MacFarlane meets Star Trek, unfortunately

Abbiamo riso a denti stretti con i Griffin e gustato la critica graffiante di American Dad, per non parlare di Ted, il primo orsetto di peluche con un animo da strada. Con queste premesse, l’idea che Seth MacFarlane fosse al lavoro su una serie di fantascienza un po’ commediosa ci aveva riempiti di gioia e aspettativa. Anche la notizia che la fonte di ispirazione fosse addirittura Star Trek, associato a tutto quell’immaginario fantastico dei tempi che furono, ha alzato l’asticella dell’hype non poco. Con queste premesse ci siamo messi comodi sul divano abbiamo gustato la prima puntata di questo The Orville. Seguiteci in questo viaggio interstellare e scoprite con noi quanto ne è valsa la pena…

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Family issues

L’ambientazione fantascientifica si mostra prorompente fin dai primi fotogrammi, catapultandoci in un futuro lontano quattrocento anni da noi, dove l’avanzamento tecnologico ha colpito tutto, dall’architettura ai mezzi di trasporto, tranne una cosa: i rapporti umani. Infatti, nelle prime sequenze seguiamo il buon Ed Mercer (Seth MacFarlane) che di ritorno a casa trova la sua cara moglie Kelly Grayson (Adrianne Palicki) alle prese con un’esperienza extraconiugale con un alieno blu. Il tradimento è l’incipit che porterà il protagonista, dopo un anno di tafferugli e cattiva condotta a base di alcool e reprimenda, ad accettare il ruolo di primo ufficiale della USS Orville, astronave civile con missione esplorativa.

Il pretesto è quello di presentare la crew, che spazia da alieni senza senso dell’umorismo e che non hanno altro genere a parte quello maschile, a umani con invece troppo senso dell’umorismo, goliardici. Il corredo terrestre ed extraterrestre è variegato, e tutto con una caratteristica peculiare che sa tanto di teatro macchiettistico. E quindi via con la responsabile della sicurezza alla prima esperienza e dotata di una forza enorme, il medico di bordo che è il miglior dottore dell’intera flotta e il navigatore che è una forma di vita artificiale che considera gli umani inferiori.

Manca solo un pezzo, che poi è il fulcro su cui si baserà l’intera puntata: il secondo ufficiale di comando altri non è che (colpo di scena) l’ex moglie di Mercer. Eh già, in barba all’originalità, la base di tutto è una versione edulcorata e per famiglie della Guerra dei Roses… La trama della prima puntata vira poi verso una missione di salvataggio, blanda e senza grossi exploit, dove vengono presentati i nemici giurati della Flotta stellare, i Krill.

Una buona e cospicua parte dei dialoghi è sterile e quasi routinaria, macchiettistica, per caratterizzare le varie categorie di personaggi, anche se il grosso delle battute e dei battibecchi sono incentrati sul rapporto burrascoso tra i due ex coniugi. I giochi di parole, le frecciatine, le risposte al vetriolo si sprecano, rendendo lo show quasi stucchevole e lasciando il resto del cast a fare quasi da tappezzeria. Certo, nelle fasi finali si cerca in qualche modo di far emergere lo spirito di gruppo, con alcune scene dove altri membri della crew finiscono sotto i riflettori. Ma è ben poca cosa, in fondo a un lavoro di scrittura alquanto deludente, fatto di scelte poco felici e sbavature da tutte le parti come rossetto abusivo sul collo di una camicia.

Questione di prospettiva

Abbiamo riflettuto a lungo sul senso di The Orville. Dapprima, con i precedenti di MacFarlane, abbiamo pensato subito a una parodia di Star Trek. Tutto sembrava puntare in quella direzione: le uniformi, divise per colore, con il simbolo della Flotta Stellare ricamato sul pettorale sinistro, il design della base spaziale che ha la forma di tre Enterprise che condividono il disco centrale, fino alle sembianze degli alieni che sono un gigantesco omaggio alla iconografia trekker.

E invece no, la serie non funziona come mera parodia, non ha il mordente necessario per prendere in giro il trittico Kirk, Spock, Bones e non si lascia mai andare a frecciatine alle vecchie serie o a quelle più recenti. Il discorso parodia è purtroppo quasi accidentale, potremmo dire, quando l’omaggio risulta così spudorato da rasentare il plagio e si tende a pensare che sia tutto fatto appositamente. È sorprendente che la CBS abbia dato il suo benestare ad alcune scelte artistiche che ricalcano in maniera fin troppo fedele le vecchie produzione degli anni ’60 e ‘80 e non sarebbe neanche troppo sorprendente se la casa di produzione di Star Trek prendesse una qualsiasi posizione a riguardo. Da questo punto di vista, però, MacFarlane, che ha firmato il soggetto originale e la scrittura di questo episodio, aveva annunciato la sua volontà di rifarsi ai vecchi fasti della fantascienza di tanto tempo fa, quella con cui era cresciuto ed aveva sognato, quella che lo aveva segnato dal punto di vista artistico.

