C’erano una volta Cinema e TV…

Ormai sono anni che guardiamo serie TV di ogni natura e genere, con ogni pretesa e con ogni fine. Abbiamo le nostre sit-com preferite, le serie con cui siamo cresciuti e quelle che entrano a gamba tesa nella nostra vita lasciando il segno in appena tre episodi. Siamo arrivati al 2017 e ci siamo abituati al fatto che la serializzazione è un business enorme che ci mette davanti produzioni gigantesche e costose, tanto che spesso ci troviamo a guardare una puntata di appena quarantacinque minuti e commentiamo: “Wow, sembra un film!

Eh già, perché sempre, nella nostra testa, facciamo una precisa distinzione tra i lavori cinematografici (i film, per intenderci) e quelli televisivi, a puntate, spezzettati, settimanali o in blocco, ma sempre roba da televisione. Il motivo è che, seppur inconsapevolmente, ci accorgiamo a pelle che il cinema e la televisione parlano due lingue sostanzialmente diverse. Qualcosa sta però accadendo in questi ultimi tempi: il cinema e la televisione hanno iniziato un nuovo flirt che sta dando tanti frutti, sia buoni che amari.

Da una parte all’altra

Se avete sfogliato il catalogo dei vari Netflix, Amazon o semplicemente vi siete trovati ad accendere la TV al momento giusto sul canale giusto, avrete sicuramente notato come ultimamente molti registi e attori cinematografici stiano prestando il loro nome per dirigere o recitare in intere serie televisive.

A pensarci bene, non è una cosa del tutto nuova. Basta pensare al famosissimo Alfred Hitchcock Presenta, che in dieci anni ha permesso al celebre maestro di mettere in scena i suoi racconti di suspense in formato bonsai. D’altronde, in questo caso, Hitchcock diresse appena 17 episodi di cui solo uno di cinquanta minuti. Per gli attori era più o meno la stessa cosa: le grandi star facevano (e fanno tutt’ora) cameo, partecipazioni straordinarie, ruoli minori.  Per tornare ai giorni nostri, pensate a Bruce Willis che è comparso in Friends, o la recentemente scomparsa Carrie Fisher in The Big Bang Theory, con il solo scopo di creare l’effetto wow per l’audience. Il senso di tutto ciò sta nella lettura del mondo della TV come un trampolino per arrivare nel ben più patinato e glitterato mondo del cinema.

Ma, come sempre, le cose cambiano colore e abbiamo visto esplodere un fenomeno mediatico incredibile dietro a True Detective, che vedeva due attoroni del peso di Matthew MacConaughey e Woody Harrelson farsi carico dell’intera stagione, con un successo quasi imprevedibile. Non era la prima volta che accadeva una cosa del genere, e sicuramente a voler scavare a fondo troveremmo altri attori che hanno compiuto la strada tra televisione e cinema al contrario, ma in questo caso ci troviamo di fronte a una situazione nuova, che corrisponde anche a un nuovo modo di concepire il linguaggio televisivo.

True Detective ha un impianto seriale ma contemporaneamente racconta una sola storia autoconclusiva, attingendo contemporaneamente ai dettami televisivi e a quelli cinematografici. La serializzazione è più assimilabile a una divisione in capitoli, più che a episodi. Quel che True Detective ha sdoganato è che finalmente passare a recitare in TV è una cosa fattibile e cool anche per star nominate e insignite di oscar, grazie soprattutto alla clausola che la stagione deve essere autoconclusiva. Un attore del calibro dei pezzi grossi appena citati non può impegnarsi in una serie infinita da dieci stagioni, ovviamente. Questa congiuntura astrale ha quindi contribuito a mostrare quanto potenziale la TV possa ancora avere, tanto da attrarre attori pluri-blasonati.

E i registi?

La TV, ai nostri tanto amati movie-director, non è mai andata a genio e fino a poco tempo fa una proposta di lavoro per un qualsiasi show televisivo avrebbe scatenato matte risate da Hollywood a New York. Il motivo è semplice: un regista sul set televisivo non ha la stessa libertà che si può permettere su quello cinematografico. Il lavoro del regista è spesso quasi sottomesso a quello degli sceneggiatori, e le stesse sceneggiature passano di mano in mano fino a raggiungere la forma definitiva.

