Il nido dello storno (The Starling): il film Netflix di Theodore Melfi punta soltanto sulle lacrime

Dopo l’ultima parentesi non proprio entusiasmante caratterizzata dal film diretto dal marito Ben Falcon, Thunder Force, Melissa McCarthy torna su Netflix con Il nido dello storno (The Starling).

Qui si cambia decisamente genere ma anche regia, e il nome sembra essere per certi versi una sorta di piccola garanzia, trattandosi di Theodore Melfi, che già si era ben destreggiato in opere drammatiche come St Vincent o Il diritto di contare, entrambi apprezzati dalla critica e nominati a Oscar o Globe.

Proprio in St Vincent avevamo visto Melissa McCarthy affiancare un’istituzione del grande schermo come Bill Murray, ma qui le cose non vanno esattamente nella medesima direzione e di certo non a causa del cast artistico.


Una tragedia familiare

La tragedia della prematura scomparsa della figlia piccola, Katie, mette in atto la crisi matrimoniale di Lilly (Melissa McCarthy) e Jack Maynard (Chris O’Dowd). Lui non riesce a gestire il dolore della perdita, e viene ricoverato in una clinica psichiatrica, limitando il più possibile gli incontri con la moglie mentre combatte con un devastante senso di colpa. Lei invece cerca di reagire a suo modo, nonostante tutto, provando a salvare il matrimonio e preservando l’amore per suo marito.

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Per andare avanti Lilly decide di liberarsi di oggetti e mobili presenti in casa, di tutto ciò che le ricorda la sua Katie, tra cui il lettino nella camera della bambina e si mette poi a ripulire il giardino che nel frattempo è diventato incolto e pieno di erbacce. Sull’albero però c’è uno storno che ha fatto il nido proprio lì, per impadronirsi del territorio, e tra l’uccello e la donna inizia praticamente una guerra. Lilly si rivolge così a Larry (Kevin Kline), uno psichiatra che ha deciso da un po’ di tempo di cambiare professione e fare il veterinario. Sì, avete capito bene.

Tralasciando qualche momento WTF, è da subito chiaro l’intento di Melfi di puntare sulle facili lacrime degli spettatori, affidandosi ad una trama che di certo non brilla per originalità e una struttura basata quasi esclusivamente sul coinvolgimento emozionale, piuttosto inevitabile. E lo fa nonostante le ben note caratteristiche della McCarthy e di Kline, che sanno giocare con l’umorismo sdrammatizzando persino il contesto più tragico. La disgrazia da cui parte il film è talmente grande che nulla può assottigliarla, nemmeno le battute della McCarthy o le sue famigerate espressioni.
Trattare un tema del genere ovviamente espone anche a tanti rischi, e per cercare di dribblarli Melfi sceglie di non parlare praticamente mai della piccola Katie, probabilmente scomparsa in tenerissima età per la sindrome della morte improvvisa del lattante.

Questa tattica però non porta i frutti sperati, e ci abbandona a una tristezza fine a se stessa per un tema che sarebbe stato giusto trattare in modo più maturo, e persino con maggior rispetto.

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La fragilità della vita è di fatto il leitmotiv de Il nido dello storno, dalle debolezze di Jack che pensa persino di compiere l’estremo gesto, a quello del volatile (in CGI) che combatte tra la vita e la morte. Ma è una fragilità di base, come detto, creata artificiosamente e per il mero scopo di far emozionare gli spettatori senza porli di fronte ad altre vie, senza donar loro particolari chiavi di lettura.
Che la più grande tragedia umana tocchi il nostro animo è inevitabile, ma quando di fronte a tutto questo ci rendiamo conto della forzatura di un simile espediente, è ovvio che qualcosa non ha funzionato.

A rimetterci ovviamente è il cast artistico, fatto di ottimi interpreti a partire dalla McCarthy fino ad arrivare ad un sempre efficace Kevin Kline, e in cui figura persino Laura Harrier nelle insoliti vesti di semicomparsa. Talenti sprecati al servizio di un film che cerca di trattare le emozioni con razionalità, col risultato di allontanarci sempre di più dalla storia, come uno storno a cui è stato distrutto il proprio nido.

Il nido dello storno (The Starling) è su Netflix.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Deputy Editor e Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna la mia attuale sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.