C’erano una volta i Kolossal…

Correva l’anno 1995 quando un giovane Mel Gibson interpretava l’eroe scozzese William Wallace in Braveheart; era l’epoca dei kolossal, della grande epicità e delle battaglie indimenticabili.

Nel 2018 con Outlaw King (diretto da David Mackenzie), Netflix segue le vicende narrate in Braveheart inserendosi indirettamente, ma anche in maniera non troppo velata come sequel della pellicola vincitrice di 5 premi Oscar, diretta dallo stesso Gibson, collocandosi proprio a metà tra il kolossal hollywoodiano e tra la solita pellicola poco impegnata e piena d’azione.

Dalla ribellione scozzese a re Edoardo I

Il film, presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, narra gli eventi storicamente accaduti in Gran Bretagna durante il XIV secolo, focalizzandosi immediatamente dopo la resa dei nobili scozzesi e la sottomissione verso la corona e verso re Edoardo I (Stephen Dillane).

I capi scozzesi, tra cui Robert Bruce (Chris Pine), decidono di arrendersi e di mettere fine all’inutile spargimento di sangue causato dalla ribellione, tutti tranne William Wallace che risulta ancora latitante.

Bruce, tornato nelle sue terre non più da solo, ma accompagnato adesso da Elizabeth De Burg (Florence Pugh) –  figlia di un nobile inglese data in sposa a Robert così da sugellare il ritrovato legame tra la Scozia e la corona – inizia ad eseguire il volere del re riscuotendo tasse sempre più alte e fornendo giovani per rimpolpare l’esercito inglese, creando agitazione e malcontento tra la sua gente, fomentando dunque un sentimento di ribellione e di odio. La morte del padre e la cattura con successiva esposizione in piazza del corpo mutilato di Wallace fa riaccendere la rabbia latente sepolta in Bruce, dando vita ad una nuova ribellione scozzese, forse quella che porterà la vera libertà.

Lo stereotipo dell’eroe cavalleresco

I personaggi principali ricalcano a loro modo gli sterotipi tipici del genere, non vertendo molto sul realismo storico, ma andando verso un’effimera epicità volta ad ingrandire l’eroe di turno dipingendolo come il cavaliere senza paura e senza macchia, incrollabile e fermo sui propri valori o ad infamare l’antagonista caratterizzandolo come uomo senza scrupolo alcuno, cinico e disposto in ogni modo e con ogni mezzo a raggiungere il proprio obbiettivo.

Chris Pine interpreta un Robert Bruce patriottico, spietato pur di proteggere la propria gente e la propria terra natia; coraggioso, incarnando l’eroe cavalleresco delle ballate e dei poemi antichi; ma anche un Robert Bruce sensibile, attento ai rapporti umani, romantico, un lato del protagonista che sfocia nella love-story con Elizabeth, parecchio romanzata tuttavia mai stucchevole.

In contrapposizione con tale figura ci viene presentato il principe Edoardo II, interpretato da Billy Howle, manifestandosi come antagonista princiale dell’eroe anche se non da subito. Edoardo risulta cattivo fino al midollo, crudele sia con i nemici ma ancor più con i propri sottoposti, presuntuoso e manipolatore così tanto da riuscire a prendere il potere e a guidare l’esercito reale subito dopo la morte di Edoardo I. L’interpretazione di Howle rimane nel complesso convincente, purtroppo però il più delle volte appare troppo marcata e finisce per stancare.

Gli ultimi saranno i primi

Se i protagonisti e i personaggi principali non spiccano e non brillano di luce propria, i soggetti secondari si innalzano per quasi tutta la pellicola: Florence Pugh dà personalità e carisma alla nobile Elizabeth de Burgh, scostandosi fortemente dalla classica donzella di turno che ha bisogno di essere protetta, bisognosa di essere portata in salvo e in balia degli eventi, rendendola invece una donna forte, orgogliosa, innamorata del proprio marito a tal punto di morire piuttosto di tradirlo e disconoscerlo, trainando l’intera love-story con Bruce dall’inizio alla fine.

Un’altro punto a favore della pellicola è l’interpretazione di Taylor-Johnson nei panni di James Douglas, un lord scozzese che nelle precedenti ribellioni perse ogni cosa, ogni proprietà, terra e possedimento esiliato e voglioso di vendetta nei confronti della corona.

La personalità di Douglas si delinea in un primo tempo come assoggiettata, desiderosa di pace e di redenzione, ma in seguito all’alleanza con Robert muta bruscamente in sanguinosa e astiosa, trasformando l’uomo in un animale da combattimento, messo in scena magistralmente da Johnson.

L’occhio vuole la sua parte

Gli elementi migliori di tutto il film sono senza dubbio la spettacolarità e l’epicità resi soprattutto dall’impatto scenico, scenografico e visivo curato nei minimi dettagli dalla regia di David Mackenzie e dalla fotografia di Barry Ackroyd.

Le terre scozzesi ci appaiono sterminate ed infinite grazie all’uso sapiente di riprese dall’alto, il lato eroistico del protagonista viene enfatizzato da lunghi primi piani e da dialoghi che provano ad essere carismatici e ci riescono, pur senza rimanere impressi nella memoria collettiva.

Il punto più alto viene raggiunto con la battaglia finale tra gli scozzesi e gli inglesi, dove le scene d’azione, le sequenze crude e violente creano un realismo senza troppe sfaccettature lasciando negli occhi solamente la guerra e tutto ciò che comporta.

outlaw king

Verdetto

Il lavoro di David Mackenzie è un’opera eseguita principalmente bene, anche se con l’inserimento di troppi cliché e stereotipi che fanno perdere un po’ di credibilità al film, che la riacquista solo grazie alla spettacolarità della maggior parte delle scene e all’inaspettata interpretazione di alcuni attori. Se Outlaw King fosse uscito 10 anni fa sarebbe stato catalogato come un blockbuster del proprio genere, ma essendo uscito il 9 novembre 2018 su Netflix non rimarrà impresso nelle nostre menti a lungo e resterà circoscritto ad un pubblico tutto sommato ristretto.

Se vi piace Outlaw King…

Immaginiamo abbiate già visto (e rivisto) Braveheart, il capolavoro diretto ed interpretato da Mel Gibson, ma in ogni caso l’ennesima visione di questo film non guasta mai. Suggeriamo inoltre Robin Hood del 2010, diretto da R. Scott e con R. Crowe protagonista. Infine, perché no, il King Arthur di Guy Ritchie (qui la nostra recensione).

Outlaw King - Il re fuorilegge - Recensione
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