Sempre True Detective è stata una delle poche serie televisive ad essere scritta da un’unica persona, Nic Pizzolatto, e diretta da un solo regista, Cary Fukunaga. Questo è un momento cruciale per le produzioni televisive: vengono gettate  le basi per poter accogliere la creatività e la visione di un regista (o uno sceneggiatore) e affidargli completamente la realizzazione di un’opera. Se pensate a pietre miliari della televisione seriale, pezzi da novanta come Breaking Bad (capolavoro indimenticabile), I Soprano (uno dei capostipiti): per quanto siano dei perfetti meccanismi ad orologeria sono ancorati a una classica concezione televisiva, con diversi bravi registi e altrettanti bravi sceneggiatori che seguono l’idea di Vince Gilligan & Co. contenuta in quella che viene di solito chiamata mini-Bible. Il problema è che quel che arriva a noi, in questo caso, è sempre una soluzione di seconda mano, non è la rappresentazione su celluloide del sogno (o incubo) che l’ideatore del progetto aveva in mente. È sicuramente la cosa che più si avvicina, ma non sarà (quasi) mai quello che è nato dalla mente del creatore. Con True Detective, ci si allontana da questo modus operandi e si crea un clima molto cinematografico. Uno sceneggiatore, bravo e motivato, spalleggia un regista che si occupa di mettere in scena ogni parola dello script, senza avere pressioni da altri sceneggiatori, senza avere pressioni (o quanto meno, con meno pressioni) da parte della produzione. Si crea un prodotto nuovo e ibrido dall’inaspettato successo: un’anima e un concepimento chiaramente cinematografico, a fronte di una presentazione e realizzazione assolutamente televisiva.

È nato forse un nuovo modo di fare TV?

Sicuramente è nata una nuova moda: non si tratta più di invitare un grosso nome per dare la spinta a una serie televisiva, come uno Scorsese qualsiasi che filma i primi due episodi di Boardwalk Empire e poi lascia tutto in mano ai suoi sottoposti, ma si stipulano contratti per far filmare tutto a uno dei grandi director di Hollywood. Così abbiamo visto arrivare The Knick, con un ottimo Soderbergh dietro la macchina da presa, che firma un dramma medico-storico carico e incalzante. Ed è solo uno dei tanti esempi. Pensate al recente The Get Down di Baz Luhrmann, o Crisis in Six Scenes di Woody Allen, o il nostro The Young Pope di Paolo Sorrentino. Sono produzioni eccezionali, che mettono di fronte allo spettatore cast stellari e registi motivati con risultati, purtroppo, altalenanti, ma comunque sempre sopra la media.

Il passaggio da un medium narrativo all’altro non è del tutto indolore e, anzi, spesso è motivo di disagio produttivo nonché creativo. Per quanto la TV cerchi di atteggiarsi a succursale del cinema, è sempre comunque soggetta a dei bisogni fisiologici, che si traducono in budget più ristretti (molte cose con pochi soldi!), tempi più ristretti e sopra tutti un modo di fare estremamente schedulato.

Prendendo in esempio sempre il solito True Detective, il soggetto e la sceneggiatura erano pronti quando il regista Fukunaga ha iniziato a girare tutto. Soderbergh, venendo da realtà cinematografiche molto variegate, tra cui la scena indipendente, si è subito adattato ed è riuscito a stare a galla e arrivare alla fine delle riprese. Invece, pensate al casino immondo che ha fatto Baz Luhrmann. “Baz è Baz”, prendere o lasciare, ma cosa ne potevano sapere quelli di Netflix che avrebbe sforato il budget di oltre 120 milioni di dollari? Sony, che stava mettendo a disposizione gli Studios per le riprese, si permise addirittura di affiancargli uno sceneggiatore navigato, per fargli capire gli aspetti della produzione televisiva con cui il cineasta australiano non aveva dimestichezza. Netflix, che stava pagando la serie, licenziò l’aiuto, perché The Get Down doveva essere un’opera di Luhrmann e basta, cascasse il mondo… E così è stato, alla fine. Ah, purtroppo ancora non è stata completata: solo la prima parte (non chiamiamola stagione) è conclusa e visibile, sperando che arrivi la seconda in tempi quanto più brevi possibili.

Nella prima lunghissima puntata del racconto di formazione ambientato nel Bronx degli anni ‘70, si vede benissimo come Luhrmann stia cercando di prendere le misure a un linguaggio che non conosce del tutto, di cui ha solo alcuni rudimenti. Le cose migliorano e diventano molto molto apprezzabili nelle puntate seguenti, quando tutto ingrana e comincia a prendere il ritmo, ma in quella prima lunga e accartocciata puntata sta l’essenza di tutta questa discussione: la serie televisiva deve essere concepita come tale, altrimenti risulta essere un pastrocchio che cerca di affermarsi ma usando parole sbagliate, mancando il bersaglio e cadendo rovinosamente a terra.