E allora cambiamo nuovamente prospettiva: se non è parodia, allora siamo nel bel mezzo di un revival della fantascienza dei ‘60, direttamente dalla visione di Roddenberry. E anche qui, purtroppo il bersaglio è centrato per metà. Sì, l’atmosfera è quella quasi low-fi di un tempo, c’è l’ottimismo che aveva reso famoso il telefilm originale, ma manca tutto il resto. Il sense of wonder, la scoperta che ogni episodio di Star Trek si portava appresso è qui sparito e diluito in mezzo ad altre priorità narrative che rovinano il gioco. Troppe battutine, troppe risatine che, quasi a rasentare la sit-com, abbattono il clima fantascientifico relegandolo a uno sfondo quasi fastidioso.

Esiste allora una terza prospettiva, che è quella della commedia dissacrante, vero fulcro della produzione dell’autore, che ha fatto guadagnare milioni di soldi alla Fox? No, non esiste. La vena acida e tagliente dell’autore americano è quasi inesistente, sostituita da battutine facili e immediate quasi becere, da siparietti che strappano un sorriso qua e là, ma non evocano il riso amaro cui ci ha abituati.

Tutto sembra quasi forzato, come se ancora la direzione artistica e stilistica non fosse pienamente decisa e matura e stesse sondando ogni direzione alla ricerca di quella giusta. E non funziona neanche la scusante della prima puntata che serve a presentare i personaggi, perché le cose non vanno affatto bene neanche in questo senso. Non c’è evoluzione e non c’è una storia (per quanto semplici possano essere gli episodi di un’ora) che giustifichi la presenza di tutti i membri del cast. Purtroppo, nel voler rincorrere troppi temi contemporaneamente, The Orville non centra neanche un obiettivo, risultando insipido perché ha di tutto troppo poco.

Bianco asettico

Dal punto di vista tecnico, ci troviamo di fronte a un telefilm di fantascienza con effetti speciali di media entità. Sicuramente sono stati investiti un bel po’ di soldi, ma talvolta la CGI è un po’ povera e ci sono un paio di blooper (astronavi parcheggiate che spariscono da un’inquadratura all’altra, per esempio) che inficiano l’esperienza in toto. Il design architettonico è di stampo chiaramente vintage, con grattacieli svettanti e squadrati per la città terrestre, che richiamano le illustrazioni di molti magazine anni ‘60, mentre le astronavi sono figlie del design attuale, pulite, bianche scintillanti, molto “Apple”, per usare un termine di paragone attuale. È una scelta stilistica che può piacere come no, alla fine i gusti sono personali. Alla base di tutto c’è la volontà di creare dei giocattoli appetibili per i giovani acquirenti, e da questo punto di vista la decisione è azzeccata, se mai dovesse esserci una produzione in questo senso.

The Orville, comunque, vanta un primato tutto suo, nonostante tutto: è il telefilm Fox con uno dei più grandi set al chiuso, con ben due teatri di posa completamente occupati per le riprese. Il risultato è soddisfacente, grazie alla realizzazione della plancia dell’astronave a grandezza naturale, super-dettagliata e scintillante. La regia è estremamente normale, senza particolari guizzi, sia nelle sequenze calme che in quelle più action. I movimenti di camera sono sempre a metà strada tra diversi generi, che spaziano dalla commedia, all’avventura, senza mai prendere una decisione e arrivare a un dunque. Anche l’interpretazione dei vari protagonisti è nella norma. Ed Mercer è affidato a Seth MacFarlane stesso, attore senza infamia e senza lode: non ci regala particolari emozioni, ma neanche si lascia andare a un’interpretazione banale. Accanto a lui, Adrianne Palicki, che interpreta la sua ex moglie Kelly Grayson, è capace di un’interpretazione convincente e accettabile. Del resto del cast possiamo dire che sa stare al suo posto e fare il proprio lavoro, sottolineando che la macchina senziente Isaac è interamente creata in computer grafica sui movimenti di Mark Jackson.

Cosa ci è piaciuto?

Sicuramente il tentativo di voler riportare indietro l’orologio narrativo da parte di Seth MacFarlane, cercando di far emergere gli aspetti più positivi e entusiasti della fantascienza di un’altra epoca.

Cosa non ci è piaciuto?

Il fatto che il telefilm non è abbastanza di niente: non è abbastanza fantascientifico, non è abbastanza commedia e non è abbastanza graffiante. D’altronde non è la prima volta che ci passa davanti una commedia che prende in giro in maniera intelligente Star Trek e tutta la compagine di quelle produzioni: mai sentito parlare di Galaxy Quest?

Continueremo a guardarlo?

Probabilmente no. Non ci ha entusiasmati, non ci ha presi e non ci ha stregati. Anche se ci fosse un radicale cambio di rotta nei prossimi episodi, sicuramente lo scopriremo quando passerà per puro caso in mezzo a uno zapping annoiato da domenica sul divano…

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