Per diventare un supereroe, basta una sola parola

Il 3 aprile arriva nelle sale cinematografiche il settimo film dell’Universo Esteso DC: Shazam!
Ci vengono narrate le avventure di Billy Batson (Asher Angel), un ragazzino di 15 anni che viene scelto come campione dal Mago Shazam (Djimon Hounsou), e semplicemente urlando la parola “Shazam!” si trasforma in un supereroe dalle fattezze di un adulto (Zachary Levi), dotato di incredibili poteri: la saggezza di Salomone, la forza di Ercole, la resistenza di Atlante, il potere di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio. Grazie al suo amico Freddy Freeman (Jack Dylan Grazer) testerà e scoprirà tutte le sue capacità, dilettandosi sotto queste nuove spoglie fino a quando non si presenteranno davanti a lui il temibile dottor. Sivana (Mark Strong) e i demoni dei 7 peccati capitali…

Ciò che è subito evidente è la volontà della DC di utilizzare un tono distante dalle atmosfere dark dei suoi precedenti film (i primi, in particolar modo), per dar vita ad un’opera che sfrutta l’elemento dell’ironia, giocando con essa per affrontare un tema nobile come quello della famiglia, che diviene a tutti gli effetti il pilastro su cui si posa questa pellicola.
Sebbene la leggerezza di Shazam! rappresenti indubbiamente una piccola sosta del DCEU verso una meta diversa, non possiamo non notare determinate affinità con l’ultimo film, in ordine cronologico, della casa di Burbank: Aquaman.

Nonostante Aquaman sia un film esteticamente monumentale e di certo ben più massiccio di Shazam! nella sua struttura, la natura kitsch del suo protagonista – dato dalla scelta di Momoa e non del personaggio in sé – ha donato sfumature burlesche che hanno contribuito a renderlo digeribile, e questo al netto (o forse anche per merito) della regia di uno dei maestri dell’horror, prestato al cinecomic: James Wan. La sostanziale attinenza con Shazam! sta proprio qui. Si percorre la strada già battuta da Aquaman e si decide di affidare la direzione David F. Sandberg, cineasta svedese figlioccio proprio di Wan, che lo nota grazie al corto Lights Out rimanendone talmente colpito da volerlo produrre come lungometraggio, sempre con la direzione di Sandberg. Il sentiero ormai è stato inboccato e dopo pochi mesi il regista è già al lavoro per il suo film successivo: Annabelle 2.

Come in Aquaman dunque, dove l’immersione nel regno dei Trench rappresentava uno dei momenti migliori a livello visivo, anche qui cattura incredibilmente l’estetica dei demoni dei 7 peccati, che riescono all’improvviso a contagiare la leggerezza con sfumature orrifiche, di cui si serve Sanberg per creare la giusta atmosfera per l’arrivo dei suoi supervillain. Sono infatti proprio i cattivi uno degli aspetti più riusciti della pellicola, ed in particolare risulta indovinata la scelta di Mark Strong nei panni del dottor. Sivana. Si tratta di un attore ormai rodato nel ruolo del villain, e ci mette tutto il suo background, dal Frank D’Amico di Kick Ass, al Sir Godfrey di Robin Hood, all’Archy di Rocknrolla fino al Lord Blackwood di Sherlock Holmes, regalandoci un essere spietato che cova risentimento sin da quando, da bambino, è stato rifiutato dal mago Shazam.

Gli fa da contrataltare un eroe goffo ed impacciato interpretato da Zachary Levi, che nonostante faccia bene il suo lavoro si trova a che fare con dei dialoghi spesso troppo bambineschi per un ragazzino di 15 anni, soprattutto perché il suo alter ego Billy appare ben più maturo e più cupo e riservato di quanto non lo sia Shazam.

L’idea che un ragazzino si ritrovi per le mani (a tutti gli effetti) dei superpoteri così grandi è affascinante, poiché è il sogno di tutti i bambini (e non solo), ma proprio questo elemento non viene sfruttato a dovere e il regista non riesce a trasmetterci la giusta eccitazione, anche per via di un film con uno script contraddittorio, che si dilunga un po’ troppo nella prima parte per poi presentarci subito il confronto tra il villain e Shazam, senza farci saggiare i reali poteri dell’eroe, che non ha il tempo di divertirsi e farci divertire.

shazam!

Gli autori stessi, Henry Gayden e Darren Lemke, sostengono di aver pensato il film scrivendolo nella prospettiva di un bambino che da un giorno all’altro ha tutti questi poteri e pensa “Cosa posso farne di bello?”. Il brutto è che questo messaggio – come già detto – non arriva allo spettatore nel modo giusto.

Un vero peccato, perchè poi quando ci ritroviamo di fronte a scene action e di combattimento Sandberg dimostra di saper fare il suo mestiere, regalandoci un finale intenso e frizzante, con tanti personaggi che diventano parte attiva, in cui finalmente si mescolano alla perfezione la componente umoristica, quella estetica e quella dell’azione. Qui il regista sa anche giocar bene con i cliché superoistici, facendoci sorridere grazie a qualche dialogo e alla messa in scena funzionale di diversi stereotipi, e gettando nella mischia più di un riferimento agli altri eroi DC, con un paio di sequenze talmente seducenti da farci riconciliare con Sandberg, nonostante questo non faccia altro che contribuire al rammarico per una prima parte in tal senso non all’altezza.

Shazam in definitiva non è un brutto film, ma è un passo indietro dopo Justice League e Aquaman e certamente una chance sprecata per poter fare bene con un prodotto più leggero ma che aveva nel DNA potenzialità fantastiche, a cui tuttavia la carica di David F. Sanberg, nonostante qualche innegabile guizzo, non è riuscita a dare la scossa che cercavamo.

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