Viaggi nel tempo, skate, patatine, rock and roll e un cucciolotto verde senza età: Ti voglio bene Denver e te ne vorrò per sempre

Chi è nato negli anni ottanta e novanta durante la sua infanzia aveva poche certezze. L’assenza di Internet e dei telefoni donava giovinezze fluttuanti, in balia di leggende narrate da bambini più grandi e da cugini immaginari dalla risposta e soluzione sempre pronte.

Ma alcune situazioni ed eventi si ripetevano con una costanza aritmetica. Nel momento in cui si apriva un pacchetto di patatine con annessa manina appiccicosa,  già si conosceva la tragica fine di quel gadget indimenticabile: penzolante sul soffitto dell’aula a scuola. A ricreazione la console war Nintendo-Sega scattava con cadenza quotidiana. Le sfide con la palla di carta finivano puntualmente con il sequestro della sfera con il più alto uso di scotch della storia.

E poi c’erano loro. I protagonisti indiscussi di un’intera generazione che con la mente viaggiava nel passato, a milioni di anni di distanza dagli anni novanta: i dinosauri.

Chiunque appartenga della generazione Y ha vissuto un momento in cui la passione per i dinosauri ha preso il sopravvento. L’amore per la paleontologia in versione teen veniva appagata in vari modi: costruendo uno scheletro in 150 comode uscite delle collane della Hobby & Work, indossando occhialini 3d per vedere Tirannosauri sugli opuscoli De Agostini, passando pomeriggi in compagnia di Piedino e Tricky in un rewatching compulsivo de La valle incantata, facendo il tifo per i tamarrissimi e pompati Dinosaucers contro i malefici Tyrannos.

Oppure sintonizzandosi ogni pomeriggio su Bim Bum Bam in attesa del “cucciolotto verde senza età”. Un pomeriggio del 1989 “Ti voglio bene Denver” fa la sua comparsa su Italia Uno ed entra immediatamente nel cuore di milioni di spettatori.

ti voglio bene denver

Da Voltron a Ti voglio bene Denver

Nel 1980 Ted Koplar fonda nel Missouri la World Events Productions. La società di produzione diventa ben presto famosa per aver scoperto e riadattato Golion, anime giapponese riproposto con vesti a stelle e strisce con il nome di Voltron.

Il successo di Voltron spiana la strada di Koplar e il socio Peter Keefee, che ben presto riadattano, con meno successo, Sei Jūshi Bismarck, conosciuto negli USA con il nome di Saber Rider and the Star Sheriffs (Sceriffi delle stelle).

Nel 1988 la World Events Production vuole monetizzare e sfruttare la dinosauro-mania che sta imperversando in tutto il mondo e lo fa a modo suo, creando con la collaborazione di alcune case di animazione francesi Denver, the Last Dinosaur.

Oltre a sfruttare la passione dei bambini di quel periodo per i dinosauri, “Ti voglio bene Denver” cavalca anche l’onda del successo planetario delle Tartarughe Ninja.

Un numero considerevole dei doppiatori originali di “Ti voglio bene Denver” proviene infatti dalle TMNT. Il dinosauro verde è doppiato da Pat Fraley, che aveva prestato la sua voce a ben 64 personaggi della serie, tra cui Krang e Casey Jones. Fraley era protagonista di un’altra serie cult di quegli anni: suo il doppiaggio di Zio Paperone in Duck Tales.

Uno degli amici di Wally, Mario, aveva invece la voce di Cam Clarke, doppiatore di Leonardo e Rocksteady in TMNT e Liquid Snake in Metal Gear Solid. Il villain Nick, uno dei bulli, era  doppiato da Rob Paulsen, voce ufficiale di Raffaello.

L’adattamento italiano di “Ti voglio bene Denver” è frutto di un lavoro immenso portato a compimento da Graziano Galoforo, che si occupa sia della direzione del doppiaggio, che della stesura di tutti i dialoghi. Il doppiatore di Mister Popo in Dragon Ball si inventa uno dei tormentoni più fortunati dei cartoni di quel decennio magico: il suo “mamma saura” riassume perfettamente il carattere tenero e impacciato di Denver.

La frase pronunciata da Galofaro si sente anche nella sigla (caso raro, verificatosi anche con Tazmania), scritta da Alessandra Valeri Manera e cantata da Cristina D’Avena, che recentemente ha riproposto “Ti voglio bene Denver” in duetto con gli Stato Sociale.

Denver hai gli occhiali e il nasone all’insù

Ma cosa rendeva così magico “Ti voglio bene Denver?” e soprattutto c’era una vera e propria trama?

La serie, composta da 50 episodi, inizia con un episodio pilota lungo ben un’ora, intitolato “l’ultimo dinosauro”, che ricalca il nome originale del cartone.
Siamo in California. Per prepararsi al meglio per un test di storia naturale, Jeremy coinvolge i suoi amici Mario, Shades (Talpa in italiano), Wally e Casey in una visita al museo di La Brea Tar, una location losangelina famosa per la sua collezione di fossili e i suoi scavi. Dopo essere stati rincorsi da bulli, i 5 amici si nascondono nei pressi di un pozzo di catrame.

In una fossa rinvengono un grosso uovo preistorico, ancora intatto. L’uovo improvvisamente si incrina e fuoriesce un dinosauro verde, che, in maniera totalmente inspiegabile parla un inglese fluido. Il cucciolo è l’ultimo esemplare vivente Corythosaurus, dinosauro vissuto 77 milioni di anni fa nel Nord America nel Cretaceo superiore.

Un camion con la scritta Denver, capitale del Colorado, è la perfetta ispirazione per il nome di questo strano essere, che viene adottato dalla banda di amici. I cinque protagonisti nascondono e difendono Denver dal diabolico imprenditore Morton Fizzback, che lo vorrebbe usare con attrazione remunerativa.ti voglio bene denverBorn in the USA

Ti voglio bene Denver riassume la cultura made in USA, in particolare della West coast anni ottanta. Skate, chitarre, patatine, colori fluo e occhiali da sole: Denver racchiude il sogno americano di quel periodo storico. Il dinosauro parla correttamente l’inglese ed ha poteri magici che gli consentono di teletrasportare i suoi nuovi amici nella sua epoca preistorica, ed oltre a permettere i viaggi nel tempo, riesce a far vedere immagini live dal Mesozoico, utilizzando un pezzo del suo guscio come schermo.

Ti voglio Denver palesava un ritmo e toni particolarmente scanzonati, affrontando però temi delicati: in primis tematiche di stampo ecologista, leitmotiv di tutta la serie. A tal riguardo la National Education Association lodò la serie per la sua impronta didattica e per la sua impeccabile moralità.

Nei 50 episodi Denver e i suoi amici affrontano puntualmente i cattivi di turno: Morton Fizzback, l’avido promotore di concerti, il Professor Funt, scienziato malvagio e collaboratore di Morton, e infine i bulli Nick, Curt, Scott e Rod, eterni rivali della banda di Wally. Non mancano puntate stravaganti, come l’episodio 42, in cui Denver affronta in sogno alieni su Plutone, imitando una serie televisiva anni cinquanta.


Nel 2018, a trenta anni esatti dal suo esordio sui piccoli schermi statunitensi, la Zag Entertainment, casa di produzione francese famosa per raccapriccianti serie in 3d, decide di puntare su un remake di “Ti voglio bene Denver”. L’effetto nostalgia è rovinato dall’uso della computer grafica, che plasma un dinosauro, nemmeno lentamente paragonabile all’originale. A peggiorare le cose il protagonista perde l’uso della parola, limitandosi a versi insensati. Mamma saura!

No more articles