Il lancio del trailer di Lightyear è l’occasione giusta per riscoprire Tin Toy, piccola perla dei corti d’animazione, fondamentale nello sviluppo di Toy Story e per il futuro della Pixar

tin toy pixar story

oy Story è da un cult dell’animazione, un’opera maestosa il cui primo film (1995) ha rivoluzionato gli standard dell’epoca, trattandosi di un lungometraggio realizzato interamente in computer grafica, dando poi vita a un franchise senza tempo che ha appassionato generazioni e continua a farlo. Non per niente Toy Story è stato anche il primo film d’animazione ad essere candidato agli Oscar nella categoria principale come Miglior film, e ad ottenere il rarissimo Oscar Speciale.

Quando pensiamo alla Pixar Animation Studios, sostanzialmente, pensiamo giocoforza a Toy Story.
Ma per capire meglio la genesi di questo capolavoro, dobbiamo fare un passo indietro e tornare proprio alle origini della Pixar.
Siamo nel 1979, in quella che allora era denominata Graphics Group, una parte della divisione informatica della Lucasfilm, che si staccò dalla casa madre solo nel 1986 grazie al finanziamento del CEO di Apple Steve Jobs: fu così che naque la Pixar.

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La compagnia si occupava prevalentemente di grafica al computer dal punto di vista software e hardware e il suo principale prodotto era una workstation grafica sviluppata per gestire ed elaborare immagini di grandi dimensioni.
I conti però iniziarono ben presto a traballare, e così la società si specializzò parallelamente nella produzione di cortometraggi animati. Anche qui tuttavia serviva una svolta immediata.
John Lasseter, un ex dipendente Disney che lavorava ormai alla Pixar (ora è il Chief Creative Officer della società n.d.R.), aveva già realizzato due corti, ma nel 1988 ne produsse un terzo chiamato Tin Toy. É probabile che molti di voi non l’abbiamo mai sentito nominare, ma è stato nevralgico nello sviluppo di quel che sarà poi Toy Story e più in generale del futuro della Pixar.

Tin Toy si svolge in una stanza e ha come protagonista il personaggio di Tinny, un giocattolo di latta che cerca di scappare da Billy, un bambino piuttosto agitato. Un’opera all’apparenza semplice, perfino banale, ma che colpì tutti e soprattutto l’Academy, che lo premiò con l’Oscar, diventando tra l’altro il primo cortometraggio d’animazione computerizzata a ottenere tale riconoscimento,

Tomas Higbey è un ex dipendente di NeXT, un’altra azienda di Steve Jobs, e su Quora ha raccontato un interessante aneddoto sull’atteggiamento di Steve Jobs nei confronti della narrazione in CGI all’epoca.
“Ho lavorato alla NeXT nell’estate del ’94. Ero in pausa con due colleghi quando Jobs entrò in sala e iniziò a preparare un bagel. Eravamo seduti a un tavolo e stavamo mangiando il nostro, e all’improvviso ci ha chiesto chi fosse la persona più potente del mondo. Io risposi Mandela, dato che ero appena stato lì come osservatore internazionale per le elezioni. Con disinvoltura replicò ‘No, ti sbagli, la persona più potente del mondo è il narratore. Perché stabilisce la visione e i valori di un’intera generazione che verrà, e la Disney ha il monopolio sul business del narratore. Sapete una cosa? Sono stanco di queste stronzate, sarò io il prossimo narratore”. E se ne andò con il suo bagel”.

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Ora, prendiamo per vera questo racconto, anche perché è davvero affascinante.
A questo punto è facile desumere l’impatto che Tin Toy e i premi ricevuti abbiano avuto su Jobs, che lavorò subito con la Pixar per commissionare la creazione di tre film, il primo dei quali fu Toy Story.

Ad ogni modo, dopo la vittoria agli Academy Awards venne pianificato un sequel chiamato A Tin Toy Christmas, ovvero uno speciale natalizio di mezz’ora (di fatto quindi un mediometraggio) da mandare in TV. Se non lo avete mai visto né sentito parlare non preoccupatevi, è piuttosto normale, dal momento che non ha mai visto la luce. Fu lì infatti che intervenne la Disney, che si occupò della distribuzione del progetto, che chiaramente mutò la direzione finale virando su quello che diventerà poi Toy Story.
L’idea fu quella di partire dalle basi di Tin Toy di Lasseter, per creare una storia capace di comunicare il desiderio dei giocattoli di essere utilizzati dai bambini, ma fondamentale fu il lavoro dell’asse Jobs-Lasseter nel combinare la tecnologia con la narrazione, senza che l’una prevaricasse sull’altra. Hollywood già in quegli anni si affidava molto alla tecnologia, ma per la Pixar era importante, appunto, che questa non si sovrapponesse al racconto.

“Una delle cose che abbiamo riconosciuto fin dall’inizio è che questi sono solo strumenti, che la tecnologia non intrattiene mai il pubblico da sola. E noi, dato che abbiamo inventato gran parte della computer animation, abbiamo un buon senso di ciò che i nostri strumenti possono fare”, dichiarò Lasseter in una intervista sul Guardian.
All’uscita nelle sale – lo sappiamo bene – Toy Story sbancò il botteghino e fu un successo planetario. Il resto è storia. Un bel po’ di anni dopo, nel 2006, la Disney avrebbe acquistato la Pixar per 7,4 miliardi di dollari.

In casa Pixar di certo sono consapevoli del ruolo nevralgico avuto da Tin Toy per il prosieguo delle attività e il futuro della compagnia, tanto che – come spesso accade – sono numerosissimi gli easter egg nei lungometraggi animati, a partire proprio dal primo Toy Story: probabilmente non lo avrete notato, ma nella libreria di Andy c’è il libro di Tin Toy, scritto da tale Lasseter. Anche in Toy Story 2, poi, alla TV vengono mostrate brevi clip di Tin Toy e di altri primi corti della Pixar, e sempre Tinny è uno dei giochi nascosti sotto il tavolo in Toy Story 3.

Potremmo proseguire ancora, ma anche se il concetto è piuttosto chiaro ci tengo ad esasperarlo per farvi arrivare l’importanza di questo piccolo masterpiece: Tin Toy ha salvato l’animazione, perché senza di esso non ci sarebbe stato Toy Story, ma soprattutto avremmo rischiato di non avere nemmeno la Pixar.


Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.