Se ti svegliassi e fossi Jeff Bezos, cosa faresti? Ma soprattutto, cosa potresti fare? Se l’è chiesto anche Kris Ligman.

“Una mattina, dopo esserti risvegliato da sogni agitati, ti trovi trasformato, nel tuo letto, in un mostruoso parassita. Tu sei Jeff Bezos”. È con una diretta citazione alle Metamorfosi kafkiane che Kris Ligman avvia “You Are Jeff Bezos“, esperienza satirica gratuita disponibile su Itch.io in costante aggiornamento, a seconda del continuo accumulo di risorse da parte del protagonista involontario di questo gioco.

Con una liberatoria affermazione iniziale, Kris prende una posizione diretta sulla questione che la sua opera analizza: un punto di vista non fraintendibile, che rischia di inimicarsi subito coloro che hanno fortissimi bias e, di fronte all’uso del termine “parassita”, hanno sin dall’inizio chiuso l’applicazione. Al contempo, è sinceramente liberatorio avere a che fare con creativi e artiste che non affermano di “volerci far porre delle domande”: ogni tanto vorremmo anche sentire la vostra opinione, diamine.

Proprio perché l’esperienza è finalizzata a un’affermazione specifica, sebbene ci siano varie scelte di dialogo Ligman ci spinge verso un’unica direzione possibile: spendere tutto ciò che Bezos ha accumulato negli anni. “I suoi impiegati sono ora i tuoi impiegati. I suoi soldi sono ora i tuoi soldi. Niente di ciò che farai o dirai potrà convincere gli altri che tu non sei lui: che cosa farai?”. Personalmente, ho cliccato sull’opzione “urlo e piango di terrore a fronte di questo evento innaturale”, ma giustamente il gioco risponde con “non è cambiato nulla”.

E allora non mi resta che scegliere ciò che, razionalmente, effettivamente farei: spendere tutto. A questo punto, Kris anticipa subito le potenziali critiche tutte “fatti & logica” dei potenziali detrattori, riconoscendo che la natura del divino benessere di Jeff Bezos si sostanzia soprattutto in stock, investimenti e molto altro, ma l’idea alla base del gioco è proprio quella di cercare di cogliere la dimensione inumana e gargantuesca del patrimonio del singolo individuo, e quindi ci chiede di immaginare che siano facili e fluide le varie transazioni, così come il trasferimento di beni.

Si può fare un’altra scelta, però: andare in bagno. Tra il tirare lo sciacquone, lavarsi le mani (suppongo) e altro, per il Jeff medio se ne vanno circa 9 minuti, secondo più secondo meno. A questo punto, noto che il contatore dei 156 miliardi di patrimonio (non è ancora stato aggiornato ai 175 di oggi) è salito di 540.000$. Come mai? È semplice: in quei 9 minuti, il valore di Jeff Bezos è aumentato di mezzo milione. Pisciando.

In ogni caso, finalmente ci siamo: posso iniziare a spendere tutto. Di fronte a me, però, si para sin da subito una lista decisamente poco divertente: pagare le tasse, risolvere la crisi idrica di un paese lontano, garantire gli stipendi agli insegnanti e altra roba da social justice warrior. “Che palle”, mi dico, “volevo vedere quante e quali barche, case e squadre di calcio avrei potuto comprare!”. Alla fine decido che sì, dai, facciamola ‘sta beneficenza, così poi finalmente posso prendermi qualcosa di carino. Tra tutte le opzioni, scelgo di risolvere il problema dei senza dimora negli Stati Uniti, per la misera cifra di 20 miliardi di dollari, appena il 12,8% del mio patrimonio (che nel gioco, ribadisco, è fermo a 156). Bill mi guarda ancora dal basso: “choopa, Bill, son più fico io“. Nel mentre, ogni persona nel paese ha un tetto sulla testa. Andiamo avanti.

In un moto di lieve umanità e apparente razionalità, riesco a collegare il fatto che tutto sto papocchio di roba non l’avrei mai ottenuto senza il sudore (e ogni tanto il sangue) dei dipendenti Amazon, anche se l’evadere le tasse ha aiutato. Decido dunque di raddoppiare lo stipendio di ogni dipendente dell’azienda, arrivando a poco meno di 16 miliardi di dollari: la media passa dunque dai 28.000$ annuali, ossia soglia di povertà, a 56.000$, comunque sotto la media ma, ehi, chi troppo vuole… Nel mentre, il TIME mi dichiara persona dell’anno: eh, vorrei vedere cazzo, guardate che cosa sto facendo per voi. Andiamo avanti, che mi sta divertendo quest’apparente onnipotenza: mi rimangono 120 miliardi, Bill è ancora lontano.

