempio, in Luke Cage. Le musiche saranno quasi sempre di sottofondo e, a volte, rischiano addirittura di “stonare” con quanto vediamo a schermo. Lo show si riprende però, con una regia minuziosamente curata, con inquadrature davvero evocative. Un esempio? La scena degli specchi con la villain Alexandra, ovvero Ellen Ripl-ehm, Sigourney Weaver.

Royal Rumble di sgherri e super-umani

In un prodotto classicamente super-eroistico, i “Ka-Pow!” non possono certo mancare, giusto? The Defenders, sebbene non contenga azione forsennata in ogni suo episodio, mostra dei combattimenti davvero soddisfacenti, soprattutto quando coinvolgono determinati soggetti. Daredevil in primis, impersonato negli stunt è impersonato da Chris Brewster, vero mostro dei super-combattimenti (non è caso anche l’uomo dietro l’elmetto di Captain America). E secondo, a sorpresa, arriva il biondo eroe dal Pugno d’Acciaio, cui probabilmente ha giovato parecchio un maggior tempo materiale per prepararsi. Infatti non vedremo quasi mai colpi andare a vuoto o scontri palesemente artefatti, com’era nella sua serie personale. Parlando di Jessica Jones e Luke Cage, ovviamente gli stunt perdono in atletismo e acrobazie ma ne guadagnano in forza bruta. Lo show saprà regalarci diverse emozioni in quanto a “forza sovraumana”. Unica pecca da annotare: non si capisce perché all’inizio Luke Cage sembri invulnerabile (come dovrebbe essere), salvo poi accusare pugni dai anche più infimi sgherri della Mano. Si sarà indebolito con il tempo? Se non avessero fatto così avrebbe potuto sgominare da solo l’intera situazione? Non lo sappiamo. Di certo il personaggio perde parte del suo fascino se un cazzotto qualsiasi può arrecargli danno.

Attori, ruoli, voci

Gli attori scelti per i ruoli sono tutti nuovamente promossi a pieni voti, anche Finn Jones, che sembra aver preso più confidenza con il personaggio, sebbene quest’ultimo rimanga per certi versi imbarazzante. Charlie Cox riprende alla perfezione il suo Matt Murdock, regalandoci un’ottima prova. Mike Colter porta sul nostro schermo un empatico Luke Cage con espressioni a volte molto simili al fumetto e con un’impostazione fisica e di postura sempre convincente. Arriviamo infine alla Jessica Jones di Krysten Ritter, personaggio che o si ama o si odia. Il suo precedente show è stato una piccola chicca di “noir super-eroistico”, e le sue facce e le sue battute sapranno regalarci diverse emozioni anche nel corso delle puntate di questa serie crossover. Se i personaggi funzionano bene sullo schermo, lo si deve soprattutto agli attori, ma anche ai doppiatori. Infatti il doppiaggio italiano è particolarmente pregiato per tutti i personaggi. Convincenti anche le prove dei nemici, che riusciranno ognuno in modo diverso ad affascinarci o a farsi odiare, capeggiati in dalla sempre ottima Sigourney Weaver, che come preannunciato impersona Alexandra Reid, leader della Mano e quindi villain di turno. Nonostante la sua prova, non vengono meno anche gli altri due volti già noti membri, Madame Gao (sorprendente, non c’è che dire) e Bakuto, uomo tanto infido quanto bravo nell’arte della spada.

Verdetto:

The Defenders è uno show che funziona: divertente, supereroistico, ma al contempo realistico, ragionato il giusto. Forse si poteva fare qualcosa di più, rendendo più credibile l’unione dei personaggi e affinando di più la loro “vicinanza”. Ma, considerando che è una serie assai veloce (8 puntate da 45-50 minuti l’una), il risultato finale è buono. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma di un prodotto di discreta qualità e ottima fattura tecnica. Si poteva approfondire ulteriormente la trama? Sicuramente. Si poteva fare qualcosa di meglio sugli attori? Sicuramente no. Quando una serie si può definire di successo? Quando, finita una puntata, vuoi vederne un’altra, perché vuoi sapere come va a finire. E tutto sommato Netflix ce l’ha fatta anche stavolta, perché le quasi 7 ore di show filano via, lisce lisce, intrattenendoci a dovere. Largo ai Difensori.