Un sogno chiamato Giffoni, Tito Faraci e Feltrinelli Comics portano la magia del Giffoni su carta

Un sogno chiamato Giffoni è una delle ultime uscite targate Feltrinelli Comics (con la collaborazione del COMICON di Napoli), sbarcata ai primi di agosto nelle librerie che da poco hanno ricominciato a ricevere novità a getto continuo dopo la chiusura e il blocco imposto dal lockdown.

Ma in un certo senso è la prima, la prima che cementa una grande collaborazione tra quella che è una delle più importante realtà delle graphic novel in Italia e il primo festival del cinema per ragazzi del mondo, il “Giffoni Film Festival”. Perché questo è il “peso” culturale di una manifestazione che, seppur nata in una cornice di un paese poco conosciuto come Giffoni Valle Piana, in 50 anni tondi tondi di storia è diventata un sinonimo di cinema tale da meritarsi il famoso giudizio di un mostro sacro come François Truffaut: «Fra tutti i festival quello di Giffoni è senz’altro il più necessario».

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Ed ecco che l’incontro tra Feltrinelli, COMICON e Giffoni assume immediatamente un sapore particolare, perfettamente riassunto dal pensiero di Tito Faraci (che la storia l’ha scritta) nell’intervista che ci ha rilasciato e che potete recuperare qui sotto: “Non volevo fare qualcosa di celebrativo e didascalico, volevo che fosse una sfida”.

Un sogno chiamato Giffoni: lo spirito del cinema

In effetti la sfida c’è. In primo luogo quella dei protagonisti della storia di Un sogno chiamato Giffoni: Edo, Marta e Jaco, che dopo aver partecipato l’anno prima alla giuria del Giffoni Film Festival, decidono stavolta di partecipare, di realizzare un loro film da presentare in concorso. Quello che li muove, soprattutto Edo, regista in erba dalle idee vulcaniche e la parlantina facile, è la voglia di passare dall’altra parte della barricata, di bucare lo schermo, seguendo lo “spirito” del cinema. Allora i ragazzi, coinvolgendo altri loro amici, scelgono di mettere in scena una loro personale rilettura di “Romeo e Giulietta”, prendendosi diverse libertà con buona pace delle parole originali di William Shakespeare. 

Naturalmente, la produzione di un film, per quanto artigianale e amatoriale come questo, andrà incontro a tutta una serie di ostacoli che metteranno a dura prova il sogno di Edo… Che però non ha nessuna intenzione di arrendersi!

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La volontà di realizzare qualcosa che fosse, per forza di cose, celebrativo ma non didascalico di quell’icona che è il Festival ha portato Tito Faraci in Un sogno chiamato Giffoni a ricercare l’essenza originale della manifestazione, ovvero l’ardente volontà tutta giovanile e scapestrata di vivere da “creatori” la propria passione, in questo caso il cinema. Faraci è abituato ad operazioni di questo tipo: nella sua lunga e prolifica carriera di sceneggiatore tra Bonelli, Astorina e Feltrinelli ha lavorato e continua a lavorare con Disney, che di queste storie ne produce in quantità industriale declinando in salsa “paperi e topi” argomenti di attualità, eventi culturali e usando il fumetto come un linguaggio per raccontare luoghi, personaggi e protagonisti della scena italiana e internazionale.

Un sogno chiamato Giffoni sembra innestarsi alla perfezione su questo filone, tant’è che probabilmente la storia non avrebbe sfigurato cambiando i volti dei personaggi in Qui, Quo e Qua e se fosse stata pubblicata su Topolino. Ci troviamo davanti una narrazione molto semplice per quanto assolutamente gradevole e divertente, con battute spigliate e un’accurata regia che scegliendo di mantenere le inquadrature più o meno fisse e le vignette (fino al finale) delle stesse dimensioni, replica in maniera brillante gli dinamiche dei “dietro le quinte”.

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A questa operazione, che dimostra che Tito Faraci non scrive solo buone storie ma lavora sempre dal punto di vista del linguaggio, troviamo un altro aspetto di “sfida nella sfida”. Come disegnatore è stato chiamato Walter “Wallie” Petrone, talento dal grande seguito che nonostante la giovane età (26 anni) ha già pubblicato per svariati editori tra cui appunto Feltinelli Comics, con Croce sul cuore e con l’antologia Sporchi e subito.

“Proprio per questo ho voluto coinvolgere un autore giovane, un autore che non aveva ancora lavorato con uno sceneggiatore come Wallie” rivela Faraci nell’intervista, da una parte per aiutare nel suo percorso un ragazzo dal grande potenziale (agendo quindi più come curatore che sceneggiatore) e dall’altra per trovare il segno più adatto ad una storia di questo tipo, che vuole innestarsi su un canale privilegiato con i ragazzi, gli stessi a cui parla il Giffoni Film Festival. Il risultato può dirsi assolutamente riuscito e ci troviamo di fronte ad un volume che è sì celebrativo di un grande monumento culturale italiano, ma riesce anche a coglierne l’essenza e ha parlarne attraverso un linguaggio diverso per quanto affine a quello del cinema.