Un altro esempio: il già citato Crisis in Six Scenes. Il buon Woody Allen (che amiamo tutti per quel che ha fatto e detto) è purtroppo un regista di cinema puro, tanto che lui stesso ha ammesso di non guardare televisione. E ciononostante Amazon gli ha affidato una serie di sei puntate. Lui ha candidamente affrontato la cosa dalla prospettiva sbagliata (forse), tanto che alla fine non ha fatto una serie televisiva, ma un film di tre ore diviso in sei parti. Sicuramente non era quello che ci saremmo aspettati, anzi, vi confessiamo che in realtà non sapevamo proprio cosa aspettarci da un progetto del genere, ma a prescindere non era un film di Woody Allen, ma una reinterpretazione, una reinvenzione della filosofia nichilista del comico. Speravamo che il nuovo mezzo a disposizione del suo genio creativo lo spingesse a esplorare orizzonti che con la macchina da presa non si era mai permesso di inquadrare. Questo ci fa venire in mente quando si cerca di parlare una lingua straniera che chiaramente non si conosce: si usano dei barbarismi che assomigliano più alle parole della lingua madre che a quelle giuste, ad esempio scarps invece di shoes. Woody Allen ha fatto esattamente questo: ha detto scarps, sperando che la gente capisse shoes, ma non così non è stato.

Dietro le quinte

Ma, allora, perché tutto questo? Dietro ci sono i grossi network di TV on demand. Ricordate che True Detective è prodotto e distribuito da HBO sulla sua piattaforma HBO Go. Analogamente The Get Down sta su Netflix e Crisis è distribuito da Amazon. Questi figuri giganteschi sono i responsabili del cambiamento di fruizione e monetizzazione della TV, avendola spostata su Internet. Non sono più le pubblicità a fare soldi, ma le sottoscrizioni di abbonamenti. Non ci sono gli spazi per gli sponsor, ma ci sono le offerte per allettare i clienti a stare sempre con loro. E cosa c’è di meglio di un nome a quaranta carati per far sganciare soldi a tutti gli appassionati del globo? I grossi network di Internet TV vogliono disperatamente accaparrarsi un blasone con cui pavoneggiarsi sul web, un faccione da mettere in prima pagina su Facebook, qualcosa per dimostrare al mondo che loro hanno qualcosa in più.

E questa corsa sfrenata ha spinto i vari Netflix & Co. a concedere tutto ai suoi amati registi dalle (si spera) uova d’oro. Addirittura, oltre al budget praticamente infinito concesso a Luhrmann, Netflix si è dovuta inchinare al volere/potere del regista e venir meno alla sua promessa fatta ai suoi telespettatori: per la prima volta una serie Netflix non è stata disponibile in binge-watching

Should I stay or should I go?

Resta una sola domanda per concludere questo pezzo.

Abbiamo visto da dove (più o meno) tutto sia iniziato, abbiamo scelto un punto nella timeline televisiva e abbiamo fatto un po’ di calcoli. Abbiamo visto a cosa si è arrivati, abbiamo analizzato le possibili conseguenze, gli eventuali strascichi, e alla fine ci siamo fatti una bella chiacchierata sulle serie televisive, che non guasta mai. Abbiamo appurato che molti registi cinematografici stanno migrando per fare serie televisive, con tutti i pro e i contro del caso, con tutte le loro motivazioni opinabili o meno.

Il cuore del problema: è così necessario?

Beh, chi vi scrive è personalmente perplesso. Non tireremo fuori il discorso sterile che la TV è la palestra dei registi cinematografici di domani, perché non ha senso come argomentazione, soprattutto perché questa virata autoriale delle serie televisive è settoriale, minima, e semplicemente una moda. Il resto della TV funziona allo stesso modo.

Non sappiamo onestamente dove collocarci: tra gli entusiasti che vedono nella commistione di generi il futuro e la soluzione a eventuali crisi di creatività, oppure tra i detrattori, quelli che vorrebbero compartimentalizzare il linguaggio, da una parte il cinema, dall’altra la televisione. Non sappiamo dove metterci perché in realtà hanno tutti ragione. Il cinema parla per stilemi propri, con cadenze, movimenti e tempi inconfondibili, assolutamente incompatibili con la TV, e viceversa. Basti vedere i film tratti dalle serie televisive (X-Files, ancora turbi i miei sogni!) o, al contrario, le serie televisive tratte dai film (a parte Fargo, che è fuori scala, esiste pur sempre Scream) e quanto poco riescano ad assomigliare all’originale. D’altronde un regista motivato e con una storia forte e ben costruita da raccontare può tranquillamente superare il confine tra i due modi di usare la macchina da presa e riuscire a conciliare il meglio dei due mondi.

Alla fine, comunque, in mezzo a tutto questo ci siamo proprio noi, seduti sul divano in attesa del prossimo pilot da guardare… Cosa state aspettando? Datevi una mossa!

Motore!

Azione!

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