A seguire, pago le tasse (al 2018, anno di pubblicazione del gioco) che Amazon deve all’Unione Europea, per circa 300 milioni di dollari. Nel mente, il Presidente degli Stati Uniti mi dà del fascista su Twitter perché sto rovinando l’economia, e allora compro Twitter per 50 miliardi di dollari e gli cancello l’account per incitazione alla violenza: l’azienda costa molto di meno, ma voglio comprarlo  subito, non bado a spese. Solo adesso, dopo essere sceso sotto i 100 miliardi, Bill e Melinda mi contattano: “caro Jeff, vuoi qualche consiglio su come investire i tuoi soldi in beneficenza ma con moderazione come facciamo noi?”, ma brucio la loro lettera.

All’improvviso, il parentame irrompe nella mia stanza: non si può bruciare un impero in santa pace. Cercano di fermarmi, mi spiegano che ho lavorato duramente per tutto quello, senza capire che lo fanno in milioni ma senza la stesso successo, perché il sistema stesso lo impedisce: non è stato duro lavoro, ma privilegi e fortuna. Continuano a non capirmi, e allora gli dico (non scherzo, è proprio nel gioco): “guardatevi The Good Place“. Mentre affronto parenti serpenti ed esalto Kristen Bell, sono passate delle ore, e ho guadagnato altri 10 miliardi.

Però, ehi, finalmente posso scegliere di spendere in cose divertenti! Posso scegliere di finanziare 100 giochi indie con 100 milioni, o garantire un reboot di Mythbusters con tutti i crismi, ma alla fine il mio cuore rimane sempre troppo legato alla natura, e così finanzio dieci associazione per la salvaguardia degli animali per quattro anni, con 200 milioni di euro. Non parliamo di quattro disperati con i soldi contati per rifarsi i rasta, ma di grossi, grassi gruppi di esperti ben riforniti, pronti a fargliela pagare a bracconieri e smistatori illegali.

In ogni caso, sai che c’è? Finanzio pure i cento indie, perché mi va. E sì, sappiamo tutti che indie oramai vuoi dire tutto e niente, e quindi magari non saranno cento a tutti gli effetti, ma potrebbero essere anche di più: sono libero di scegliere, posso finanziare quello che voglio. Rilancio anche Mythbusters, sempre perché posso e tutte quelle cose di prima: non serve a nulla, non sembra averlo chiesto nessuno, ma io sono io, e rivoglio Adam Savage che fa esplodere cose.

Mentre mi avvio verso la fine della storia, mi rendo conto di non aver speso neanche la metà di ciò che avevo, e nel mentre i soldi continuano a crescere, e crescere… L’incantesimo si spezza, smetto di ridere e la dimensione di ciò che stavo facendo si palesa di fronte a me in tutta la sua inconcepibile estensione: di che cifre stiamo parlando?

Quali azioni, benefiche o immorali, posso essere in grado di fare semplicemente perché posso? E, al di là di retorica e visioni politiche, è umanamente giusto che io possa valere economicamente più di quanto serve per risolvere drammi atroci della vita di milioni e milioni di persone? L’unica risposta possibile è una sola: no. Nessuno, senza la perfetta combinazione e coesistenza di privilegi, fortuna, società e volontà può pretendere di valere più degli altri, perché questo percorso porta inesorabilmente a questa atroce metamorfosi kafkiana della contemporaneità, dove da Umani vogliamo diventare tutti Bezos.

Decido di chiuderla lì, dunque, nel modo più rapido possibile: la polizia mi arresta per frode, e nella chiamata all’avvocato dono in realtà tutto alla National Educational Association. Settanta miliardi di dollari dovrebbero bastare per far crollare l’educazione privata e permettere anche a chi nasce in condizioni di svantaggio di competere con chi si laurea ad Harvard o alla Bocconi. Mi addormento in cella, spossato dalla mole di eventi semi-divini che ho messo in moto. Al risveglio da questo sogno agitato, mi trovo trasformato, nella mia cella, in un mostruoso parassita: sono Elon Musk.