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Immagini riprodotte su gentile concessione dell’editore

E ora, sperando che la recensione vi sia piaciuta, vi rimandiamo all’intervista completa che ci ha concesso Tito Faraci. 

Un sogno chiamato Giffoni: parla Tito Faraci

Buongiorno Tito, grazie per essere qui con noi. Ad agosto nelle librerie arriverà “Un sogno chiamato Giffoni” un libro scritto da te e disegnato da Walter “Wallie” Petroni, pubblicato da Feltrinelli Comics in collaborazione col COMICON di Napoli per celebrare i 50 anni del Giffoni Film Festival, il più importante e acclamato evento dedicato al cinema per ragazzi. Ci racconti com’è nato questo progetto?

C’è stato prima di tutto un grande lavoro di mediazione tra i vari uffici stampa e si è manifestata questa possibilità che mi ha entusiasmato subito. Mi piaceva l’idea di scrivere una cosa che non fosse didascalica, una semplice celebrazione, ma che cercasse di carpire lo spirito del Giffoni. Avevo lavorato su progetti simili in Disney e in questo senso ero allenato. Mi sono chiesto: qual è lo spirito, l’energia che lega i ragazzi al mondo del cinema? Proprio per questo ho voluto coinvolgere un autore giovane, un autore che non aveva ancora lavorato con uno sceneggiatore come Wallie. Con Wallie avevo lavorato per i suoi libri con noi e lo conosco bene, inoltre mi sembrava una sfida scrivere qualcosa per lui, una storia dove c’è anche un’altra sfida con dei ragazzi che producono un film e si mettono in gioco. C’era una sorta di sfida nella sfida.

Ultimamente, non solo su Topolino ma anche a livello ministeriale, come l’iniziativa “Fumetti nei musei”, i fumetti stanno cominciando ad accompagnare e a raccontare sempre di più i grandi eventi di natura culturale. Ti chiedo: come vedi le potenzialità del fumetto in questo nuovo “genere”?

Il fumetto, come dico sempre, non è un linguaggio ma ha un linguaggio e col linguaggio si possono raccontare tantissime storie e può essere usato per raccontare il mondo. Il fumetto è capace di rappresentare in maniera precisa e anche di evocare, ha il dono di una grandissima sintesi ed è capace di illustrare bene il nostro tempo. Non ha caso con Feltrinelli i nostri autori sono quasi tutti giovani, senza contare a margine che i fumettisti oggi sono visti come autori di narrativa, testimoni del proprio tempo. Mi capita spesso, ad esempio, di fare interviste dove del fumetto non si parla, ma mi chiedono della contemporaneità, del lockdown, di un mio parere su una questione politica. Insomma mi chiedono di parlare di quello che succede, ogni giorno, interno a noi e paradossalmente poco di fumetto.

Di recente, oltre a Un sogno chiamato Giffoni, è un uscito un libro dove sei, per così dire, autore unico: Spigole. Se non sbaglio, il tuo romanzo è uno dei pochi pubblicati a raccontare i dietro le quinte della vita del fumettista. Com’è stato mettere parte della tua carriera e del mondo del fumetto tra le pagine?

È il romanzo che avevo nella mia testa da almeno 10 anni e alla fine l’ho buttato giù in pochi mesi. Inizia da una brutta abitudine di chi vi lavora nei mestieri creativi: credere di essere l’unico che pensa. Chi lavora in comunicazione, narrativa, arte, fa l’errore di credere di essere l’unico che pensa e ogni tanto viene voglia di fare qualcosa di fisico. Il mio protagonista, che è un autore di fumetti, vuole far proprio questo: vede la serranda abbassata di un negozio di pesce e lo acquista per cambiare improvvisamente carriera e fare il pescivendolo.

Non mi era mai venuto in mente di scrivere un romanzo con un protagonista che fa il mio lavoro, cosa che in realtà in letteratura si vede spesso, ad esempio Stephen King lo fa da sempre. Credevo che sarebbe stato noioso e che i retroscena del mondo del fumetto fossero poco intriganti, ma lavorando come curatore della collana Feltrinelli Comics mi sono reso conto invece che ci sono molte persone interessate. Anche se, ad essere sincero, si tratta solo dello sfondo e il romanzo parla di tutt’altro: parla della ricerca della felicità e di come sia complesso raggiungerla.

Sei ormai curatore per Feltrinelli Comics da quando è stata fondata l’etichetta, nel 2017. Come giudichi questi tre anni e dove vedi ulteriori margini di crescita? Quali novità ci sono in ballo?

