Tokyo, la città che prega gli dèi della tradizione e del progresso

Tokyo è una città proteiforme, non solo nella sua topografia reale in continua evoluzione ed espansione ma anche nella sua natura visuale-artistica, in manga, anime, dipinti e stampe, diventando perciò un’entità metaletteraria che si arricchisce degli elementi spaziali e personali di illustratori, mangaka e registi. Tokyo ha un suo prolungamento retorico-visivo nei manga, subisce alterazioni, ribaltamenti e manipolazioni. Diventa e non diventa la stessa città.

Che sia l’altera erede del periodo Tokugawa, con la sua Edo feudale attorniata da nobili personaggi che trasudano spirito guerriero e fedeltà allo Shogun, o retaggio post-atomico degli eventi traumatici della Seconda guerra mondiale, Tokyo riesce ad assorbire le ansie, le idee e le mentalità di varie generazioni e strati sociali; i mangaka traducono le Tokyo immaginarie in realtà vacillanti ed estemporanee. Così spesso, leggendo queste opere, sembra di vivere in più città che coesistono.

Tokyo, topografia del surrealismo

Lo storytelling no-sense surrealista di Imiri Sakabashira va a destrutturare le geometrie urbane di Tokyo come città reale. Il nome non viene mai menzionato nel manga, ma ci sono elementi caratteristici che ci riconducono alla capitale giapponese. Dalla rappresentazione irrazionale e grottesca del quartiere di Minato alla rappresentazione di altri elementi sociologici corrotti dal surrealismo di Sakabashira; entrambe le metropoli sono state partorite dal boom economico giapponese e sono sature dei businessman che ricalcano gli stereotipi dell’industriosa Tokyo.

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In The Box Man assistiamo a una vicenda demoniaca e demenziale, dove yokai, kitsune, gatti deformi, edifici con occhi, bocche e vagine diventano i protagonisti urbani di una narrazione sub-emotiva, ovvero non possiamo elaborare il manga con i parametri della ragione o dei sentimenti, ma con gli istinti primordiali e atavici, tipicamente irrazionali e di matrice shintoista-naturalista.

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Un fattorino deve semplicemente consegnare un pacco, non si sa nient’altro se non di trovarsi in una Tokyo ricoperta da piante carnivore e kaiju innamorati che diventano nuovi edifici che ridicolizzano o innalzano il codice genetico-urbano della città. Il surrealismo giapponese, connaturato da una psichedelia punk da denuncia sociale, è in grado di creare nuovi mondi dove è facile smascherare le ipocrisie contemporanee. Una città traviata e alterata da forze simboliche, dove gli edifici mutano in mostri del folklore o retro-futuristiche invenzioni che rendono questa pseudo-Tokyo una città da esorcizzare o in cui perdersi.

 Le Neo-Tokyo da distruggere

Una tendenza che si ripete da diversi anni è di ambientare alcuni manga in città fittizie con nomi molto elementari di natura alfa-numerica. Tuttavia i profili di questi centri urbani sono riconducibili alle maggiori città giapponesi, soprattutto a quelle che custodiscono un ricco patrimonio simbolico, come Hiroshima, Nagasaki e Tokyo.

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In One-Punch Man esistono tantissime sub-città modellate seguendo la topografia della vera Tokyo, la capitale viene sezionata in unità micro-cittadine, e distrutta in base alle calamità che attaccano le popolazioni innocenti. Tale meccanismo, seppur patinato dalla proverbiale ironia del manga, va a risvegliare il bagaglio post-atomico della popolazione giapponese. Non che importi che le generazioni contemporanee siano lontane dal disastro del 1945, perché fu un evento epocale che profondamente caratterizzò la letteratura, l’arte e la cinematografia giapponese.

tokyo mangaNei manga supereroistici quindi abbiamo delle piccole Tokyo anonime, ma riconoscibili, che fungono da palcoscenico per disastri e calamità cosmiche. Questo stratagemma iconografico serve sia per evocare il passato sia per unificare l’immaginario collettivo.

