Coconino celebra il maestro dell’ero guro con una cruda antologia di racconti sui mali della Seconda Guerra mondiale

Quando un artista come Suehiro Maruo festeggia quarant’anni di carriera, è importante celebrarlo. Per l’occasione, Coconino Press ha lanciato di recente per la collana Coconino Cult una nuova antologia di racconti, pubblicati su riviste tra il 2019 e il 2020. Tale raccolta prende il nome di Paradiso. Di paradisiaco tuttavia vi è solo lo stile morbido e languido di Maruo, perché il resto è infernale e disturbante. Sayo abusata da un prete. Michio costretto a rubare. Protagonisti del “paradiso” di Suehiro Maruo sono i bambini, costretti a cedere ai torbidi soprusi di adulti resi ancora più mostruosi dalla guerra. Il contesto infatti è quello della Seconda Guerra mondiale, divisa in due poli: Giappone e Polonia.

Le cinque storie di Paradiso si susseguono velocemente, con cambi di scena repentini che accrescono le sensazioni di caos e smarrimento, le stesse provate dai poveri “vagabondi di guerra” di Maruo. Da un lato c’è il Giappone rurale, dilaniato e impoverito dal conflitto, dall’altro c’è la Polonia dei campi di concentramento. Due teatri tremendamente crudi, in cui prendono vita fugaci storie di umiliazione, degrado, malvagità, tra sangue, nudità e sguardi impietriti che mozzano il fiato. Ancora una volta Maruo mette a nudo le brutture dell’animo umano per mettere in scena la sua deplorevole natura. Questo è un concetto caro al genere ero guro, di cui Suehiro Maruo è uno dei principali esponenti contemporanei. Il fulcro è l’unione tra erotismo e grottesco per criticare il finto pudore sociale e i freni dettati dalla morale collettiva nipponica.

Tuttavia, a differenza di un precedente capolavoro come Midori – anch’esso appartenente alla collana Coconino Cult -, Paradiso lascia un barlume di speranza, qui incarnata da un personaggio realmente esistito: il padre francescano Massimiliano Kolbe, morto ad Aushwitz. Un flebile ottimismo nell’immensa disperazione.

Finzione e realtà. Giappone e Polonia. Folklore giapponese e religione cattolica: Paradiso è un insieme di dicotomie, accostate in maniera sapiente da Maruo per far emergere la crudezza del racconto. Il campo di concentramento smette di essere unico simbolo del male nell’immaginario comune, perché ovunque l’uomo è mostruoso. Le reazioni scaturite dai corpi deperiti e gli occhi terrorizzati dei prigionieri di Auschwitz sono le stesse che si provano nel vedere un bambino giapponese costretto a prostituirsi o a cibarsi di escrementi per non patire la fame. Una spietatezza enfatizzata dal tratto elegante ed espressivo di Suehiro Maruo, dando origine a contrasto che incanta e al contempo disturba.

Paradiso non è un’opera per tutti, ma è un’opera che tutti dovrebbero conoscere. L’estro di Suehiro Maruo non solo rappresenta una nicchia importante della cultura giapponese, quella dell’ero guro, ma soprattutto non si limita a mostrare il male che c’è nel mondo. Un mondo in cui vi sono oppressori, dediti ad appagare i loro istinti più bassi, e oppressi, obbligati a precipitare negli abissi, interiori e non, pur di sopravvivere. Vittime di questo ingiusto giogo sono i bambini, che nelle opere dell’artista giapponese diventano succubi delle perversioni umane.

Sotto un caschetto nero e un grosso paio di occhiali si cela una ragazza amante dei videogiochi, di Storia americana contemporanea, Game Studies e più in generale di cultura pop. Nelle sue analisi le piace andare oltre, nel tentativo di comprendere i perché di una particolare rappresentazione.