Sono molto contento di come sta andando, soprattutto di un aspetto che ritengo fondamentale: Feltrinelli Comics è nel cuore della casa editrice, è al centro delle strategie editoriali e ha una grande considerazione. Del resto è una collana che pubblica per la grande maggioranza produzioni originali, in tutti sensi, tant’è che abbiamo anche la nostra carta specifica e il nostro inchiostro. La quantità di libri che abbiamo importato è pochissima e ogni volume viene creato e pensato per Feltrinelli Comics, per essere coerente con quella che è la linea editoriale di Feltrinelli, una realtà che vuole essere testimone del suo tempo, anche schierata politicamente. In questo senso i nostri fumetti ne rispecchiano completamente la visione: affrontano la cronaca, la contemporaneità e lo fanno con spirito critico, con umorismo, con vari filoni che vanno tutti nella stessa direzione, con grande coerenza. Il pubblico ce lo riconosce e questo è per noi motivo di grande soddisfazione, fiducia ed entusiasmo.

Ultimamente si è cominciato a sollevare il sipario sull’edizione 2020 del Lucca Comics. Cosa ne pensi del progetto per Lucca Changes illustrato dallo staff di Lucca Crea e quali sono le tue aspettative e le tue perplessità, se ne hai?

Più che perplessità, curiosità: non ho capito ancora tantissime cose, si tratta in sostanza di cambiare pelle ad una manifestazione che si basa tanto sull’aspetto fieristico e potrebbe essere un’occasione per mettere a fuoco l’aspetto culturale, degli incontri e coltivare qualcosa di nuovo in prospettiva futura. Dall’altra parte poi spero che possa diventare un festival diffuso con altri poli, e questa mi sembra l’intenzione, che consentiranno a Lucca di essere ancora più grande e di radicarsi sul territorio nazionale.

Ormai da qualche anno è tornato alla ribalta un personaggio a cui, come sceneggiatore, hai dato moltissimo: PK. Come giudichi il nuovo corso? Ti piacerebbe tornare a scrivere nuove avventure? 

Mi piacerebbe tantissimo. Devo trovare il tempo e lo spirito, non vorrei rubare spazio a chi ci sta lavorando in questi anni, ma credo con PK di aver scritto alcune delle storie migliori della mia carriera. Si tratta, in un certo senso, di un freno che ho, un po’ come con MMMM (Mickey Mouse Mistery Magazine, storica serie poliziesca degli anni 2000 ndr). Ho la paura di non riuscire a tornare a quei livelli, e anche se mi sono “alzato dal tavolo” con ancora un po’ di fame, sento di avere ancora qualcosa da dire a riguardo, ma non saprei… In questo momento non me l’hanno, giustamente, chiesto e io non mi sono proposto, però la tentazione rimane. Ma avrei anche il timore di ripetermi, di non portare qualcosa di nuovo. 

In generale il giudizio che mi sento di dare sul lavoro di Francesco Artibani, Alessandro Sisti, Lorenzo Pastrovicchio, Claudio Sciarrone e Roberto Gagnor è assolutamente positivo. Soprattutto, nelle loro storie ho percepito un entusiasmo contagioso e un grande amore per il personaggio.

Trauma, la più famosa storia di PK di Tito

Come vedi gli scenari del mondo del fumetto dopo l’emergenza Coronavirus? 

Ci sono diversi fattori da valutare. Da una parte, il fumetto popolare da edicola ne è uscito a testa altissima: costa poco, le edicole erano aperte e la grande distribuzione arrivava quasi come se niente fosse nei supermercati. All’interno di una gigantesca tragedia come questa quella parte di fumetto, a cui tengo tantissimo avendo scritto per Bonelli, Topolino e Diabolik, è riuscita a restare il piedi, mentre invece la parte libraria ha subito i colpi più duri come tutta la filiera del libro. Ma ora ci stiamo finalmente tornando e credo che ne usciremo, magari con qualche osso rotto. 

A dirla tutta il mio timore maggiore riguarda il punto di vista creativo, la paura di vedere troppe opere che raccontano il periodo di reclusione in maniera diretta e didascalica. Vorrei che questo periodo così drammatico che abbiamo vissuto finisse nella narrativa, cosa inevitabile, in maniera diversa, più laterale, in storie di genere come la fantascienza, il giallo, eccetera, riportandone le sensazioni. C’è un po’ il rischio di veder proliferare troppi “diari della quarantena”. 

E poi, a dirla tutta, il miglior diario possibile l’ha realizzato Leo Ortolani, uscito da poco per voi di Feltrinelli col titolo “Andrà tutto bene”.

Esattamente.

Ringraziamo Tito per averci dedicato il suo tempo e vi auguriamo una buona lettura con Un sogno chiamato Giffoni!

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