Neo Tokyo, in realtà, è una creazione di Katsuhiro Otomo: la città si sorregge su una sua architettura post-nucleare con diverse contaminazioni cyberpunk; tuttavia c’è un ultra realismo alla fedeltà reale della Tokyo che “conosciamo tutti” e il futurismo di Otomo permette di guardare oltre la Tokyo contemporanea.

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Nel suo manga, Akira, c’è un’ambientazione claustrofobica e malsana, tuttavia tra le macerie e gli edifici massacrati si riconoscono le facciate di costruzioni famose. Ciò che non viene distrutto viene amalgamato in una struttura ultra-modernista.

Tokyo vaga tra una distruzione eclatante e un futurismo conservatore. Ossimori architettonici e assassini. Le Neo-Tokyo si nutrono del cambiamento, vengono sminuzzate nei dettagli. Cattedrali metalliche si ergono tra i baratri di esplosioni atomiche e la ragnatela urbana si fa così dettagliata, verso i distretti centrali, da soffocare l’essere umano in una degradante metafora della guerra.

La Tokyo non euclidea di Tsutomu Nihei

Sospinto da un viscerale amore per l’immaginario dark e un’ impressionante estetica neo-gotica, l’ingegnere-mangaka Tsutomu Nihei crea mondi grotteschi e non euclidei.

Nel manga Blame, Nihei costruisce una alter-Tokyo labirintica e animata da una pulsante oscurità. A differenza di altri colleghi, legati a una sorta di realismo urbano e architettonico, Nihei (de)genera una città biologica, con echi delle incisioni di Piranesi e dei lavori di Escher.

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I reticolati urbani di Nihei ristagnano in bolge infernali che deturpano qualsiasi istanza di realismo, esasperando inoltre la differenza tra le utopie sociali immaginate da pensatori e artistici e le distopie putrescenti che tanto bene riesce a mettere in mostra.

Makoto Shinkai, fotogrammi di una città fatta di pioggia

Seppur sia un regista, Makoto Shinkai non poteva essere escluso da questa analisi, oltretutto le sue pellicole hanno sempre una trasposizione in manga, quindi la sua presenza è più che giustificata, soprattutto se si pensa che sono quasi tutti ambientati proprio a Tokyo.

Da Oltre le nuvole, il luogo promessoci  fino a Weathering with You siamo al cospetto di una Tokyo catturata da istantanee di amori rigati dalla pioggia. La capitale giapponese smette di essere un centro di aggregazione, la metropoli contornata da grattacieli immensi e innovazioni tecnologiche sembra ripiegarsi su stessa fino a scrutare le piccolezze nascoste dalla fagocitazione metropolitana. Piccole aree rurali, tempietti, case abbandonate che ricordano le grotte di antichi monaci, luoghi fantastici che attraversano il tempo e lo spazio.

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Folklore, mitologia, emozioni umane e trascendentali sembrano sommergere Tokyo. La città diventa minuscola nella sua totale immensità, i fotogrammi possono anche catturare la vastità della capitale giapponese ma il tutto è riconducibile allo spazio emotivo dei protagonisti. La città è veramente un istante nel mare magnum dei sentimenti dei personaggi dei manga di Shinkai.

Ne Il Giardino delle parole, invece, lo studente Takao e la signorina Yukari ci fanno conoscere un angolo microscopico della città di Tokyo e il realismo è struggente, la resa grafica così perfetta che sembra bucare lo schermo. Una fotografia magistrale proietta lo spettatore in uno squisito giardino giapponese che si nasconde nel caos urbano di Tokyo, capace di spiccare in questo marasma nel manga come nel film.

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Tokyo è pioggia incessante, nuvole che si accavallano in arazzi oscuri e avvolgenti. Tokyo è il tuono e il fulmine, la pioggia infinità che disegna nuove emozioni e accarezza le parole dei cuori. La Tokyo dei manga di Makoto Shinkai è un portale per le emozioni. Tokyo non è una città, ma il crocevia degli istanti e della pioggia. Tutto il resto è una metafora di cemento.

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