Come Caline, Grignotte e Benjamin siamo rimasti per ore a sentire i racconti di Papà Castoro. Ecco perché tornare a riascoltarlo

papà castoro

rima di iniziare a leggere, una piccola avvertenza. Mai calcolare quanti anni sono passati dai momenti più lieti della propria infanzia. La cultura pop con cui le generazioni anni ottanta e novanta sono cresciute deve rimanere in una dimensione temporale impermeabile al diabolico e oscuro lavoro perpetuato da calendari e orologi.

Dopo questa premessa che evita di far esclamare con “ma come è possibile che siano passati già x anni? Sembrava ieri”, catapultiamoci nel caldo e accogliente settembre del 1995 (POCHI anni fa).

Fiorello ha da poco lasciato la conduzione del suo Karaoke al suo sconosciuto fratello, Fiorellino. Quel Beppe che nel secolo successivo sarebbe diventato l’idolo delle platee dedite ai cantieri, alle file alle poste e griffate INPS.

Sui paginoni verdi delle pubblicità di Pergioco presenti su The Game Machine si inizia ad avvertire il brivido della rivoluzione videoludica. Quell’estate infuocata il Sega Saturn aveva fatto gridare al fotorealismo, ma è proprio a settembre che tutto cambia. A fine mese la Sony porta infatti nei negozi italiani la propria console casalinga, la Playstation.

Quel 1995 aveva portato drastici cambiamenti in ogni ambito. Il Governo Dini era subentrato al Berlusconi I. Nel calcio per la prima volta viene introdotta la numerazione libera, con tanto di nome sulle divise dei calciatori. Proprio quando Baggio e Weah passano al cannibale Milan di Capello e il Parma si aggiudica il detentore del Pallone d’oro, Stoičkov.

In un pomeriggio di quel favoloso 1995, quando lo zaino Invicta, ancora sporco di sabbia, riaccoglie mestamente il Sussidiario e un astuccio pieno di penne e qualche Squalibabà intruso, su Rai 3 fa il suo esordio televisivo italiano un piccolo gioiello dell’animazione francese. Ad un anno dalla messa in onda transalpina arrivava dalle nostre parti Papà Castoro.

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Non scorderemo mai la sigla, da sempre fraintesa dalle nostre parti: Caline, Grignotte e Benjamin venivano puntualmente trasformati in un grammelot grottesco in cui Grignotte aveva la peggio.
Ma perché Papà Castoro, al di là dei disguidi linguistici dell’opening, ha lasciato negli anni un retrogusto capace di generare un forte impatto nostalgico?

In primis l’intera struttura dell’opera rifugge totalmente una narrazione orizzontale, riproducendo ciclicamente lo stesso impianto, dando un effetto appagante che proietta direttamente nell’infanzia di tutti noi.
Papà Castoro nell’arco delle tre stagioni e dei centodiciassette episodi (il terzo arco narrativo è inedito in Italia) ripercorre l’intero panorama fiabesco mondiale, inserendosi nel folklore e nelle tradizioni più disparate.

L’intento iniziale dei registi Jean Cubaud e Daniel Decelles nel 1993 era quello di trasporre nell’animazione gli splendidi libri della collana Les Albums du Père Castor. Considerati i primi album per bambini moderni, sono stati ideati dall’editore ed insegnante francese Paul Faucher, che nel 1931 voleva rompere la tradizione del libro illustrato per bambini. Sino ad allora l’album cartonato era un oggetto di lusso, destinato ad un pubblico ristretto. Papà Castoro era l’emblema di un’educazione che voleva abbracciare un pubblico più esteso, scollegato dall’upper class e desideroso di imparare e sognare.

La versione cartoon, arrivata sessanta anni dopo, si trova catapultata in una condizione socioeconomica decisamente differente, ma non muta l’impronta pedagogica che permea l’intera opera. La fanciullesca brama di conoscere e viaggiare con la mente altrove è il leitmotiv di uno dei cartoni più particolari trasmessi negli anni novanta.

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La differenza, anche estetica, con i cartoni in voga in quegli anni è lampante. Se Bim Bum Bam era un trionfo di colori sgargianti e ritmi frenetici, Papà Castoro si prendeva i suoi tempi e si mostrava con una veste cromatica totalmente agli antipodi. Seppur presentando episodi brevi, dilatava la narrazione con tempi compassati e una sceneggiatura delicata, che evocava la leggerezza della dimensione orale del racconto.

La palette ricalca la stessa impronta, vertendo su tinte tenui, con un aspetto quasi acquerellato che ricorda proprio gli album a cui la serie si ispira.
L’atmosfera provenzale, bucolica e quasi onirica, ci appare distante ormai. Abituati ad una sovraesposizione della realtà, abbiamo smarrito quel desiderio di aggrapparsi al mito, ad un mondo fantastico che non abbia alcun rimando alla frenesia del quotidiano.

Papà Castoro riflette il desiderio di evocare sia le favole classiche, Esopo in primis, sia le fiabe più articolate. Fermando il tempo e alterando lo spazio. Come nel piacere del ricordo, abbiamo ancora bisogno di ripristinare quella contemplazione di un passato narrativo che voleva educare e intrattenere con la leggiadria di una storia.

La serialità e la parcellizzazione della narrazione onnipresente nella realtà contemporanea sembrano idiosincratiche rispetto all’autoconclusività e agli innumerevoli microcosmi creati da Papà Castoro. E se avessimo bisogno di un ritorno alla fiaba? Papà Castoro, riportaci sui lussureggianti argini del tuo fiume e raccontaci una storia. Anche due storie. O meglio tre!

Secondo la sua pagina Wikipedia mai accettata è nato a Roma, classe 1983. Come Zerocalcare e Coez, ma non sa disegnare né cantare. Dopo aver imparato a scrivere il proprio nome, non si è mai fermato, preferendo i giri di parole a quelli in tondo. Ha studiato Lettere, dopo averne scritte tante, soprattutto a mano, senza mai spedirle. Iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2006, ha collaborato con più di dieci testate giornalistiche. Parlando di cinema, arte, calcio, musica, politica e cinema. Praticamente uno Scanzi che non ci ha mai creduto abbastanza. Pigro come Antonio Cassano, cinico come Mr Pink, autoreferenziale come Magritte, frizzante come una bottiglia d'acqua Guizza. Se cercate un animale fantastico, ora sapete dove trovarlo.